Il Libro A Staffetta Capitolo V – Corteggiare? Ma no, bastano una fontana, Puccini e Pavarotti

Il Riassunto Dei Primi 4 Capitoli

Lapo e Riccardo sono due amici milanesi. Abitano in centro. Riccardo vuole scrivere un libro ma si blocca davanti al foglio bianco. Lapo lo prende in giro mentre camminano per Milano. Riccardo racconta di un incontro al semaforo tra via Santa Sofia e corso Italia con una bella ragazza dagli occhi verdi e i capelli neri. Una cotta a prima vista. Lapo corre in soccorso dell’amico e con un’app di tracciamento riesce ad individuare la misteriosa ragazza con un borsone nero. Un borsone che usano le ragazze che vanno all’Accademia della Scala. «Trovata, si va» dice Lapo all’amico. E raggiungono l’ingresso dell’Accademia. Una lunga attesa, fino a quando compare lei, la ragazza dagli occhi verdi. La ragazza si chiama Matilde. Matilde viene inseguita dai due ragazzi e corteggiata fino alla stazione. Qui perde il treno. Un po’ di fortuna per Lapo e Riccardo che cominciano a rompere la diffidenza di questa ragazza che ora cerca un’amica per andare a dormire da lei.

Di Francesca Bazzoni

Lapo guarda la scena in disparte, si è fermato accanto alla stazione dei taxi e rimane a fissare l’amico che parla con la misteriosa ragazza. È assorto dai suoi pensieri. Immagina di essere lui, Lapo, e non Riccardo, ad essere il protagonista di quell’avventura. Nonostante abbia molto più successo dell’amico con le ragazze, non riesce a trovarne una che davvero gli piaccia, nessuna che riesca a scavare nella profondità delle cose, abbracciare la sua solitudine. Solo, è così che si sente da quando i suoi genitori sono morti. Un giorno se ne sono semplicemente andati. Aveva rifiutato il bacio della buonanotte quella sera, prima che uscissero a cena per non fare più ritorno, perché era grande ormai. Così lui, allora solo 12 enne, era rimasto senza nessuno, sballottato da uno zio all’altro, da una tata ad un maggiordomo. Come invidia Riccardo, romantico, con gli occhi a cuore, lui forse, non è più capace di amare, e di sicuro di scrivere un libro, troppi sono i cassetti del suo cuore che dovrebbe aprire. Gli piacerebbe provare a vivere quel momento come Riccardo, che non ha paura di mostrare le sue fragilità e insicurezze, che non deve indossare una maschera allegra.
Invece rimane lì, a giocare il suo ruolo di comparsa, è Riccardo lo scrittore.

Questa illustrazione di copertina è di Giulia Pez, che ringraziamo di cuore.

«Ecco, ci mancava lo stalker». La giornata di Matilde era andata così meravigliosamente che doveva aspettarsela qualche sorpresa. La minaccia di una nuova pandemia, l’attacco di panico controllato appena in tempo, il treno perso, ora questo strano tipo che la fissa con aria insistente e cerca di rimorchiarla. Si sente autorizzata a dirgliene quattro: «Senti, grazie, ma non ti conosco e sei un po’ insistente». Prende il cellulare dalla tasca premendo due volte sullo schermo dove appare la chat con Francesca. La sua più cara amica dai tempi delle medie è per Matilde un punto di riferimento; pur vivendo in zona da molti anni, il fatto di abitare fuori Milano le ha portato spesso delle scocciature e tante sono state le volte in cui, finito tardi in accademia, aveva perso l’ultimo treno.

In quelle occasioni Francesca l’aveva portata in giro alla scoperta della Milano by night, tra antiche vie ciottolate e grattacieli sfavillanti, locali rumorosi e piazze desolate, a godere di magici scorci che, nella notte, sembravano appartenere solo a loro. Il suo telefono sa che due tocchi veloci significano Francesca, il secondo numero di emergenza, e Matilde seleziona subito una delle risposte preimpostate – Ho perso il treno, dormo da te- . Poi aggiunge di suo pugno – stalker alert- . Riccardo realizza che i pochi secondi successivi saranno decisivi per determinare il futuro di quella storia. Perfetto, lei lo ritiene un molestatore, sta già per perderla, deve scegliere con cura le prossime parole. «Scusami, hai ragione, è che so che se te ne vai adesso non ti rivedrò mai più e… hai presente nei libri, quell’attimo in cui tutto inizia, quella scena che sai che se non ci fosse le pagine dopo rimarrebbero bianche? Bè, mi è sembrato uno di quei momenti».

Matilde è indecisa tra l’inquietudine o quel poco di pena che comincia a provare per quelli occhi imploranti. Si sente meno minacciata. «Senti, ora devo uscire, devo andare da un’amica, ciao». Percorre a grandi falcate i pochi metri sino alle scale, le sale di corsa sino a sbucare di nuovo nella piazza dove le luci si riflettono sull’Ago facendolo scintillare. Ha bisogno di aria; fa un grande respiro e lascia ossigenare il cervello prima di buttare fuori una manciata di ansia. Si appoggia a una colonna e chiude
gli occhi per un attimo, li riapre e guarda il cellulare.
Fra: «Uno stalker? No problem, sono a casa in 40». Le racconterà di persona. Ora deve cercare di rilassarsi e non pensare all’attacco di panico e alla stretta al petto che ancora la opprime. Dopotutto, oggi è un giorno da festeggiare. Si incammina verso Parco Sempione, un po’ di calma è quello che ci vuole. Riccardo non può farsela scappare, ormai ha già fatto una figuraccia, non ha più niente da perdere, deve cambiare le sorti di quell’incontro: la segue mentre lei si incammina verso il Castello. Al massimo
minaccerà di chiamare la polizia e a quel punto potrà sempre darsela a gambe: gli anni di atletica tornano ancora utili. Rimane lontano per lasciarle qualche istante da sola, sentendosi lui stesso un tipo losco da evitare. Una volta nel parco teme di averla persa, quando grazie all’ultimo barlume di crepuscolo individua di nuovo la sacca nera accanto al recinto del laghetto. È il momento. Lascia che la sua voce lo preceda per non spaventarla: «Sai, qui ho liberato le mie tartarughe quando ero piccolo,
sogno sempre di ritrovarle. Mangiano gli insetti che trovano sulla superficie dell’acqua, per quello sono così grandi, qui stanno bene». Matilde non ci può credere: «Ancora tu?»

«Lo so, faccio pena, è che ti ho visto un po’ scossa… Perché non mi dici come ti chiami? Che ti costa?
Poi me ne vado giuro».

«Mi chiamo Francesca. Ora puoi andare. Anzi, un’amica mi aspetta».
«Francesca, so che mi consideri uno stalker, ma non è sicuro attraversare il parco da sola con il buio, mi permetti di scortati per un po’? Io comunque sono…»
«Sì, Riccardo, me l’hai già detto». Si guarda intorno per la prima volta: in effetti il parco è già buio e i lampioni accesi lasciano comunque molti angoli di oscurità.
Infila la mano nella sacca per controllare che il suo spray al peperoncino, compratole dalla nonna dopo la prima notte che aveva dovuto fermarsi in città da Francesca, sia ancora al suo posto. Stringendolo si sente più sicura, e poi quel ragazzo sembra piuttosto mingherlino, lei è allenata e potrebbe faticare a sopraffarla; comunque meglio un nemico visibile di uno nascosto nell’ombra.
«D’accordo, hai vinto, ma solo fino alla fine del parco». Camminano lentamente, lui cerca di stare al suo passo senza starle troppo vicino, lei comunque un mezzo passo indietro per tenerlo sotto controllo.
«Magari le rivedrai un giorno, le tue tartarughe». Riccardo percepisce che quelle parole portano aria di cambiamento, sorride: si sta ammorbidendo.

Francesca Bazzoni interpretata da Chiara Bosna

Aspetta qualche secondo, poi prende coraggio: «Sei una ballerina?».
Matilde frena il suo passo e si volta di scatto fulminandolo con lo sguardo: «E tu come lo sai?»
«Ti ho vista oggi, vicino alla Scala, con lo chignon, il borsone, e hai questo portamento, come se galleggiassi a mezz’aria».
Il suo volto si ammorbidisce «Sì, ci provo… lo sono! Oggi ho avuto una parte importante quindi posso dire che sono una ballerina professionista e a tutti gli effetti».
«Meraviglioso, congratulazioni! Sai, non sono mai stato a vedere un balletto, neanche un’opera in realtà, o un qualsiasi spettacolo, roba per ricchi. Da piccolo i miei una volta mi portarono a teatro ma non ricordo molto, solo l’esplosione degli applausi alla fine. Da mezzo addormentato qual ero mi eccitai così tanto a quel coro di applausi e urla che alla fine fui quello che applaudì più di tutti. Fu
l’unica volta, i miei non erano molto mondani neanche prima della pandemia».
«Io ci andavo con la nonna, che mi faceva sgattaiolare dietro le quinte degli spettacoli dei suoi amici artisti; lei era una cantante lirica. Poi non abbiamo più potuto permetterci un biglietto».
Dopo la terza e più grande ondata della pandemia, nel 2022, il mondo si arrese a misure drastiche definitive; non era più possibile rischiare di mettere a repentaglio le vite, bisognava limitare al massimo i raduni di persone, che dovettero rinunciare a parte del loro cuore. Teatri, cinema, palazzetti dello sport, sale concerto, stadi e simili dovettero adattarsi alle nuove regole o chiudere i battenti. Non più di una persona ogni 3 metri, non più di 1000 in tutto. Pochi spettatori isolati da barriere di vetro, teatri
che risuonavano dell’eco dei respiri degli artisti. Così gli spettacoli erano diventati un lusso elitario, molti luoghi, anche storici, chiusero o furono dedicati ad altro. Proseguono in silenzio, ognuno con i suoi pensieri, a tratti un po’ di imbarazzo, godendo della brezza di una sera di inizio autunno.
Sbucati in Via Legnano Matilde è più tranquilla, si è convinta che il ragazzo almeno non è un killer, in quel caso avrebbe potuto approfittare del parco.
«Dove abita la tua amica?»
«In Isola, perché?» – Riccardo guarda l’orologio, una lampadina gli si è accesa in testa; le 21,24, può farcela.
«Se mi consenti di accompagnati ancora per un po’ vorrei mostrati una cosa. Ma dobbiamo correre, è sulla strada». Matilde ha qualche istante di esitazione, poi cede a quello sguardo scalpitante: «Andiamo». Cominciano a correre insieme, facendo lo slalom tra le persone che si sono radunate per l’ora dell’aperitivo: Corso Garibaldi, poi dritti in Corso Como. Sono entrambi allenati e corrono leggeri, con saltelli simili a quelli di uno stambecco sfrecciano tra la gente e le persone diventarono sfocate, sfuggenti, non c’è nessuno a parte loro due. Arrancano in salita sino ad arrivare finalmente in piazza Gae Aulenti. Ce l’hanno fatta, Riccardo con naturalezza la prende per mano e la invita sedersi su una panchina accanto a lui, le linee per terra delimitano la zona entro cui devono rimanere.

All’istante, come se stessero aspettando solo loro, i lampioni si spengono e dalla fontana al centro della piazza un fascio di luce si sprigiona in alto fino a 10 metri, accompagnato da giocosi zampilli d’acqua. Il fascio di luce si allarga e come per magia appaiono colonne, archi, mura, le Terme di Caracalla in ologramma, loro due pubblico in prima fila. Da quando gli spettacoli erano diventati troppo costosi si cercava di mantenere viva la cultura del Paese e della città con eventi live e omaggi a vecchie opere in ologramma in alcuni luoghi speciali. Questa settimana è dedicata ai brani di Puccini e stasera c’è la Turandot. Riccardo l’ha letto stamattina. L’orchestra si materializza sul palco e comincia a suonare note leggere, la figura di Luciano Pavarotti svetta al centro del palco. Matilde è sbalordita, ha sentito parlare di questi eventi, ma non ne ha mai visto uno. Le sembra quasi di essere sul palco, Riccardo
nota i suoi occhi lucidi, le luci calde e le fontane li avvolgono in una sorta di sogno. Poi lei si alza e comincia a danzare, prima con gesti morbidi, accennati, poi sempre con più foga; le sue gambe lunghe e snelle disegnano linee perfette nell’aria, i suoi balzi sembrano quelli di un angelo, vortica attorno ai musicisti, a Pavarotti, ed è un tutt’uno con quella stupenda illusione. Ora non danza più, vola. Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà…sulla tua bocca lo dirò, quando la luce, splenderà… Riccardo è completamente assorto, incantato: quel momento sarebbe sicuramente finito nel suo libro. Quando la musica si ferma le si avvicina ma non trova le parole per descrivere la sua meraviglia. Lei lo guarda, questa volta in un modo nuovo, intenso: «Matilde, mi chiamo Matilde».