No al terrorismo, sì a un’Europa unita

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Di Eugenio Faina

Questa primavera non ha portato solo polline e zanzare, ma anche sangue e terrore. Martedì 22 marzo trentadue innocenti hanno trovato la morte a causa degli attentati terroristici che hanno colpito l’aeroporto di Bruxelles-National e la fermata della metropolitana di Maelbeek, nel cuore del cuore dell’Europa.

Aggiungendo alla triste conta anche trecentoquindici feriti, il numero delle vittime di questa brutalità targata Isis arriva a sfiorare quota trecento cinquanta. Asciugate le lacrime, l’attenzione dell’opinione pubblica si è spostata subito sulle colpe presunte: come è stato possibile per due terroristi introdursi imbottiti di TATP nell’aeroporto che, tra le altre cose, è utilizzato per gli spostamenti di funzionari europei e di eurodeputati? Quanta responsabilità hanno gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto? Quante colpe detengono gli inaffidabili servizi segreti belgi? Le parole si sprecano, così come i tweet di condoglianze dei numerosi capi di stato e di governo. E poi di nuovo giù con le colpe passate, giù con il giustificazionismo: tanti arguti discorsi dietrologici, ma nessuna volontà di risoluzione. Ormai l’obiettivo dichiarato del sedicente Stato Islamico è l’unione europea, quella scritta con la lettera minuscola, quella di tutti i cittadini, quella che dovrebbe farci sentire parte di un unico grande progetto. E, magari, di un’unica grande nazione.

Proprio questo, però, lo scopo del terrore: separarci, convincendoci di essere più al sicuro divisi. E la gente intimorita crede che la soluzione sia cintare il proprio giardino, senza capire che ogni limitazione al trattato di Schengen è una vittoria per il Daesh, che ogni volta che a Londra, Parigi, Roma e Berlino la paura spinge all’euroscetticismo, a Raqqa brindano di gioia.

Bruxelles non deve essere lasciata sola. Bisogna unire le risorse per risolvere il problema a livello continentale. Non dovranno più esistere malintesi tra le forze di polizia belghe e francesi, attualmente troppo distanti per cooperare produttivamente. L’unico modo per rendere meno vane queste morti tragiche, è imparare dagli errori commessi e trovare la via della risoluzione. Altrimenti il conto delle vittime potrebbe crescere esponenzialmente, a tal punto da farci rimpiangere quell’incapacità di raggiungere una soluzione europea che ad oggi ci contraddistingue. Siamo ancora in tempo per cambiare rotta. Possiamo ancora aiutare Bruxelles, la Bruxelles degli abitanti addolorati, la Bruxelles capitale europea, simbolo della nostra presunta unità. La risposta agli attacchi deve essere all’insegna dell’unione europea.

Già, ancora una volta, di quella con la lettera minuscola. Quella che non ha sede solo a Bruxelles, ma in ogni città del continente. Quella che purtroppo, ancora più velocemente di quella con la lettera maiuscola, sta soffocando sotto la morsa della paura. Invertiamo questa tendenza

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