Tre pillole, così la scienza mi salva la vita tutti i giorni | Il Bullone

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Di Ada Andrea Baldovin

Sarei dovuta nascere per morire. Era un destino quanto meno molto probabile. Fu data a mia madre possibilità di scegliere, ma nonostante le voci che le suggerivano l’aborto, lei ha scelto per la vita.

Oggi ho 22 anni, studio, lavoro, amo e ho una vita praticamente equiparabile a quella dei miei coetanei. Sembra paradossale, ma ventidue anni fa non lo era affatto. Non lo è tuttora.

Oggi, benché la mia vita da fuori possa essere recepita come «del tutto normale», non potrei vivere senza delle cure specifiche. Letteralmente, se non mi curassi, morirei. Non si tratta di cure invasive (nella maggior parte dei casi), però senza quelle tre pillole che mi prendo tutti i giorni, non potrei essere ora alla scrivania a scrivere questo articolo. La scienza e la ricerca mi salvano la vita tutti i giorni.

Per la maggior parte del tempo neanche ci fai caso a questa cosa – dopo ventidue anni, prendere le pillole è una routine talmente naturale durante la giornata, che non hai modo di metterti a riflettere sul perché tu le stia prendendo – ma delle volte invece ti capita di fermarti a pensare «oh, aspetta, ma se smettessi di prenderle che cosa succederebbe?». Questo pensiero che hai sempre nel subconscio fa capolino come una sorta di allarme, un avvertimento «attenzione! attenzione! non sei immortale», quasi con tono sarcastico, «né tantomeno indistruttibile».

Una vita appesa ad un filo di pillole.

Non vivo nell’ansia della morte, questo è certo, comunque qualcosa che non va c’è. Mia madre ha sempre avuto fiducia nella mia vita, anche quando nemmeno i medici ne avevano, ma io, io, che cosa ne sto facendo della mia, alla fine? Qual è oggi il mio contributo nel mondo dopo aver lottato così tanto per restarci, dopo che così tanta gente ha creduto e investito sulla mia vita?

Spero possa essere un contributo positivo, forse non di quelli da prendere come esempio di vita in tutte le situazioni, ma pur sempre positivo. 

Ad oggi forse lascerei sparso qualche sorriso sulle labbra di chi mi ha conosciuta per quella che sono: una ragazza che ha sempre voglia di scherzare, fin troppo! Lascerei delle foto imbarazzanti, e probabilmente un po’ di pace in ufficio. 

Lascerei, spero, qualche spunto di riflessione.

Non posso sapere cosa ci sia dall’altra parte, so per certo però che i fantasmi esistono, ma questa è un’altra storia.

Io non sono immortale, e il mio contributo nel mondo, per ora, si limita alla mia esistenza che ad ogni modo non è per nulla scontata, vista la fatica per farmi nascere.

L’immortalità è un concetto talmente astratto che non riesco a percepirne la portata. Qualcosa che non finisce mai. 

Da che storia è storia, ma soprattutto nell’ultimo secolo, il tempo è tutto: scandiamo ogni secondo della nostra vita e quei numeri sullo schermo ci ordinano costantemente di fare qualcosa. Immaginarsi un «tempo» senza lancette, dove notte e giorno sono relativi, dove si possa percepire l’infinito in un’unica frazione di secondo. Quasi mi terrorizza. Si passa già troppo tempo oggi a pensare alle ansie di domani, forse bisognerebbe solo cercare di vivere costantemente nell’attimo, per assaporare quei frammenti di infinito e immortalità ai quali tutti nel cuore bramiamo, nel tentativo di esorcizzare il più naturale dei fenomeni, la morte.

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