Siamo tutti immigrati La storia della mia famiglia divisa tra Australia, India, Argentina, Florida e Francia

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Di Ada Andrea Baldovin 

Negli ultimi anni i media di tutto il mondo, ma in Italia specialmente, si sono sbizzarriti nel trattare l’argomento immigrati. Profughi che arrivano, che scappano dai loro Paesi d’origine a causa delle condizioni di vita diventate insostenibili. C’è chi si lamenta al riguardo, chi pensa che il nostro Paese non sarà più lo stesso «per colpa» di questa situazione, maforse si è dimenticato che più o meno un secolo fa in Italia non si viveva meglio rispetto a quei luoghi da dove oggi la gente scappa: c’era la fame, il mondo si muoveva velocemente e noi non riuscivamo a stargli dietro. Ecco perché milioni e milioni di italiani sono fuggiti all’estero. Portarono con loro cose buone come Frank Sinatra, la pasta e la pizza; e cose peggiori, come la Mafia. In ogni Paese al mondo ci sono buoni e cattivi.

Questa è la storia di due famiglie italiane, una del nord e una del sud. A volte si pensa (nel nostro piccolo) che anche questi due mondi siano diversi, ma i Frison e i DeBenedictis in realtà si sono sempre assomigliati più di quanto loro stessi avrebbero mai voluto ammettere.

Verso la fine del XIX secolo, durante la rivoluzione industriale, il mondo stava vivendo un profondo e radicale mutamento. Nuove tecnologie erano all’orizzonte, come la macchina da scrivere, il telegrafo e la ferrovia; quest’ultima cambiò totalmente la visione dei commerci e dei viaggi, rendendoli più veloci e più comodi. Questo fece rapidamente abbandonare l’idea delle carovane trainate da cavalli, le quali per poter arrivare in Italia dovevano inevitabilmente passare per le Alpi, e in alcuni casi proprio dalle bellissime Dolomiti, rese così affascinanti anche dai piccoli paesini posti nelle vallate. In uno di questi ci viveva la famiglia Frison. I Frison abitavano la prima casa del paese e avevano un’attività di stazionamento per le carovane dove i cavalli venivano ferrati e le carrozze sistemate. Avevano una bellissima fucina attrezzata e sempre una camera disponibile per i viaggiatori stanchi. Ma con l’avvento dei nuovi mezzi di trasporto, i Frison si videro portar via tutto. Nessuno, potendo approfittare della comodità della ferrovia, procedeva più per quel paesino sulle Dolomiti, il quale iniziò velocemente a collassare. Per riuscire a sopravvivere a tale crisi non c’erano molte soluzioni. Senza istruzione o dote, il capofamiglia Giovanni Frison si vide costretto a prendere la più dura delle decisioni. Partì da Genova con un bastimento e niente in tasca. Alla volta dell’Argentina e trovò lavoro come giardiniere a Mendoza. Poco dopo anche il figlio Bortolo si vide costretto a prendere la stessa decisione, ma con destinazione Cordoba, diventando anch’esso giardiniere presso famiglie altolocate. Una volta riusciti a mettere da parte un bel gruzzolo i due tornarono al paese, non prima di aver lasciato eredi del cognome oltreoceano. Anni dopo tornò la stessa situazione e i figli di Bortolo iniziarono a cercare fortuna altrove, c’è chi è andato in Australia, come Arcangelo, i cui nipoti oggi hanno un’impresa edile ben avviata a Sidney; o chi è andato in Svizzera e che racconta di come in quella regione non facessero entrare gli italiani nei bar o sui mezzi pubblici (questo negli anni sessanta); o in Belgio a Liegi, come Manlio, che pur di lavorare per la sua famiglia è morto per le esalazioni delle miniere di carbone dopo esser sopravvissuto al disastro di Marcinelle; o addirittura in Sudafrica come i nipoti più giovani che aprirono una gelateria nella periferia di Johannesburg, a Soweto. Insomma, senza contare anche quel cugino che è diventato missionario in India, oggi i Frison possono vantare un elevato numero di parenti sparsi per tutto il mondo.

Pochi decenni dopo a Napoli, i DeBenedictis si trovarono ad affrontare la medesima situazione. La guerra portò fame e distruzione nella città, le bombe distrussero le abitazioni e i negozi e non furono in pochi a perdere la famiglia, per questo molti preferirono rifarsi una vita altrove. Uno tra tutti fu Francesco DeBenedictis, che durante i bombardamenti perse casa e molti familiari, diede addio al golfo di Napoli e aprì una pizzeria in Florida, oggi ancora in attività e gestita dai nipoti. Maria invece si innamorò follemente di un giovane soldato inglese e si trasferì a Romford per sposarlo. Oggi i loro nipoti ancora sono in contatto con i cugini rimasti nel Bel Paese; e infine Nicoletta e Pasquale, dopo aver visto la propria attività andare in fiamme, accettarono l’invito di alcuni parenti a seguirli a Lione, in Francia, dove riuscirono a far risorgere il loro guantificio. Insomma, non pochi spostamenti.

Entrambe le famiglie hanno portato e hanno fatto parte di loro stesse all’estero. Famiglie che scappavano dalla fame e dalla miseria, da un Paese distrutto dalla guerra che ormai non avrebbe più offerto nulla. Provate ad immaginare cosa voglia dire vedere la propria terra, la propria famiglia allontanarsi sempre di più dalla nave e sapere che con ogni probabilità non ci sarà più modo di rivederle.

Tenco al riguardo cantava «ciao amore, ciao». Ora quando vediamo arrivare i barconi in Sicilia ci dimentichiamo di quando noi italiani arrivammo al porto di Ellis Island, di come anche noi eravamo sporchi, denutriti, miserabili, con gli occhi pieni di speranza per il futuro e di terrore per quello che avevamo visto. Gli americani avevano paura, improvvisamente si sentivano una minoranza. Noi non portammo solo la pizza a New York, portammo la cosa peggiore del nostro Paese: la mafia, la corruzione. Oggi però sembra che tutto questo non sia mai successo. Siamo pronti a guardare con ammirazione l’ultima pop star italo americana, senza chiederci come ci è arrivata nel Paese che le ha dato fama.

Il racconto riportato in questo articolo è tratto da una storia vera, la stessa che si può ascoltare accanto a qualsiasi focolare italiano. Chiunque da noi ha almeno un parente all’estero, allora perché guardare con disprezzo chi fa lo stesso venendo qui per stare meglio?

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