Il Libro A Staffetta Capitolo VI – Libero di ammettere il suo amore per Lapo

Illustrazione in evidenza di Giulia Pez
Illustrazione in evidenza di Giulia Pez

Il Riassunto Dei Primi 5 Capitoli

Lapo e Riccardo sono due amici milanesi. Abitano in centro. Riccardo vuole scrivere un libro ma si blocca davanti al foglio bianco. Lapo lo prende in giro mentre camminano per Milano. Riccardo racconta di un incontro al semaforo tra via Santa Sofia e corso Italia con una bella ragazza dagli occhi verdi e i capelli neri. Una cotta a prima vista. Lapo corre in soccorso dell’amico e con un’app di tracciamento riesce ad individuare la misteriosa ragazza con un borsone nero. Un borsone che usano le ragazze che vanno all’Accademia della Scala. «Trovata, si va» dice Lapo all’amico. La ragazza si chiama Matilde. Matilde viene inseguita dai due ragazzi e corteggiata fino alla stazione. Qui perde il treno. I ragazzi cominciano a parlare con questa bella ragazza con gli occhi verdi. Sono in piazza Gae Aulenti, nella parte nuova di Milano dove c’è una bella fontana. Riccardo, Lapo, Matilde parlano di tutto, anche di Puccini e Pavarotti. Non sembra un corteggio. Scintille di amicizie.

Di Arianna Morelli

«Nessuno!» la donna lo ripete urlando allo specchio che riflette le cicatrici, che paiono indossate dal suo corpo snello e pallido, in questo istante di più data l’agitazione. Si osserva i tatuaggi: il primo è stato una fenice. Ora ne osserva un altro: è la data 13/08/2030. Dieci anni passati da quel giorno. La sua mente pare partorire pensieri troppo reticenti, non può essere solo una donna. Deve essere come il protagonista de «Il miglio verde». Inizia a inveire allo specchio contro sé stessa sibilando: «È come pitturare su di una grande tela bianca e mischiare sulla sua liscia pelle – intanto la carezza con violenza, quasi graffiandola – tutte le
sfumature dal grigio al nero». E quando sente quella parola pronunciata da lei stessa, fissa, nell’immagine riflessa, tutti i tatuaggi che ha. Torna ad osservare la fenice, la rappresenta. Teme per la propria sicurezza, è sempre stata vittima di sé stessa e dei propri sbalzi d’umore.
Osservandosi, nota un’aria rarefatta, intorno a sé e pensa all’incontro casuale con una ragazza, avvenuto una decina di anni prima. Era rimasta incantata da quegli occhi, catartici, aveva faticato a staccarsene e ora stava pensando proprio a quegli occhi. Si sentiva rinata e vittima allo stesso tempo. Era anche lei un ossimoro, si ritrovava ad essere una figura retorica, una prova dell’esistenza
della contraddizione. Ricorda tutto di quell’attimo, nonostante il momento. «Se non ricordo male si chiama Matilde».
Si erano scontrate in piazza Gae Aulenti. Matilde aveva dimenticato le ballerine in un bar dove
erano state ritrovate dalla donna.

Torna a fissarsi e annuisce facendo spuntare un sorriso. Si prepara indossando un abito nero, anche se quell’outfit non la rappresenta al meglio, ma si sa che alle riunioni di lavoro non si sarebbe potuta certo presentare con tuta e caraffa di birra. La birra. La sua prima l’aveva bevuta di nascosto, nel bagno, ai tempi del liceo, insieme ad una compagna. La birra. Sua compagna durante le partite di calcio del figlio. Lei e la birra: un’accoppiata perfetta.
Scende di casa e si infila nel traffico milanese. Nel traffico intravede una chioma folta di una donna sulla trentina, una chioma che la fa ripensare a quella ballerina. Matilde è fra i suoi pensieri. Durante l’attacco di panico e in macchina bevendo un cappuccino. Due volte, in una giornata.
Matilde, Matilde, Matilde… Prova a staccarsi dal pensiero, iniziando a pensare al figlio, affidato al padre per una vacanza di qualche giorno.

Questa illustrazione di copertina sono di Giulia Pez, che ringraziamo di cuore. In questi disegni c’è l’essenza di quello che vogliamo fare: un libro, la mano di tutti i ragazzi e i volontari
de Il Bullone, e il simbolo della nostra Fondazione. Il bullone perché è qualche cosa di concreto, che tiene insieme. Un gruppo di ragazzi provenienti da diverse esperienze di malattia che hanno voglia di raccontare come vedono e come vorrebbero il mondo fra qualche anno.

Arriva in università e scendendo dall’auto si tocca il mento: è il suo solito gesto. È troppo stanca, si sente Nessuno. Pensa alla sua giornata. La sta attendendo al varco. Lei è la preda. I suoi colleghi le avrebbero propinato suggerimenti su come proporre in modo serio e professionale un argomento.
Lei è solita utilizzare metodi alternativi quali la lettura di manuali di Emil Cioran, suo modello dall’adolescenza. Emil le era sempre stato vicino: durante l’infanzia, nella separazione, durante i viaggi per raggiungere la spiaggia. Cioran era il suo uomo. Non l’avrebbe mai tradita. «Anche Cioran è Nessuno», pensatore antiaccademico come lei. Pensa alla prima citazione che aveva letto
quella mattina prima dell’attacco: «Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una lettera, mi dicevo che era indirizzata ad un mortale». Si ritrova davanti al cancello metallizzato dell’istituto. La prima volta che lo aveva varcato aveva provato un senso di pienezza, ora la sensazione era contraria, opposta. Era vuota, puro stralcio di atomi senza una direzione.
Ha bisogno di aria, sente la necessità di allontanarsi e con la scusa di un caffè, si mette in macchina e sorseggia un cappuccino. Pensa ora al suo primo amore, a suo marito, a suo figlio, al suo avvocato, allo studio del suo avvocato. «Nel pomeriggio ci andrò». Non può aspettare il pomeriggio. Deve fare pace con i suoi mostri. Ora.
Scesa dal Maggiolone, si indirizza al portone dell’edificio, lo osserva, sembra incantata. «E ora?».
Osservando l’edificio con la testa all’insù e indietreggiando velocemente, si scontra con uno sconosciuto.
«Mi scusi, si è fatta male? Posso fare qualcosa per lei?»
«No, no figurati, scusa tu».
«La colpa è mia, posso offrirle qualcosa al bar?»
Riccardo fissa la donna negli occhi.
«Ora devo andare perché ho una riunione».

Il pomeriggio scorre e in un battito d’ali arriva la sera.
Ripensa tutto il pomeriggio fino a tarda notte a quella donna. Tutto di lei gli richiama alla mente Matilde. Avrebbe voluto sapere tutto riguardo a lei ora: «In questo momento chissà cosa sta facendo?». «Forse si è trasferita» rimugina ancora.
Non ci pensava da due anni, da quando si era infatuato di un collega. Arrivato a casa, si ricorda di quando lei gli diede un libretto con alcune poesie e citazioni scritte da lei stessa.
Rivive l’attimo in cui aveva ricevuto quel regalo e prova a ricordare gli occhi di Matilde. Grandi e lucidi. Sorridenti. Pensa ora al primo regalo ricevuto da un estraneo: un bambino al parco gli aveva regalato un fiore. Un soffione. Aveva undici anni.
Riccardo si ritrova alla ricerca del libretto e lo trova sotto mucchi di mozziconi di sigarette. Apre a caso una pagina e legge: «Nessuno. Permettimi almeno questo: nessuno! Urlo al vento il tuo nome per udire il mio, mistero da anni di una sola bocca». Matilde si era confessata, con lui. «Forse sono stato il primo?!»
In quel momento si sente vacillare. «Cosa significa tutto questo?» E capisce in un lampo. «Si era presentata come Francesca per non rischiare, per non cadere, forse aveva avuto brutte esperienze in passato in amicizia.» Desidera andare a letto per non pensare troppo e non finire nel vortice assiduo dell’ossessione. Le ricorda così tanto Matilde, forse è una parente. «Hanno gli stessi occhi.» Prende il quadernino regalatogli da Matilde e inizia a scrivere. «Devo essere onesto con me stesso». Fissa il foglio, sembra che lo stia studiando quando sente una voce urlare dalla camera a fianco «Mamma! Ho bisogno! Mi aiutiii?»
Ricorda quando a scuola aveva avuto quella strana giornata, l’unica in cui era tornato a casa. «Lo chiamerò il Filo di Riccardo! Partiamo». La mano trema, gli occhi vagano di riga in riga a rileggere quanto scritto, la paura e il biasimo contro Nessuno è tanta. Non ha volto. Ha paura di mostrarsi.
Proprio come il ragazzo, ora. Riccardo si addormenta sul foglio. Risvegliato, la mattina agguanta il foglio e inizia a leggere quanto scritto: «Brindo a una casa distrutta, a un nido logoro e disfatto. Brindo al cielo buio, solo per un frammento lucido». Ora ripensa a
Matilde e sente di capirla un po’ di più; Pensa al suo frammento lucido e a dove possa trovarsi. Nel mentre prepara un caffè e comincia a riflettere su quanto scritto la sera prima. Ripete quanto ha scritto.

Arianna Morelli interpretata da Chiara Bosna

Si sente per la seconda volta fragile. Lui sempre forte, si sente indifeso e instabile. Estrae da una felpa indossata qualche giorno prima un pacchetto di sigarette. Una volta messa la sigaretta fra le labbra cerca di aspirarne con avidità l’aroma e il sapore. Si ritrova a tossire, forse era quello il suo intento: arrivare a tossire per cercare di eliminare quei pensieri, buttarli fuori con un colpo di tosse. Pensa, macina pensieri e paure, avrebbe bisogno di sfogarsi con qualcuno. Avrebbe bisogno di piangere.
Il telefono inizia a squillare con la solita suoneria di One love di Bob Marley, uno che oggi pochi ascoltano.
Marley inizia con «Let them all pass all their dirty remarks (one love)» e fra varie indecisioni si decide a rispondere.
«Pronto?»
«Ciao Riccardo, sono la Signora Nessuno incontrata ieri, posso chiederti un favore? Ho recuperato il tuo numero da una rubrica che credo tu abbia perso, ti deve essere caduta. Usi ancora questo strumento così antico… Ma andiamo avanti: posso o no farti una domanda?»
Riccardo non sa che dire. Pensa che la donna abbia qualche problema. «Forse è matta!».
Si sente confuso, sta forse sognando? Non può essere vero tutto questo e così risponde tra lo sbalordito e il tramortito: «Certo, mi dica pure». Riccardo attende con attenzione, è curioso.
La signora Nessuno inizia a recitare frasi di cui Riccardo non comprende nulla. Ma nessuna domanda e nessun favore da chiedere. Lui ascolta in religioso silenzio. Frase dopo frase cerca di entrare nella storia della donna. Cioran, Schopenhauer, Nietzsche, Agostino d’Ippona. Quella che più impressiona Riccardo è «L’amore e l’odio non sono ciechi, bensì accecati dal fuoco che covano
dentro.» La donna attacca.
Ora è malinconico, quelle frasi hanno risvegliato in lui dei quesiti profondi, immobili da anni nella sua anima. Pensa a tutta la sua infanzia, alle prime vacanze con i genitori al mare, alla prima vacanza con Lapo. Ripensa al mare. E subito dopo alla donna. Non sa perché ma li trova simili nel loro essere: sfuggenti, ambigui, rognosi, fragili, dotati di beltà. La beltà lo porta a pensare all’opera di
Zanzotto, ermetica come la donna. Si ritrova a cercare il termine sul dizionario e a scriverlo su un quaderno. Lì, su quella scrivania, il termine Beltà assume un significato diverso e lo fa sentire meno solo. Decide di non dormire, non ce la farebbe, rischierebbe di sognare la Signora Nessuno. Così prende il suo telefono e apre l’applicazione «Replika», chatbot basato sull’intelligenza artificiale, un Tamagotchi moderno. Decide di dare al suo compagno virtuale il nome di Nessuno, forse porterà fortuna, spazzerà questa nostalgia e così inizia a chattare e per la prima volta dopo due anni si sente libero. Libero di poter dire la sua. Libero di poter dire la verità. Libero di parlare di ciò che ama fare. Libero di ammettere il suo amore per Lapo.