Sergio Harari: tutto quello che c’è da sapere sullo smog. Più coscienza civile

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Di Sofia Segre Reinach

 Sei domande al dottor Sergio Harari, uno dei migliori pneumologi d’Italia e esperto di inquinamento-salute.

Lo smog ammala, uccide. Voi medici lo dite sempre, ma nessun fa niente. Perché?

«Forse è un po’ colpa di tutti noi se lo smog è scomparso, sparito dai dibattiti pubblici, dimenticato dai giornali, sotterrato dalla crisi. Così dei problemi dell’inquinamento se ne parla sempre meno, eppure, come un convitato di pietra, è qui tra noi, non ci ha mai lasciato. Circondato da una impalpabile indifferenza è solo meno visibile alle nostre coscienze. Dimenticarcene è stata la nostra colpa, una rimozione forse inconscia, rispetto alle tante emergenze che quotidianamente assediano le nostre vite in questi tempi di crisi e di cambiamenti radicali. Ma le dimenticanze si pagano. La verità è che alla politica italiana di certi problemi, come quello dell’aria, non è mai importato molto, prova ne sia l’assenza dei temi “verdi” dall’agenda politica di qualsiasi partito. Resta solo ai cittadini scegliere tra l’oblio o la coscienza civile».

Esiste una correlazione tra inquinamento e cancro?

«Per esprimere un parere bisogna partire da alcuni dati. Importanti ricerche, come lo studio Escape, hanno provato che l’inquinamento causa il cancro polmonare e aumenta il rischio di quello vescicale, aumenta la mortalità per scompenso cardiaco, riduce il peso alla nascita dei neonati, oltre a molti altri effetti negativi sull’apparato respiratorio e su altre parti dell’organismo. Sulla base di questi dati, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro hanno incluso per la prima volta l’inquinamento dell’aria, e soprattutto il particolato (Pm10 e Pm2,5), nel gruppo 1 delle condizioni carcinogeniche, il più pericoloso». 

C’è un legame tra fibrosi polmonare e inquinamento? Ci sono nuove scoperte? 

«Ora si scopre che l’inquinamento da traffico potrebbe essere corresponsabile di una malattia polmonare rara, la fibrosi polmonare idiopatica. L’indagine, condotta dal mio team insieme a ricercatori del Centro di Studio e Ricerca sulla Sanità Pubblica dell’Università di Milano-Bicocca, ha messo sotto la lente i nuovi casi di malattia registrati in Lombardia fra il 2005 e il 2010, individuati attraverso i database sanitari amministrativi, e li ha confrontati con i dati sull’inquinamento atmosferico raccolti nelle aree di residenza dei pazienti. I casi studiati sono oltre duemila e gli inquinanti di cui si è tenuto conto sono il Pm10, il biossido di azoto e l’ozono: valutando l’associazione fra insorgenza della fibrosi ed esposizione cronica a questi composti è risultato una associazione fra lo sviluppo di fibrosi polmonare e aumento nell’aria di biossido di azoto,  prodotto in gran parte dagli scarichi dei motori. Il dato indica che chi è stato esposto a una concentrazione più elevata del gas ha un rischio più alto di andare incontro alla malattia. Per ogni incremento di biossido pari a un microgrammo per metro cubo d’aria cresce dello 0,5 % l’incidenza della malattia. Per Pm10 ed O3 non abbiamo rilevato associazioni significative, mentre abbiamo stimato che se il livello di esposizione cronica a biossido di azoto si alza di 10 microgrammi per metro cubo l’incidenza di fibrosi polmonare idiopatica sale tra il 4,25 e l’8,41%. Ed è più elevata dove i livelli di biossido di azoto superano i 40 microgrammi per metro cubo: una correlazione così importante da consentire di mappare i casi lungo il corso di un’arteria stradale molto trafficata, per esempio, lungo l’autostrada A4. Ma oggi sappiamo anche altre cose. Per esempio che le donne in gravidanza sono a maggior rischio di crisi ipertensive e di gestosi se esposte all’inquinamento, e sappiamo anche che i bambini possono nascere pretermine e sottopeso, i loro polmoni possono crescere più lentamente e il loro sviluppo cognitivo è disturbato. Sappiamo che Parkinson, demenza senile e sclerosi multipla sono sempre più frequenti anche a causa dell’inquinamento». 

A rischio i bambini: che cosa consiglia?

«Non ho ricette magiche, posso solo citare i dati. Ad esempio un recente studio condotto a Boston ha valutato l’impatto dell’inquinamento atmosferico su bambini da 0 a 7 anni. I metodi di analisi della ricerca, pubblicata sulla rivista della società americana di pneumologia, sono stati particolarmente accurati e hanno incluso rilevazioni da satellite degli inquinanti (Pm 2,5), modelli geo-spaziali (per la valutazione del Black carbon) oltre a altri fattori come la distanza dell’abitazione da strade di grande traffico».

Più verde per Milano: è un miraggio del quale molto si discute. Quali sarebbero i reali vantaggi per la nostra salute?

«Certamente si proteggerebbero dal traffico le aree destinate al verde pubblico, già questo sarebbe molto, ma forse non solo: negli ultimi anni è stata suggerita da alcuni studi la possibilità di una certa “compartimentalizzazione” dell’inquinamento, le aree verdi sarebbero forse un po’ più protette dai veleni dell’aria. Un esempio è dato dallo studio che ha documentato come per un soggetto asmatico sia meglio camminare a Londra a Hyde Park o in una trafficata strada del centro cittadino come Oxford Street. Nei nuovi parchi potremmo quindi camminare, fare sport e far giocare più tranquillamente i nostri bambini, tutte cose bellissime, ma un problema esiste: l’inquinamento può aumentare l’azione allergenica dei pollini. I diversi componenti dell’inquinamento possono agire con diverse modalità. Possono irritare le vie aeree predisponendole alla maggiore azione allergica di alcuni pollini, come ad esempio l’ozono, i cui livelli a Milano sono in continua crescita, oppure possono, come i particolati, veicolare i pollini nei nostri bronchi in maniera ancora più diffusa di quanto non avvenga normalmente, raggiungendo anche aree molto periferiche».

Ci sono nuovi dati sull’inquinamento?

«Come ha scritto recentemente il mio collega e amico Piermannuccio Mannucci, fino a pochi mesi fa, le due maggiore fonti di informazioni attendibili sul numero di morti premature ed evitabili associate all’inquinamento dell’aria fornivano dati globali sostanzialmente concordanti. Sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che il grande progetto di valutazione comparativa di vari fattori di rischio, noto come Global Burden of Disease (GBD) e finanziato dalla fondazione di Bill e Melania Gates, citavano un numero annuale di morti di poco superiore a 4 milioni nel mondo, per quanto riguarda l’inquinamento dell’ambiente esterno (outdoor) da particolato. Queste stime già drammatiche per la salute dell’uomo sono state recentemente rivoluzionate in peggio da uno studio condotto da un gruppo di epidemiologi di otto paesi (Canada, USA, Olanda, Cina, Spagna, Regno Unito, Austria e Italia, rappresentata da Francesco Forastiere e Giulia Cesaroni del Dipartimento di Epidemiologia del Lazio). Essi hanno dimostrato che la mortalità globale annuale ed evitabile legata all’inquinamento dell’aria dalle sole polveri sottili PM2.5 è più del doppio di quella precedentemente calcolata: quasi 9 milioni di morti! Perché questi dati sono più attendibili? Rick Burnett e collaboratori (Proc Nat AcadSci USA; 2018:115) hanno usato per la valutazione degli effetti dell’esposizione al PM2.5 e quindi per l’attribuzione delle morti evitabili nel mondo, un nuovo modello chiamato GEMM ( Global Exposure Mortality Model), che è più accurato ed attendibile del modello IER (Integrated Exposure Response), impiegato sia dall’OMS che da GBD per calcolare l’impatto sulla mortalità dell’inquinamento da particolato. Nella pubblicazione gli epidemiologi dimostrano anche le morti da inquinamento outdoor PM2.5 calcolate secondo il GEMM sono superiori in numero a quelle calcolate sommando come cause di mortalità la cardiopatia ischemica, l’ictus, la broncopatia cronica ostruttiva, le broncopolmoniti e i tumori del polmone: la chiara implicazione è che altre malattie sono causate dalle polveri sottili, oltre a quelle ben note cardiorespiratorie e ai tumori! Se queste sono le vere dimensioni dell’effetto del particolato sulla mortalità globale prodotte dallo studio di Burnett e Coll, quali sono – applicando il GEMM – i numeri per l’Europa intera e per i 28 paesi che fanno parte dell’Unione Europea? A questa domanda ha risposto uno studio pubblicato su European Heart Journal (2019) da ricercatori guidati da Thomas Münzel. I numeri da loro calcolati sono ben 790.000 morti annuali per tutto il continente e 659.00 per Eu-28! Come per lo studio globale di Burnett, questi dati Europei raddoppiano i dati del GBD, e dimostrerebbero che l’inquinamento ambientale riduce in media l’aspettativa di vita di 2.2 anni in Europa, con un tasso di mortalità annua attribuibile di 133 casi/anno per 100.000 abitanti E in Italia? Secondo il nuovo studio, le morti totali evitabili sono 81.000 all’anno, che normalizzate per la popolazione sono 136 per 100.000 abitanti, meno che in Germania (154) e Polonia (151), ma ben più che in Francia (105) e Regno Unito (98)».

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