Speciale Halloween – LA STORIA DI CARLA

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Di Ada Andrea Baldovin

Cari amici del CHE BLOG ! Halloween si avvicina e, dal momento che si tratta di una delle mie feste preferite, vi renderò partecipi – con grande gioia vostra – delle mie numerosissime pippe mentali. Come se di solito non lo facessi… .

In questa puntata di “come autoprocurarsi l’insonnia” vi racconterò una storia vera e terribile, accaduta in un paese oggi completamente disabitato nel profondo Cadore di cui non posso dirvi il nome perché questo articolo andrà sul web e non vorrei offendere nel caso gli interessati. Buona lettura!

Un paesino al centro di una vallata coronata di montagne altissime e imponenti di pietra che fanno calare il sole molto in fretta, tanto che delle volte, durante il giorno, nemmeno si fa in tempo a scorgerlo. 

Si stava concludendo l’autunno del 2002 e il sole che stava calando era come al solito nascosto, ma i colori del tramonto si proiettavano sulla roccia fredda delle montagne facendole prendere un meraviglioso color salmone. La neve era già alta, e di tutti i focolari del paese solo uno era acceso, l’ultimo.

Negli anni infatti – a poco, a poco – tutti coloro che c’erano nati decisero di emigrare altrove. C’è chi prese questa scelta perché il paese era scomodo, poco accessibile, altri per andare a caccia di quel sole che faceva capolino per sbaglio solo un’ora durante il giorno, altri ancora…beh, pensavano che il paese fosse fin troppo affollato.

Ho detto affollato? Sì, perché nonostante le persone che abitavano il paese fossero poco più di un centinaio, le mura delle abitazioni erano (e sono) tenute in piedi, da coloro che vi abitarono in passato. 

L’intero territorio del Cadore infatti non è solo occupato sin dall’antichità, ma le famiglie che lo popolano sono sempre state lì, nelle loro case (antiche quanto il nome di famiglia), che hanno visto nascere crescere e morire generazioni intere. Era noto ovunque che nelle abitazioni non tutti i proprietari fossero contenti dei nuovi inquilini, ci fu dunque chi preferì allontanarsi prima di finire intrappolato in quelle mura per sempre.

A scaldarsi, davanti a quell’unico focolare, c’era Carla. Non era del posto, era nata in un paese non molto lontano e lì viveva insieme al suo compagno. Una settimana prima ricevette la notizia che sua nonna, ultima abitante rimasta di quella piccola vallata, era deceduta. Cause naturali, dissero. Era una signora vecchia che aveva deciso di vivere i suoi ultimi giorni lì dove era nata e cresciuta. Il suo cadavere venne ritrovato diversi giorni dopo steso sul letto, quando la famiglia, allarmata dopo non aver ricevuto risposte al telefono, mandò la polizia a controllare.

Carla si offrì allora di andare a recuperare alcuni degli oggetti di famiglia: antiquariato, gioielli e foto.

Al suo arrivo la casa era disabitata da poco meno di un mese perciò non si stupì poi tanto che fosse ancora perfettamente a posto, fece caso però ad un particolare importante: i cadaveri puzzano, la casa però profumava inspiegabilmente di fiori. Iniziò a raccogliere le cose e a caricarle in macchina, stanza per stanza fino ad arrivare nella camera degli ospiti, la quale in origine altro non era che la camera della sua bisnonna. Non correva buon sangue tra lei e la figlia che venne diseredata molti anni addietro per non aver preso i voti. Quella camera infatti, non venne mai aperta dalla nonna di Carla, intimorita ancora dopo tanti anni dalla presenza di chi la reputava addirittura un errore.

Nonostante tutto la chiave della camera era ancora appesa ad un chiodo nell’ingresso e Carla non  ci pensò due volte ad entrare.
Se in precedenza le condizioni della casa non la colpirono, questa volta non fu lo stesso. La camera era perfetta. Non un dito di

polvere sui mobili, le finestre chiuse ma con le ante esterne aperte per far entrare la luce, non un po’ di fuliggine, niente insetti e un vaso con dei fiori dentro, non erano appassiti ma anzi sembravano in piena salute, erano loro ad emanare quel profumo in tutta la casa. Tutto era rimasto congelato nel tempo per decenni.

In quella stanza Carla sapeva si trovare un oggetto a lei molto caro: un ritratto raffigurante la sua bisnonna. Era un oggetto antico che testimoniava il lignaggio di una delle famiglie più antiche dell’intera zona. Il quadro era appeso al muro proprio di fianco alla finestra. 

Come ho accennato, in quei posti il sole cala molto velocemente e alle sette era già notte. 

Non v’era un lampione in giro, o almeno nessuno che funzionasse, dal momento che non era rimasto nessuno a pagare per la corrente.

Carla aveva ancora qualcosa da mangiare con se, residui del pranzo, e vedendo che la casa era pulita e confortevole, avvisò a casa che sarebbe rimasta lì a dormire perché di sera le strade innevate in montagna si ghiacciano e i tornanti scivolosi al buio intimoriscono anche coloro che in quelle zone ci sono nati.

Mai scelta fu più scellerata.

La neve cadeva leggera quella sera, il cielo era bianco e un silenzio assordante circondava l’intero paese. Non una bava di vento, non una macchina, non si udiva altro per chilometri se non i passi di Carla e i battiti del suo cuore.

Mentre si preparava per andare a dormire pensò che il letto di sua nonna non sarebbe stata la scelta migliore, d’altronde era lì che fu trovata morta. L’unica stanza che le sembrava opportuna era la camera da letto della sua bisnonna, ci pensò su ma alla fine ne convenne che sarebbe stata un’idea terribile. Perciò prese una coperta dall’armadio e si sdraiò sul divano al piano di sotto, cercando di addormentarsi guardando la neve che cadeva fuori dalla finestra.

A volte il silenzio può essere davvero assordante, e quella sera era insopportabile. L’idea di essere l’unica persona nel paese di notte non faceva chiudere occhio a Carla che si girava e rigirava sul divano. Fuori era buio e mentre cambiava posizione i suoi occhi cadevano prima sulla fodera del divano, poi sul ritratto della sua bisnonna appeso alla parete, poi nuovamente sul divano e ancora sul quadro, finché non si chiusero.

Al suo risveglio il sole stava facendo timidamente capolino tra le montagne e i suoi raggi battevano sulle cime più alte, ma non ancora sul paese. Gli occhi di Carla si aprirono verso la finestra. La notte era passata e lei era illesa, intenta a ripartire il prima possibile per fare colazione con il suo compagno. Alzandosi dal divano diede un altro sguardo fuori dalla finestra: “Dov’è il quadro?”.

Non era mai stato appeso, era già stato messo in macchina il giorno prima, pensò si trattasse solo di un sogno.

Andò in bagno per sciacquarsi la faccia ma quando aprì il rubinetto si accorse che mancava l’acqua, del resto se manca l’elettricità chi paga per l’acqua? Alzò lo sguardo verso lo specchio e si vide sorridere, un sorriso ampio (forse troppo) che metteva ben in mostra i denti, la testa un po’ china e gli occhi alzati. Lei non stava ridendo.

CONTINUA IL 31 OTTOBRE !

Cari amici del CHE BLOG ! che dire, se siete curiosi di sapere come continuerà e andrà a finire la storia di Carla dovrete aspettare il 31 ottobre, proprio la notte di Halloween. Chissà che anche il riflesso sul vostro specchio non sia quello di qualcun altro.

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