PLASTICA – Ci uccide o ci evolve? | Il Bullone

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Due articoli per un dibattito che dura da anni: la plastica è da considerarsi il male o uno strumento innovativo?

La plastica anche in alta quota e nei nostri ghiacciai

Di Eleonora Prinelli

È ufficiale: la plastica si trova anche ad alta quota.

Lo conferma il team di ricerca dell’Università degli Studi di Milano e Milano-Bicocca, che la scorsa estate ha rinvenuto sullo Stelvio, all’interno del Ghiacciaio dei Forni, particelle di poliestere, poliammide, polietilene e polipropilene. In ciascun chilo di sedimento glaciale vi erano più di 75 particelle di microplastica, il che significa che l’intera lingua del ghiacciaio potrebbe contenerne dai 131 ai 162 milioni.

Già nell’estate del 2015 Greenpeace organizzò delle spedizioni per prelevare campioni di acqua e neve da analizzare in laboratorio, al termine delle quali fu redatto il rapporto «Impronte nella neve». Dalla ricerca emerse che tutti i campioni delle diverse località esaminate presentavano tracce di PFC, ossia composti poli e per-florurati impiegati in numerosi processi industriali per la produzione di beni di consumo. Le concentrazioni maggiori sono state riscontrate nel lago di Pilato sui Monti Sibillini, ma anche sulle Alpi, nel parco nazionale svizzero, e negli Alti Tatra, in Slovacchia. Sebbene queste informazioni possano sembrare sorprendenti, così come il fatto che persino sulle cime dell’Himalaya vi siano tracce di inquinamento, in realtà la spiegazione è piuttosto semplice. I PFC vengono impiegati nella produzione dell’abbigliamento outdoor utilizzato dagli escursionisti, in particolare nelle finiture impermeabilizzanti e antimacchia. Queste particelle, una volta rilasciate nell’ambiente, si degradano lentamente senza mai decomporsi e vengono assorbite dal terreno, oppure trasportate dalle masse d’aria. Che si tratti dell’Himalaya o della Fossa delle Marianne, sembra che nessun posto sulla Terra sia ormai davvero incontaminato. La situazione si fa ancora più dolorosa se ci fermiamo a riflettere sul fatto che la plastica rappresenta ben il 95% dei rifiuti sulle spiagge e sui fondali del Mediterraneo. Secondo il report 2018 del WWF, la Turchia e la Spagna, seguite da Italia, Egitto e Francia ne sono le principali colpevoli.

L’Europa è il secondo maggiore produttore di plastica al mondo dopo la Cina, e ogni anno riversa in mare tra 150 e 500mila tonnellate di macroplastiche e tra 70 e 130mila tonnellate di microplastiche. Il fatto è che, a differenza dell’isola di plastica dell’oceano Pacifico, le plastiche europee si sversano in un mare «chiuso» che rischia così di soffocare. Mentre i grandi pezzi di plastica feriscono o uccidono gli animali marini del Mediterraneo, le microplastiche entrano nella catena alimentare, partendo da molluschi e pesci e arrivando sino a noi.

Non parliamo di fantascienza: lo scorso ottobre è giunta notizia dall’Università di Vienna che erano state rinvenute particelle di microplastica nelle feci di un piccolo campione di cittadini europei. Complice di tale inquinamento è anche l’estremo utilizzo che facciamo di acqua in bottiglia. I dati raccolti dall’European Federation of Bottled Waters parlano di ben 188 litri annui consumati nel 2017 in Italia, al primo posto in Europa e al terzo nel mondo per uso di acqua in bottiglia. Davanti a noi troviamo solo il Messico e la Thailandia, dove più della metà della popolazione non ha accesso a reti idriche sicure. In Italia invece, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’acqua del rubinetto attinge da fonti sotterranee protette e monitorate in più dell’85% dei casi, fatto questo, che permetterebbe di evitare l’enorme spreco di soldi e di energia per trasportare (per lo più su gomma) acque minerali da un capo all’altro del Paese, con le conseguenti emissioni di CO2 che ciò comporta. Dovremmo ricordarci, quando veniamo assaliti dalla pigrizia, che la plastica è una sostanza prodotta a partire da materie fossili come petrolio e gas. Ciò che la rende invidiabile per l’uso di largo consumo e che al contempo ne determina l’estrema pericolosità per l’ambiente è la sua indistruttibilità.

La maggior parte delle plastiche resta nell’ecosistema per centinaia di anni.

Neanche il riciclo sembra essere una valida soluzione, perché solamente un terzo dei 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti ogni anno in Europa viene riciclato, mentre in Italia il 50 % finisce ancora in discarica (fonte plasticseurope.org). Nel resto del mondo poi, la situazione è ancora più drammatica. Secondo il rapporto OCSE, solo il 15 % della plastica viene raccolta e riciclata. Non solo, anche quando cerchiamo di riciclarla, spesso ci imbattiamo nel fenomeno del downcycling, ossia l’impossibilità di reimpiegarla per via di una minore qualità rispetto a quella di partenza.

E allora basta. È ora di dire stop alla plastica. È ora di chiedere alla comunità internazionale e ai governi locali, provvedimenti contro la dispersione della plastica. È ora di trovare alternative eco compatibili e sostenibili che siano realmente biodegradabili. È ora di ridurre al massimo l’utilizzo della plastica usa e getta, impiegata per pochi minuti e resa rifiuto per centinaia di anni. È ora di cambiare stili di vita e mentalità. È ora di garantire il diritto al futuro alle prossime generazioni. Glielo dobbiamo.

La plastica non è il problema

Di Ivan Gassa

«Scrivi la parola “plastica” su Google, posiziona il cursore su “notizie” e poi da’ un’occhiata ai risultati». Provo. Digito «plastica», clicco su «notizie».

«Bene, cosa ne pensi?», incalza. Direi che la plastica dovrebbe cambiare ufficio stampa. «È proprio questo il punto», alza un po’ il tono di voce, «solo notizie con taglio negativo: “Lotta alla plastica”, “Liberiamoci dalla plastica”, “Mettiamo fine alla plastica”…». Ed è sbagliato? «Sì, clamorosamente. La plastica non è il male universale, anzi. Demonizzarla però di questi tempi è facile e perfino rassicurante». In che senso? «Quando di mezzo ci sono temi importanti e complessi come l’ambiente, servono semplificazioni. Servono responsabili. La plastica è diventata il colpevole ideale e i media sembra facciano a gara per partecipare a questa lunga esecuzione sommaria».  

Riccardo Parrini è un imprenditore che con la plastica ha molto a che fare, soprattutto da quando ha deciso di dar vita a un sito di eCommerce, PlasticFinder, che mette in contatto chi ha eccedenze di materie plastiche con chi ne è alla ricerca. L’arringa però non è legata a questioni di business, la sua passione per la plastica ha radici più profonde e trasformarla in un’attività lavorativa è stata piuttosto la logica conseguenza.

«La plastica è un elemento meraviglioso, che ha cambiato la storia dell’umanità», prosegue Parrini, «Oggi è impossibile ipotizzare di poterne fare a meno. La usiamo tutti, tutti i giorni, più volte al giorno. Pensiamo al campo dei trasporti (quante vite salvano ogni giorno i caschi delle moto?), della tecnologia (di cosa sono fatti telefonini, computer, elettrodomestici?) e soprattutto quello delicatissimo della salute (sacche per il sangue, cateteri, siringhe…): cosa succederebbe se di colpo non esistesse più la plastica? Qual è oggi l’alternativa?».

«Qualche» problema questo materiale sembra però crearlo… «Non esiste “un problema”», replica secco Parrini, «esistono comportamenti che spesso devono essere modificati per fare in modo che una delle virtù della plastica, la sua “immortalità”, non si trasformi in un potenziale pericolo. Sto parlando di scelte, dunque. E le scelte vengono compiute dagli esseri umani, non dai polimeri. Pensiamo al packaging nel settore alimentare: pochi secondi di consumo di un cibo o una bevanda e poi ci si libera dell’imballaggio. Non sempre facendo attenzione al suo destino. Ecco, quell’involucro dovrebbe finire sempre nel posto giusto, per poter essere riutilizzato ancora. E ancora. E ancora. L’economia circolare ha questo obiettivo: trasformare e dare nuova vita alla percentuale più alta possibile dei resti dei nostri consumi. Non ho mai sentito nessuno dire che il suo scopo sia l’eliminazione tout court della plastica». 

Ma se anche si raggiungesse la soglia del 100% di consumo consapevole, sarebbe sufficiente? «Forse no, ma consideriamo le cose da un altro punto di vista. Attaccare la plastica è un esercizio di immobilismo. Ci sono rischi ambientali derivanti da un uso sconsiderato di questo materiale? Bene, affrontiamoli in modo proattivo. La ricerca sta facendo passi in avanti notevoli. Quasi ogni giorno vengono pubblicate, non sempre con larga diffusione, notizie di studi che aprono scenari nuovi sulla plastica e le sue possibilità di riciclo. Ecco la direzione da seguire: comportamenti lungimiranti e sostegno alla ricerca». 

Anche perché con la plastica, par di capire, ci si dovrà convivere a lungo. «Eliminare dalla faccia della Terra la plastica, oltre che di difficile attuazione, sarebbe come darsi la zappa sui piedi», conclude l’imprenditore, «la plastica è un’amica che dobbiamo trattare, come tutte le cose preziose, con cura e attenzione. Lei farà lo stesso con noi. E magari chiediamoci, di tanto in tanto, come sarebbe la nostra vita se non fosse mai stata inventata». 

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