Morti nel Nilo, stragi e il ritorno di internet in Sudan | Il Bullone

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Di Sarah Kamsu

Quattro giorni fa Internet è tornato in Sudan.

Erano passati 35 giorni da quando il consiglio militare transitorio ne aveva imposto un blackout totale nella nazione.

Bisognerebbe tornare indietro allo scorso 11 aprile, quando l’ex capo di Stato Omar Al-Bashir in carica da quasi 30 anni, è stato rimosso dopo proteste della popolazione dall’armata.

Da allora il Paese è in mano al Consiglio militare transitorio che ha voltato le spalle e rotto il patto col popolo, diventando il nuovo carnefice, il nuovo tiranno.

Negli ultimi mesi di guerra civile dopo il colpo di stato, gli schieramenti erano da una parte l’esercito e i para militari – guidati dal consiglio militare transitorio, un tempo contro Al Bashir – e dall’altra, i manifestanti guidati dall’associazione dei professionisti sudanesi. Dopo le richieste di rispettare le promesse iniziali, che erano di affidare il governo a una delegazione mista composta da militari e civili per costruire insieme un piano triennale e portare il Paese alle elezioni, il Cmt – presieduto da Abdel Burhan ed Hemedti – ha risposto con violenza e brutalità tagliando la connessione Internet, impedendo la comunicazione e la diffusione delle informazioni tra i manifestanti, saccheggiando e bruciando negozi, violentando e picchiando le donne per le strade.

Il Sudan è stato scenario di assassini, vittime, cadaveri gettati nel Nilo. Sangue, repressioni, stupri, rapine, torture compiute dalle forze militari.

Donne manifestano in Sudan (Foto: voanews.com)

Il Sudan è nel bel mezzo di una rivoluzione politica, ma, mentre molti media mainstream restano calmi, un movimento sui social sta facendo luce sulla situazione nel Paese.

Molti post di solidarietà e sostegno inviati da celebrità e civili da ogni parte del globo.

Ma torniamo ancora più indietro nel tempo quando, nel 2018, il capo di stato Al Bashir fece tremendi tagli sui beni e annunciò di voler triplicare il prezzo del pane.

Velocemente nella capitale Khartoum e in tutto il Sudan si è generato un movimento popolare di protesta per rimuovere il presidente.

Le proteste hanno raggiunto l’apice il 6 aprile, quando i dimostranti hanno occupato la piazza di fronte al quartiere militare, chiedendo all’Armata di destituire il capo di stato. L’11 aprile si è instaurato un consiglio transitorio che doveva essere un governo di transizione, ma che continua a mantenere il potere con la forza, avendo uomini e mezzi per farlo. Il 3 giugno 2019 ci fu l’ordine dato dal Consiglio militare, di sparare sulla folla che chiedeva l’uscita di scena della giunta militare: più di 150 morti, decine di feriti e molti corpi gettati nel Nilo.

Qui la domanda da porsi è: quale sarà il destino del popolo del Sudan? Il consiglio lascerà il potere? Il 6 luglio, dopo che internet è tornato, il vicepresidente del consiglio ha festeggiato con una grande folla nella capitale, dopo aver raggiunto un accordo di condivisione del potere con il movimento pro democratico del Paese. L’accordo potrebbe rompere la situazione politica in cui il Sudan era caduto dopo la cacciata di Al Bashir. Le due parti hanno accordato di formare un consiglio sovrano congiunto per guidare il Paese durante un periodo di transizione di circa 3 anni e 3 mesi. E la richiesta di una commissione indipendente di indagine per scoprire i responsabili del massacro del 3 giugno.

Oggi, 29 luglio, sappiamo che la prima parte dell’accordo sul percorso di transizione democratica del Paese, è stata firmata il 17 luglio, in seguito all’incontro tra la parte civile e quella militare.

Durante la conferenza stampa, seguita alla firma, è stato annunciato che la seconda parte del negoziato di pace, ovvero la stesura di una bozza di Costituzione, sarebbe stata discussa il 19 luglio. Tuttavia, Omar al-Digeir, uno dei principali leader del Fronte di opposizione riunito nelle Forze per la Libertà e il Cambiamento, ha dichiarato che i colloqui sono stati posticipati e che si terranno in data futura, ancora da stabilire. 

Coraggio ai cittadini della Repubblica del Sudan, il terzo Stato più grande d’Africa in cui vivono circa 39 milioni di persone. 

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