Non ci sono medici con la bacchetta magica

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di Paolo Verri

Quando il consulto dallo specialista si conclude con un’alzata di spalle e gli occhi bassi, balena l’idea di farsi curare all’estero e affidarsi a qualche luminare straniero, meglio se americano. E allora, mestamente, si parte. Budget permettendo. Non ancora disperati, ma quasi. Come se tutte le soluzioni fossero spiaggiate dall’altra parte dell’oceano. Salvo poi imbattersi, a New York, in uno scienziato italiano che lavora in un prestigioso ospedale e poi ritrovarselo a capo di un altrettanto quotatissimo ospedale, a Milano. Un cervello in fuga che ha fatto dietro front o un pentito? O semplicemente uno dei tanti italiani che studia dovunque ci sia da imparare e si aggiorna dovunque ci sia da recuperare tempo perduto.

Una sorpresa che scardina un luogo comune, che vuole i nostri medici sempre col camice di Cenerentola. Tralasciando che più d’uno diventa principessa. 

Sono atterrato negli Stati Uniti dopo che un parente dato per spacciato per il suo cuore malandato, era volato fino alla Mayo Clinicdi Rochester, affidandosi a un cardiochirurgo che per operarlo pose due condizioni: estirpargli tutti i denti (per scongiurare infezioni) e il versamento anticipato di una parcella che valeva una villetta al mare

Bene, quell’operazione regalò al paziente dieci anni di vita. Era il 1994. Otto anni dopo sbarco a New York, con la valigia farcita di ricette, esami, lastre, tac, diagnosi e terapie. Una speranza e due appuntamenti. Prima alla Mayo clinic, poi allo Sloan Kettering Cancer Center di New York. Fra i migliori ospedali al mondo, (il CEO e il presidente della Mayo si chiamano Farrugia e Dipiazza, giusto per puntualizzare). Allo Sloan «presta» la sua intelligenza, il professor Virgilio Sacchini, brianzolo, docente alla Cornell University.  

I miei medici (americani), dopo estenuanti consulti mi congedano assicurandomi che a Milano (allo IEO) sarei stato in ottime mani. «Mani americane», appunto, perché ritrovo proprio il prof Sacchini al posto del compianto fondatore dell‘Istituto Oncologico

Mi è rimasto fastidiosamente appiccicato un ricordo di quei viaggi: càpito a New York poche settimane prima della rielezione di Obama e in tempo per patire il devastante uragano Sandy che si abbatte su Manhattan, lasciandola al buio, sommergendo le stazioni della metro, bloccando i bus, e sbarrando uffici ed aeroporti per 72 ore. Nel mio alberghetto alloggia un’allegra famiglia abruzzese col «vecchietto» cardiopatico e una figlia neo assunta alla Capitaneria di Napoli. Una settimana di festeggiamenti nella Grande Mela, ma la partenza slitta di 5 giorni per la tempesta apocalittica. Le medicine per il cuore capriccioso, si esauriscono e la ricerca di un cardiofarmaco assume i contorni di un calvario. Il quintetto (ci sono anch’io) si materializza al pronto soccorso di un ospedale a nord di Central park. Il medico di turno pretende il ricovero e la visita prima di somministrare il farmaco che calmerebbe gli spasmi del «malato». E l’infermiera ammicca per ottenere la carta di credito. Inesorabilmente prosciugata da sette giorni di bagordi. 

Ho nei timpani ancora urla, insulti e spintoni fino all’arrivo di una guardia giurata che accompagna tutti fuori con modi ruvidi ma efficaci. Basta così

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