Milano 2030 La Rivoluzione Che Cambierà La Moda E La Città

Il professor Mauro Ferraresi, ci porta nel futuro facendoci fare un tour nella Milano del 2030 dove la moda e la città cambiano aspetto.

Di Mauro Ferraresi Professore associato Coordinatore del Corso di Laurea triennale in Moda e Industrie Creative, Direttore Scientifico del master di primo livello «Made in Italy», Direttore Scientifico del master di primo livello «Beauty and Welness», Direttore Scientifico del master specialistico «Eventi».

Il Covid-19 è stato, tra le altre cose, un tremendo acceleratore digitale. Il virus ci ha insegnato che il mondo può andare economicamente avanti anche in modo diverso. Il digitale più che aumentare o diminuire i posti di lavoro, ha mutato i nostri compiti, ci ha fatto fare cose differenti, ci ha gettato in una società diversa, con meno mobilità e più smart working; una società iperconnessa. D’altronde gli storici sanno bene che esistono fasi, dette di periodizzazione, che producono soluzioni di continuità nelle società umane. Ad esempio, la Belle Époque si è infranta contro la Prima guerra mondiale. Quando quel conflitto è terminato, l’Europa e il mondo intero si sono ritrovati a vivere in una società nuova.

La Città Che Cambia

I due anni di pandemia dal 2020 al 2022 sono stati una periodizzazione e hanno trasformato Milano e i milanesi, facendoli approdare in una metropoli in cui si vive differentemente. È stata completata la Circle Line metropolitana, sono state costruite nuove piazze solo per i passanti e i pedoni, supplendo alla mancanza cronica milanese di piazze pedonali: prima i luoghi senza auto erano solo piazza del Duomo e piazza Gae Aulenti; sono state riattate tutte le ex aree industriali, trasformandole in cinque nuovi parchi cittadini; è stata completata la foresta in città; sono stati riaperti i Navigli e ora è possibile percorrere Milano anche con la Circular Water Line.

La moda è rimasta, insieme al design, la vocazione della città.

La moda non si era mai distinta per la sua attenzione verso l’ecologia. I suoi punti deboli sono sempre stati tre: l’approvvigionamento, la lavorazione del materiale e lo smaltimento.

Le materie prime come la lana e il cotone costano molto in termini di litri e litri d’acqua consumati e sono un costo ecologico anche i prati e i campi necessari per l’allevamento o per la coltivazione. Inoltre, l’alto costo energetico dovuto al trattamento dei tessuti con i macchinari che lavorano a regimi di temperatura altissimi e i conseguenti notevoli consumi, più l’utilizzo di acidi e altre materie inquinanti, hanno prodotto una profonda impronta ecologica. Infine, fenomeni come il fast fashion hanno acuito il problema dello smaltimento.

La Moda Che Cambia

La moda aveva assolutamente bisogno di cambiare e di inserirsi nella macrotendenza della sostenibilità e Milano in questo senso, quale capitale mondiale della moda assieme a Parigi, New York, Londra, Tokyo, non poteva esimersi.
Il punto di svolta c’è stato e come spesso accade è stato tragico, e risale all’incidente di Savar nel Bangladesh, quando ci fu il crollo del Rana Plaza, un enorme edificio dove più di mille e cento persone stavano cucendo, tagliando e tessendo abiti, maglioni, pantaloni per le griffe occidentali. Morirono tutti nel crollo di quel palazzo che era pericolante e che non doveva assolutamente accogliere dei lavoranti.

La tragedia è servita al mondo della moda per guardarsi dentro e per cercare di mutare alcuni comportamenti. E ci si è resi conto che  la sostenibilità non può essere solo green, ma deve essere anche sociale, unendo al tema dell’inquinamento anche quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Quella tragedia ha permesso di comprendere, per esempio, che le fashion week funzionano anche in remoto e che non è necessario accelerare i ritmi della moda producendo nuove collezioni ogni due settimane, aumentando così l’invenduto con i vestiti in rimanenza, che devono poi essere bruciati. D’altronde, fu lo stesso Giorgio Armani che in una lettera aperta ammonì il suo mondo a rallentare, trovando dannosa quella frenesia. E la pandemia accelerò questa consapevolezza.

L’ILLUSTRAZIONE È DI CHIARA DAL MASO

Una Moda Più Green

La consapevolezza sociale e green ha avuto i suoi precursori in alcune griffe come Stella McCartney e Vivien Westwood, ma ora molte altre maison e pure le multinazionali del lusso si sono mosse in questo senso.

In questo quadro si è inserito il bisogno di formare giovani in grado di interpretare correttamente questa nuova tendenza, una vera e propria rivoluzione di tempi, modi e metodi di comunicazione. Sono perciò fioriti dopo la pandemia, nuovi corsi di laurea dedicati alla moda e alle industrie creative, con l’intento di fornire gli strumenti di comunicazione, di gestione ed economici per muoversi agevolmente in mezzo ai cambiamenti legati alla sostenibilità. L’industria della moda e Milano hanno affrontato bene tali cambiamenti.

Vendere un abito non è come vendere un formaggino, quindi è giusto che la moda abbia sviluppato un proprio linguaggio differenziato. Ora questo linguaggio è diventato meno egoriferito, più sociale e più verde. Si è trattato di un mutamento per certi versi rivoluzionario e i contenuti, i toni le figure delle comunicazioni pubblicitarie, si sono giocoforza adeguati.

Una Nuova Era

Le agenzie educative hanno un ruolo importantissimo nella costituzione di una buona società. E la scuola e l’università sono agenzie educative che sono state purtroppo a lungo denigrate e disattese. Il recovery fund europeo ha permesso di porre mano a questo deficit educativo e la scuola e il settore educativo hanno avuto così i fondi necessari per rinnovarsi.

Insomma, la vecchia idea illuminista secondo cui formare le menti significa formare un mondo migliore, è in qualche modo tornata di moda, e i risultati ottenuti ne hanno dimostrato la validità.