«Per favore, accettateci» L’appello di detenuti e malati

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Di Simona Staiti (volontaria)

Un incontro forte, profondo, quasi surreale tra due mondi diversi e allo stesso tempo paralleli, nella sala circolare della Fondazione Culturale Ambrosianeum. I B.Livers hanno perpetrato il ciclo di incontri con i detenuti ed ex carcerati del carcere di Opera, tra volti nuovi e volti ormai familiari, riempiendo la sala di domande e osservazioni, ricche di spunti stimolanti per orecchie rimaste troppo a lungo chiuse dentro a una cella, o dentro a una stanza di ospedale. Dopo un primo approccio timido, la domanda principale è stata quella di Giancarlo che, a seguito della problematica sull’impossibilità di tornare nel «mondo normale» privi di etichette, di liberarsi di quell’odioso marchio «ex», «ex detenuto», «ex malato», esordisce chiedendosi quale possa essere la soluzione.

Mariano, imprenditore, laureatosi (per la seconda volta) all’interno del carcere e ora in libertà vigilata, osserva criticamente come gli strumenti normativi pensati ad hoc per creare la categoria del «diverso etichettato» a garanzia, per esempio, di un’assunzione lavorativa, esistano, ma come siano nella realtà , fallimentari. «Bisogna cambiare il cuore e il modo di pensare delle persone, togliere dai loro occhi il filtro inibitorio dell’essere “ex”, o per chi ci è ancora dentro, dell’essere quello che la società ci impone di essere». Una considerazione di Carolina: «Pensiamo al nostro “Io”: prima di essere quello che siamo ora, ci saremmo accettati comunque, saremmo stati così dissimili da quelli che oggi hanno paura di assumerci, o che hanno deciso di trattarci in modo diverso?». Mariano conferma: «Probabilmente da datore di lavoro che ero, non avrei mai assunto qualcuno col casellario giudiziale imbrattato.

C’è da dire che quando un uomo che ha scontato la sua pena vede aprirsi le porte del carcere, viene all’improvviso catapultato in un mondo che difficilmente sarà in grado di riaccettarlo. Banalmente non viene contattato alcun famigliare o conoscente per comunicare le modalità del rilascio e impedire, per esempio, che il soggetto si trovi a percorrere strade ormai sconosciute, senza una meta e senza la possibilità di comprarsi neanche un biglietto per l’autobus. Una volta finiti dentro si perde tutto: famiglia, soldi, lavoro, casa. E quell’etichetta del “nulla” che ci affibbiano addosso, la vedo ogni volta che un mio amico lascia il carcere trasportando i pochi averi dentro i sacchi neri dell’immondizia, quasi a significare che il nostro valore sia quello: una nullità rappresentata dal pattume con cui dobbiamo essere riaccolti da un mondo che non conosciamo più. Una volta ho visto un mio compagno di cella liberato da poche ore e rimasto smarrito di fronte al carcere. Non aveva nulla con sé, né tanto meno sapeva dove e come andare, senza una moneta in tasca. Per lui probabilmente l’unica soluzione sarebbe stata fare una rapina!». Così, tra botta e risposta sentiti e vissuti con estremo trasporto, si articola una comprensione reciproca e un senso di vicinanza tra i «bravi ragazzi sfortunati» e quegli uomini, invece, sbagliati agli occhi della legalità.

I loro volti, fotografati in bianco e nero, sono appesi con le mollette a un filo che circonda il semicerchio dell’Ambrosianeum. «Mi sento tanto vicino a voi ragazzi e vi ammiro davvero molto. Mi fa un certo effetto condividere il pomeriggio con voi: siamo vicini e simili per certi versi, ma voi non vi siete cercati nulla, noi sì.

Guardandovi e restando sbalordito per quello che siete, mi chiedo che cosa avessi io per la testa alla vostra età, che cosa pensassi per arrivare a fare quello che mi ha portato a rovinarmi la vita da solo», afferma un altro dei presenti. Chiude l’incontro con i volontari di Opera, Elisabetta, la donna simbolo della giustizia riparativa: uno dei metodi più attuali di avvicinamento tra vittime e autori di reato. La sua testimonianza commuove i B.Livers, destando l’attenzione e lo stupore di tutti i partecipanti. Una volta abbandonata la sala in un clima allegro e disteso, l’incontro, poche ore, volate, si conclude con un banchetto allestito dai ragazzi di Opera. E sembrano abbandonati anche, insieme all’imbarazzo iniziale, i pregiudizi e le tanto odiate etichette.

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