SILVIO GARATTINI: “MARIO NEGRI SE NE VA PER UN TUMORE E MI LASCIA SOLDI E UN SOGNO. NASCE LA RICERCA IN ITALIA”

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Sorridente, elegante, pragmatico. Così Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, si siede tra i giovani giornalisti del Bullone. Classe 1928, di formazione perito chimico, ottiene l’accesso alla Facoltà di Medicina non senza lottare. «In quegli anni potevano andare all’università solamente i giovani usciti dal classico o dallo scientifico», afferma il professore con sincerità «allora mi sono rimboccato le maniche, ho studiato e ho sostenuto gli esami che mi mancavano». L’ammissione a Medicina è solo il punto di partenza per una valida ascesa tra mondo accademico e laboratori di ricerca. «In quegli ambienti mi sentivo perfettamente a mio agio», racconta entusiasta «e i colleghi di medicina riuscivano a valorizzare le conoscenze pratiche che avevo acquisito come perito chimico». È il 1957 quando Silvio Garattini ha la possibilità di visitare diversi laboratori farmacologici tra New York e Los Angeles. «Non posso nasconderlo, sono rimasto stupito. In Italia la ricerca era considerata un’attività accessoria, negli Stati Uniti una vera professione. E altrettanto rivoluzionario era il concetto di fondazione non a scopo di lucro. Così, quando sono tornato in Italia, ho raccontato il mio viaggio ad alcuni colleghi e ho capito che le ipotesi erano due: lasciare il Paese e trasferirsi oltreoceano, oppure rimanere qui per cercare di cambiare le cose. Ovviamente non sono più ripartito». L’anno successivo, la svolta. Si presenta alla Facoltà di Medicina un gioielliere atipico, un imprenditore filantropo, un uomo di nome Mario Negri che chiede del direttore, momentaneamente assente. «È stato un colpo di fortuna», ammette Silvio Garattini «se il direttore fosse stato in ufficio la storia avrebbe preso un risvolto diverso. Mario Negri invece venne da me e mi chiese dei consigli riguardo a dei possibili investimenti nel campo dell’industria farmaceutica. Devo essergli piaciuto, altrimenti non sarebbe tornato una seconda volta». Tra il 1958 e il 1959 si consolida così, l’amicizia tra un brillante universitario e un eclettico magnate. «Mario Negri è stato il primo a credere nel progetto di una fondazione dallo stampo americano», racconta luminoso il professore «e ci ha davvero creduto fino alla fine». È nel 1960, infatti, che Mario Negri scopre di avere un tumore molto avanzato e solo qualche mese di vita. «Non potrò mai dimenticarlo. Mi ha chiamato due settimane prima di morire dicendomi di stare tranquillo, che tutto ciò di cui avevamo discusso, lui l’aveva portato a termine. Non capii cosa volesse dire fino all’apertura del testamento quando mi sentii nominato direttore del futuro Istituto Farmacologico. Mario Negri mi aveva lasciato 100 milioni di lire e le azioni della sua ditta farmaceutica. Ero incredulo, il mio sogno stava prendendo forma». Avversità burocratiche, screzi con il mondo accademico e difficoltà logistiche remano contro corrente, ma in Silvio Garattini sopravvivono tenacia e forza di volontà. L’Istituto Mario Negri apre nel febbraio del 1963, grazie anche al supporto di fondi USA per la ricerca. «Che cosa facciamo? Tre cose fatte bene: ricerca, formazione e informazione», afferma orgoglioso il fondatore «questi sono i pilastri che ci permettono di essere ciò che siamo. La ricerca spazia dalle malattie rare a quelle ambientali, dai tumori alle neuroscienze; la formazione continua di giovani ci permette di godere senza sosta della loro mentalità creativa e l’informazione ci dà la possibilità di avere un rapporto diretto con il pubblico, condividendo le nostre conoscenze». Silvio Garattini non eccede in presunzione, ha l’animo plasmato da anni di ricerche scientifiche, tra sconfitte e soddisfazioni. «Essere ricercatore è uno stile di vita», dice «e noi sbagliamo in continuazione. Questo è frustrante. Ma la speranza di poter scoprire qualcosa di nuovo, di fare un piccolo passo in avanti per aiutare qualcuno, è il miglior carburante per continuare a fare questo lavoro». Cala il silenzio in redazione, davanti a ottantotto anni di saggezza e di entusiasmo. Poi la prima domanda e, come un fiume, tutte le altre. «Se ci saranno mai dei vaccini contro i tumori e l’AIDS? Per i primi no, di certo non quelli di tipo preventivo. I tumori sono troppi e troppo diversi uno dall’altro, anche se stiamo facendo notevoli progressi nel combattere i melanomi» spiega con serietà «per quanto riguarda l’AIDS nascerà a breve un vaccino avanzato, capace di eliminare questa malattia, come è stato fatto con il vaiolo e la poliomielite. La ricerca non si ferma mai». Tra progetti oltreoceano e nell’Africa più povera, tra programmi visionari e forse un po’ folli, Garattini ci saluta con un insegnamento: si può sempre fare qualcosa in più. Sempre.

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