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LA STORIA DI ARIANNA

«Ora parlerà una persona che porta un punto di vista un po’ diverso». Sono stata introdotta così ...

di ARIANNA ZANONI

«Ora parlerà una persona che porta un punto di vista un po’ diverso». Sono stata introdotta così allo scorso Festival della mente di Sarzana. Sono Arianna, ho 24 anni e non sto combattendo in prima persona contro nessuna malattia. Da circa due anni però affianco come posso il mio ragazzo, Ale, e tutto un gruppetto di strana gente che ho incontrato qua a B.LIVE e che piano piano sto imparando a conoscere. Sempre due anni fa al mio mondo si è aggiunta una seconda faccia, e agli esami universitari, altri tipi di esami che si portano dietro decisamente altri tipi di ansie, e al tragitto casa-scuola si è aggiunta qualche tappa in ospedale e qualche altra in Porta Romana.

A cosa mi ha portato tutto ciò? A cosa mi hanno portato il dolore, la paura e l’impotenza che ho provato mentre mi rendevo conto che mi stavo affezionando sempre di più a un ragazzo che vedevo stare male e dal futuro incerto, e con lui a tutti i nuovi amici di B.LIVE? Per assurdo, stare vicino a gente che spesso è obbligata a rimanere chiusa tra le quattro mura di una camera di ospedale, ti apre un mondo. Quante cose abbiamo intorno che non abbiamo mai apprezzato perché ritenute banali e scontate. Quando vedi una ragazza che si porta dietro sacche di glucosio per poter venire in vacanza, rivaluti il tuo poter andare in giro. Quando vedi una tua amica sorridere dopo un’amputazione perché non ne poteva più, rivaluti il tuo concetto di sofferenza. Quando il tuo ragazzo organizza una festa in ospedale perché il giorno del suo compleanno è ancora ricoverato, capisci quanto sia importante sfruttare il presente perché tu possa essere il più felice possibile, senza rimandare a «quando starò meglio», «quando uscirò», o banalmente a «quando darò l’esame», «quando lavorerò di meno».

Ho sempre studiato molto e mi è stata inculcata l’idea del sacrificio da fare adesso per ottenere un’alta prestazione e per un futuro di successo. Questo modo di pensare mi ha portato a vivere in una bolla, staccata da tutto il resto che c’era nel mondo. Scontrarsi con questa realtà ti fa rivalutare il qui e l’adesso, fa nascere la necessità di imparare ad incastrare la tua felicità presente con i doveri del futuro. Futuro. Ho avuto e tuttora ho paura del futuro, perché legarsi ad Ale e farsi degli amici a B.LIVE porta inevitabilmente con sé una potenziale sofferenza. Perché non rimanere nella bolla, perché non evitare tutto ciò che potrebbe portarci a stare male e scegliere una via più facile? Perché può succedere che la paura della paura precluda la felicità. Mi spiego meglio: allontanarsi ci può proteggere, ma esclude tutto quello che potremmo trarre da quel momento, o da un potenziale futuro in cui le cose potrebbero andare meglio e in cui ci si potrebbe godere ciò che si è costruito. E non voglio rinunciare all’amore o all’amicizia perché ho paura di stare male, o perché penso di non sapere come trattare chi ha vissuto un’esperienza così forte e diversa dalla mia.

Credo infatti che molte persone si allontanino perché si sentono a disagio e pensano che qualsiasi affermazione sarebbe inappropriata, e anche per me è stato difficile smettere di aver paura di sbagliare. Cosa dico? Così ferisco? Così sembro troppo preoccupata? Distaccata? La verità è che si sbaglia, perché è impossibile fare sempre la cosa giusta. Perché non siamo robot e veniamo trascinati anche noi dalle emozioni, perché a volte non sappiamo cosa dire e altre, in cui pensiamo di aver compreso, invece sarebbe servito un atteggiamento completamente diverso, o semplicemente siamo arrabbiati. Penso che alla fine ciò che importa è far sentire che si vuole bene, o che si vuole instaurare un rapporto. Capire che la persona che abbiamo di fronte ha voglia di sentirsi normale e quindi vuole essere trattata in maniera naturale, senza troppi schemi. E alla fine è anche lei a guidarci. Ad esempio l’ironia aiuta tantissimo in queste situazioni. Spezza le tensioni, diminuisce l’imbarazzo, rende assurda e grottesca una situazione di dolore. Certo, c’è sempre il rischio che dall’altra parte non venga apprezzata, soprattutto se tu sei sano e non sai quello che sta sperimentando l’altra persona.

Per questo adoro i ragazzi di B.LIVE, che quasi sempre, per primi, ci vanno pesanti con le battute, e lì capisci che puoi osare e ne tiri fuori una bella risata. Si trovano moncherini che ballano, colori di capelli assurdi (qualcuno poi ci prende gusto e inizio a sospettare che non si tratti più di uno scherzo), parrucche alla Trump. Diciamo che stando lì si imparano tanti piccoli modi di esorcizzare la paura e di renderla più sopportabile, ridendole in faccia. Insomma, a volte stando là dentro ci si sente più leggeri, praticamente il contrario di quello che ci si aspetterebbe. Un’altra emozione che penso sia abbastanza frequente negli «accompagnatori» è l’impotenza. Quando si è giovani (e fortunati) si pensa che se lo vuoi è possibile. Era così a scuola o in università, dove impegnandomi riuscivo ad ottenere buoni voti. Era così negli sport o nelle altre cose in cui mi buttavo con un certo impegno. Mi era stato insegnato dai miei che non ci sono scuse al non riuscire perché se ci metti l’anima, ce la fai. Per la prima volta ho pensato con rabbia che non potevo farci nulla. Quando andavo a trovare Ale ed era debole per la chemio o verde per il dolore, o quando un’amica dice con amarezza che è stufa. Ho capito piano piano che a volte bisogna accettarlo e trovare delle vie alternative. Che l’opposto dell’impotenza poteva essere la presenza. Poteva essere aspettare due ore in stanza che Ale si riprendesse per fargli vedere che c’ero se avevamo ricevuto una brutta notizia, o mandare un messaggio a una nuova potenziale amica. Poteva essere il distrarre, piangere insieme, condividere i traguardi. Che è quello che faccio con Ale, che è quello che si fa a B.LIVE.

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