Plastica: storia e nuove prospettive

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Di Emanuele Bignardi

L’invenzione della plastica tradizionale risale alla fine del XIX secolo, quando le idee di alcuni chimici diedero vita all’acetato di cellulosa. È curioso pensare che il primo scopo di questo materiale fosse sostituire il costosissimo avorio nella produzione di palle da biliardo. L’acetato di cellulosa ebbe un grande successo tra i dentisti, che iniziarono ad utilizzarlo per le protesi dentali. Tuttavia, la vera grande rivoluzione avvenne a metà del secolo scorso, grazie ad un chimico italiano, Giulio Natta, che nel 1954 riuscì a sintetizzare il Polipropilene isotattico, cosa che gli valse il Nobel assieme al tedesco Karl Ziegler. Da questa invenzione proviene la quasi totalità della plastica tradizionale che ancora oggi utilizziamo. 

C’è un problema: se uno dei pregi della plastica è la sua resistenza, essa è anche uno dei suoi più grandi difetti. Infatti, lasciamo una bottiglietta di plastica nell’ambiente e questa rimarrà tal quale per migliaia di anni; in sostanza, non è biodegradabile, almeno in tempi “umani”. Per questo motivo, il riciclo della plastica è diventato necessario, oltre al fatto che per produrla si consumano risorse non rinnovabili – semplificando, potremmo dire che la plastica deriva dal petrolio. Esiste, però, un altro approccio al problema, cioè quello di sostituire il tradizionale PET con altri materiali che siano biodegradabili e allo stesso tempo mantengano le caratteristiche positive della plastica – possibilità di essere plasmata in varie forme e di essere resistente.

Come definire le bioplastiche? Forse anche in questo campo c’è confusione, soprattutto tra noi consumatori e “non addetti ai lavori”. Le bioplastiche sono definite come quei materiali – derivanti sia da materie prime rinnovabili che fossili – che hanno le caratteristiche di biodegradabilità e compostabilità. Il primo concetto si riferisce alla possibilità di questi materiali di essere scomposti in elementi più semplici grazie all’azione di microorganismi; un materiale si dice compostabile quando ha la capacità di essere trasformato in un “compost”, attraverso un processo controllato dall’uomo detto compostaggio. Se consideriamo queste definizioni, noteremo che le così dette “plastiche verdi” – materiali tradizionali non biodegradabili e compostabili prodotti da fonti rinnovabili – non possono rientrare nella categoria delle bioplastiche. Bisogna quindi fare attenzione per non confondersi o lasciarsi confondere.

Un altro punto importante che ci può interessare è la produzione di questi materiali rivoluzionari. Dobbiamo sganciare i concetti di biodegradabilità e compostabilità dalla provenienza delle materie prime utilizzate per produrre le bioplastiche. Infatti, queste possono essere ottenute sia da fonti rinnovabili, che non rinnovabili. Un esempio che ha avuto un successo enorme è il MaterBi, una bioplastica prodotta a partire dall’amido di mais, che ha avuto molte applicazioni, ma che è conosciuta soprattutto per i sacchetti della raccolta differenziata dell’umido. Ci sono voci contrastanti circa la provenienza dell’amido di mais utilizzato, in particolare che riguardano la sostenibilità di tale materia prima. Fonti ufficiali dell’azienda produttrice sostengono che per produrre 1kg di amido sono necessari dai 15 ai 30 litri di acqua irrigua, contro i quasi 14000 (esatto, quattordici mila!) utilizzati per ottenere 1kg di carne di manzo. Inoltre, l’impatto delle colture dedicate al MaterBi sulla produzione di mais alimentare non dovrebbe essere elevato, anzi è piuttosto limitato. 

Riciclare la plastica è importante, ma ancora troppi rifiuti vengono prodotti e abbandonati nell’ambiente. Un esempio è l’isola di plastica dell’oceano Pacifico. È necessario cambiare strategia e puntare su qualcosa che si integri meglio nell’ambiente. Le bioplastiche potrebbero essere una delle soluzioni possibili. Come regola generale, preferiamo borse biodegradabili o riutilizzabili, contenitori di vetro o di cartone. E ricordiamoci che solo riciclando e separando i rifiuti potremo vivere su un pianeta fatto da piante, oceani, deserti e foreste, che non si riduca, invece, ad un cumulo informe di pattume.

 

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