Trecentocinquanta Chilometri Verso Un’Antica Via Di Francesco

Basilica di San Francesco ad Assisi
Basilica di San Francesco ad Assisi

L’emozionante racconto del viaggio di trecentocinquanta chilomentri verso un’antica via di Francesco, intrapreso da una nostra cronista.

Di Fiamma Colette Invernizzi

Trecentocinquanta chilometri. Un po’ come se dal Duomo di Milano si iniziasse a passeggiare in giù, verso Porta Romana, raggiungendo i confini della città, lasciandosi alle spalle l’Abbazia di Chiaravalle, sprofondando nella bassa Pianura Padana e superando il Po vicino a Piacenza, proseguendo a bordo degli appennini tra Parma, Reggio Emilia e Modena, attraversando i portici della dotta Bologna e piegando verso sud, oltre Barberino di Mugello, alzando il naso all’insù, per godere del perfetto campanile di Giotto e facendo un ultimo sforzo per raggiungere le severe torri di San Gimignano.

Un’Antica Via Di Francesco

Questi sono trecentocinquanta chilometri. Come da Milano a Lignano Sabbiadoro, verso il Golfo di Trieste, o come da Milano a Berna, al di là delle grandi Alpi. Non pochi, insomma, soprattutto quando si tratta di farli a piedi. Ma noi volevamo camminare. Volevamo allontanarci dalle scrivanie, dai mesi spesi chiuse in casa, dalle corse sul tapis roulant, dai computer e dai telefoni sempre accesi, dalle mascherine.

Volevamo rallentare con gli occhi, osservare con le mani, ascoltare con la pelle, pensare nel silenzio e respirare nella libertà, godere della Natura. Allora siamo partite, Ilaria ed io, immerse in un cuore di Italia che ci ha regalato quindici giorni di sudore e sorrisi. Anzi, più sorrisi che sudore. Il percorso? Un’antica Via di Francesco, lontana dalla più nota Francigena – troppo affollata e troppo calda nei mesi estivi – e molto più vicina alla dimensione umana dell’eremitismo francescano. Dalla punta più a est della Toscana, a quella più meridionale dell’Umbria.

Partenza in una giornata fresca, con il sole che sembrava sorridere schietto. Aria tersa all’Eremo di La Verna, 1128 metri di altitudine, tra rocce sospese, muschi umidi e pietra, canti religiosi e risate atee. Dodici chili sulle spalle, cinghie ben salde, forza nelle gambe. Trenta chilometri al giorno, tutti i giorni. Sveglia all’alba, colazione sotto cieli infiammati, sguardo d’intesa e via a camminare. Trenta chilometri al giorno, tutti i giorni. Anche di più. Non so dire il momento esatto in cui questa fatica diventi una necessità, un rito, un mantra. E nemmeno so spiegare come si facciano a fare così tanti chilometri, su e giù per gli Appennini, senza desiderare di lanciare lo zaino da un burrone o senza pensare di impazzire. Eppure si può. E che sia davvero possibile, per primi, te lo ricordano gli alberi. I lecci, le querce, i corbezzoli, i ginepri, i faggi, le betulle, gli olivi e le ginestre. E poi tutti quelli a cui non so dare un nome, ovviamente, che fanno parte della succulenta macchia mediterranea in cui siamo state immerse.

Nella Fatica Si Più Trovare La Leggerezza

Mentre si cammina gli alberi fanno compagnia. Osservano il passaggio di pellegrini e poeti, da anni, di viandanti e contrabbandieri, da decenni, di eremiti e soldati, da secoli. Ascoltano i segreti, gli sguardi e i sorrisi. Valorizzano le risate e colmano i frammenti di speranze con i loro giochi di luce e di foglie. Sulle cime dei monti Penna e Calvano nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi – gli alberi ululano. O cantano, forse. O sussurrano. Parlano, anche, e non capita raramente di girarsi per cercare da dove provenga la melodia naturale che riempie l’aria.

Tu cammini e loro si scuotono, rumoreggiano, danzano fino a quando non hai raggiunto la meta e poi tacciono, per poi ricominciare il giorno dopo. Per seconde, invece, a ricordarti che nella fatica si può trovare leggerezza, ci sono le farfalle. Tonnellate di farfalle. Farfalle che se ti appoggi con una mano a un tronco, si alzano danzando, marroni e bianche, in una nuvola senza gravità; farfalle che se passeggi tra le foglie ingiallite volano via, arancioni e spazientite, come in un gorgheggio di colori autunnali; farfalle che quando vuoi cogliere dei fiori selvatici lungo i sentieri, si spostano ingannevoli, gialle e indaco, portandosi via petali in un battito d’ali.

Insetti di aria e pigmenti che scherzano, fuggono e tornano, vanitosi, a farsi osservare da vicino, a farsi sfiorare prima di ripartire. Per ultimi, a dare coraggio ai piedi dolenti, ci sono i borghi. Per noi sono stati Pieve di Santo Stefano, Sansepolcro, Citerna, Città di Castello, Pietralunga, Gubbio, Valfabbrica, Perugia, Assisi, Spello, Foligno, Trevi, Poreta e Spoleto. Gioielli. Microscopici universi di roccia e di fiori, di strade consumate e portoni di legno, scorci deserti e profumi. Ogni volta è stato come chiedere «permesso» per entrare in una comunità millenaria, fatta di anziani architravi e ricette gustose, per noi forestiere, arrivate da (non) molto lontano.

Immerse Nella Natura Incontaminata

Ogni volta è stato come dire «grazie» a tutti gli artigiani, gli artisti, i poeti, gli scultori, gli architetti e gli ingegneri passati prima di noi in quelle valli, in cima a quei colli, capaci di costruire mura fortificate, acquedotti, piccole botteghe, palazzi, chiese, piazze e fontane, basiliche e conventi, loggiati, pozzi e balconi decorati. E tra tutti gli alberi, le farfalle e le rocce a forma di città, non posso fare a meno di pensare che ci sia un grande debito, tra noi e questo Paese fatto di cultura, maestria e storia raccontata in versi e in prosa; tra noi e questa natura ancora incontaminata, silenziosa e schiva, composta di acque purissime e terra a volte scura, a volte ocra, rossa o bianchissima; tra noi e la biodiversità di cui ci dimentichiamo l’esistenza, oltre i confini della pianura industrializzata, soffocata e distratta.

Un debito che andrebbe risanato con l’attenzione e la cura, la cultura e lo stupore, la premura e la salvaguardia del patrimonio esistente. Teniamo tra le mani un piccolo e fortunato concentrato di bellezze e costantemente ce ne scordiamo. Forse perché le abbiamo sommerse con il cemento scadente, tutte queste meraviglie, e ancora oggi lo facciamo; forse perché troppo raramente ci regaliamo momenti per fermarci a osservarle. Camminare è prendersi del tempo per scorgere da lontano, avvicinarsi piano e finalmente arrivare, conoscere senza annoiarsi, ascoltare i racconti, leggere le parole passate e sedersi in una piazza vuota a godere del panorama. Camminare è tacere. Assaporare. Scoprire.

Camminare è guardare un’amicizia che cresce, che si consolida, che si prende poco sul serio, ma che si costruisce seriamente, che gioisce della complicità di vivere il presente, di perdere il sentiero e ritrovarlo insieme attraversando i rovi, e che valorizza la presenza luminosa, lucida e limpida in ogni passo. Camminare è fermarsi, alla fine, per guardarsi alle spalle e vedere le difficoltà sparire, il ricordo consolidarsi e la consapevolezza prendere il posto della fatica. Per noi è stato all’improvviso, in un luogo immerso nei boschi che circondano Terni, la Romita di Cesi, tra i cinghiali e le more, le grotte e i tramonti. Un microcosmo di accoglienza e umanità, di semplice condivisione e gratitudine spontanea. Ci siamo tolte gli zaini dalle spalle, ci siamo fatte una doccia ghiacciata – alla Romita non c’è acqua corrente o riscaldata, così come non c’è corrente elettrica se non nel refettorio e in chiesa – e ci siamo accorte di aver camminato abbastanza. Sentivamo di aver camminato abbastanza.

Trecentocinquanta Chilometri

Trecentocinquanta chilometri. Alleggerite del bagaglio siamo salite sul monte Torre Maggiore, la cui cima raggiunge i 1120 m s.l.m., e ci siamo sedute tra le rovine di un Santuario Pagano umbro (le cui fondamenta risalgono a sei secoli prima di Cristo), guardandoci intorno. Un orizzonte a 360° e le montagne di cinque regioni: Abruzzo, Marche, Lazio, Umbria e Toscana, da cui eravamo partite. Il sole da un lato, caldo e stanco, e le nuvole dall’altro, scure e cariche di nuova umida vita. Un Osservatorio della Terra e del Cielo, della Civiltà e della Natura. Un punto di vista privilegiato, tra i cardi asciutti e pungenti e la gentilezza delle pietre levigate, tra le raffiche di vento e i pensieri. Abbiamo letto, tra le rovine, qualche pensiero di Seneca. Abbiamo recitato, tra fronde antiche, versi di Dante. Abbiamo cantato canzoni lontane e sagge. Poi abbiamo riso di gusto, di noi e del tempo. Ci siamo rincorse come puledri imbizzarriti e ci siamo rotolate nell’erba come cani giovani. Nel silenzio, nella solitudine e nella totale connessione con il Mondo, abbiamo urlato di gioia. Abbiamo pianto. Abbiamo condiviso i nostri sguardi innamorati del panorama e della stanchezza. Ci siamo trovate sedute, sporche di terra, abbracciate e felici. Ci siamo alzate e siamo scese dalla montagna perché forse bastava così, forse ci eravamo riempite il cuore con un angolo dell’universo e potevamo tornare a casa.

Alla Romita di Cesi, senza acqua corrente e senza elettricità, siamo rimaste quattro giorni. Quattro giorni inaspettati e caldi, calmi e illuminati. Quattro giorni tra i girasoli e gli orti, tra le grotte pagane e i lavori manuali, tra le punture di vespe (tutte per me) e le cene condivise sotto le braccia lunghe di un cedro secolare. Quattro giorni di incontri preziosi, tenuti nascosti nelle righe di diari segreti e di pensieri che si possono riassumere solo con una frase: ci torneremo presto.