STEFANO BOERI: GRATTACIELI E UN FIUME VERDE

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Di Eugenio Faina

Stefano Boeri, architetto milanese classe 1956, ha raccontato alla redazione del Bullone le varie sfumature del mestiere di architetto, mostrando grande sensibilità verso tematiche sociali quali povertà, inquinamento e urbanizzazione eccessiva, problemi che Boeri ha avuto modo di toccare con mano nel corso della sua brillante carriera. Nel 2015 ha vinto il premio per il più bel grattacielo del mondo. Ha esposto i suoi recenti progetti con estrema chiarezza e, cosa fondamentale nell’ambito dell’appuntamento fisso delle interviste del Bullone, si è reso disponibile a rispondere a una serie di domande che i ragazzi di B.LIVE e i volontari gli hanno posto:

Più torri e meno consumo del suolo. Perché?

« Dobbiamo renderci conto della gigantesca energia demografica dell’ essere umano. Dobbiamo aver presente che ogni minuto nascono quattordici bambini a Shanghai, trentuno a Mumbai e dodici a San Paolo. Ogni anno in Cina quattordici milioni di abitanti migrano dalle campagne alle città, fino ad arrivare a far nascere immense situazioni urbane capaci di raggiungere i tredici milioni di abitanti.  Come questo influisce sul tenore di vita dei suoi abitanti? Che cosa vuol dire per noi architetti lavorare in contatto con questi tipi di città? Lavorare con una città non significa solamente far sorgere un “episodio di architettura”, bensì prendersi cura del senso della vita di una comunità. La crescita verticale è inevitabile, oggi in Italia ce ne stiamo accorgendo, anche se un po’ in ritardo, cercando di far crescere le città all’interno dei loro stessi confini, per non rubare più terreno all’agricoltura e agli spazi verdi. È così che alcuni architetti hanno provato a portare la natura, gli orti e i boschi (verticali) all’interno della metropoli».

Può parlarci del progetto “Multiplicity”?

«Multiplicity è un’agenzia di ricerca fondata alla fine degli anni ’90 in cui sociologi, economisti, artisti e architetti collaborano per condurre inchieste sul territorio. I tre progetti più rappresentativi sono “Uncertain State of Europe”, con il quale abbiamo studiato i fenomeni comuni a tutte le città europee di auto organizzazione dal basso; “Solid Sea”, che ha messo in luce nel 2001 il problema del Mediterraneo come “solido” mare di morte, nel quale le rotte turistiche e commerciali non incrociano mai quelle tragiche dei migranti; “Borders” invece ha analizzato la persistenza di confini anche nel mondo globalizzato».

Quanto il lavoro di architetto è un lavoro “politico”?

«Essendo appassionato di politica mi piace pensare che lo sia, ed è ovvio che l’architettura, cambiando spazi che intercettano la vita di migliaia di persone, svolga una certa funzione politico-sociale. Inoltre siccome moltissime questioni politiche all’ordine del giorno sono questioni di spazi e costruzioni, l’architettura con le sue suggestioni e le sue previsioni può diventare un potente strumento nelle mani di un politico».

Milano è carente dal punto di vista degli spazi pubblici dedicati allo sport. Quale potrebbe essere una soluzione logistica?

«Gli scali ferroviari costituiscono un’inaspettata ma fondamentale risorsa. Sono grandi spazi ormai inutilizzati sparsi per tutte le zone della città e collegate da un fiume di binari dismessi. Sarebbe bello che chi si occupa di politica pensasse a trasformare questi spazi in luoghi utili al benessere dei cittadini: il triste fiume grigio potrebbe essere sostituito da un “fiume verde” che attraverserebbe Milano passando per questi luoghi di sport e salute».

Si è rotto il patto tra “periferia” e “centro”? O non c’è mai stato? Come si può ricostruire questa alleanza tra i vari settori di una città?

«Il conflitto rende visibile le differenze: è molto più subdola l’invisibilità del malessere. Se pensiamo al problema del terrorismo, per esempio, non comprendiamo come molti dei ragazzi che sposano l’ideologia jihadista siano cresciuti in quartieri tutt’altro che disagiati delle nostre grandi città europee. Non è tutto riconducibile al problema sociale delle “banlieu”: i problemi sono radicati più nel profondo. La rottura del patto avviene quando non si è in grado di guardare in faccia l’altro».

Per concludere, quali sono le sue tre parole?

«Data la mia professione, direi che le mie tre parole sono rischiare, inventare e costruire».

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