Masterchef ha ucciso Picasso | Il Bullone

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Il dono di sapersi annoiare

Di Andrea Pravadelli

Masterchef è molto coinvolgente, ne «mangio» una puntata dopo l’altra. Ma non solo Masterchef, di programmi di cucina ne è pieno il palinsesto televisivo di qualsiasi emittente. Come pieno è di quella immensa varietà di programmi, show, talent, serie tv, e via dicendo, quasi ad esaurire i tasti del telecomando. Il tutto poi si divide in due: da una parte quello che vuole dare qualcosa, basti una risata (e perché puntare il dito su chi ci vuole vedere sorridere?); dall’altra quella miriade di programmi che vanno sotto la voce «intrattenimento». 

Sorge qui un dubbio e magari a ragione, abbiamo davvero così tanto bisogno di essere intrattenuti? Forse no, può anche darsi che non vi sia una così grande necessità di ingozzare il nostro tempo con un timballo insipido di contenuti che ci incatenano al divano e ci lasciano poco in bocca. E il dubbio si fa più personale: cosa faccio del mio tempo in più, quello che Masterchef sazia a suon di colpi di padelle e vellutate? La risposta è che io potrei essere Picasso o Hemingway (forse), a patto che però mi alzi dal divano.

Il talento non nasce da solo come facoltà trascendentale, il talento segue, aggrappato alle sue caviglie, la costanza. Quella metodica applicazione in un determinato ambito, senza la quale anche Picasso sarebbe rimasto un genio con le abilità di un mediocre artista. E lì Masterchef fa una strage di geni che nella voglia irrefrenabile di colmare il vuoto della noia accendono la tv perdendo ore ed ore di preziosa costanza. È un moltiplicatore imprescindibile, la costanza appunto, che non può essere bypassata, non può essere ignorata, né può essere in nessun modo messa in secondo piano. È l’allenamento del nostro cervello, che come fosse un atleta, ha bisogno di sudare sotto il peso dei bilancieri caricati di libri, colori, numeri; ha bisogno di calorie, quelle del sapere e dell’imparare. Tutte cose che vengono dalla voglia di volersi applicare con impegno in ciò che si fa.

Potersi annoiare è un lusso, ma sapersi annoiare è un dono e un’arte della quale, sembra, non abbiamo capito il valore e ci ostiniamo a creare escamotage per riempire a forza quel preziosissimo buco nella nostra giornata. Che poi di noia non si dovrebbe nemmeno parlare, basterebbe applicarsi, mettersi in gioco, per conoscere la soddisfazione di aver fatto anche solo una nota alla chitarra o sudato una maglietta. 

Ma se per tutte le volte che ci siamo seduti sul divano e abbiamo aperto quella dannata sezione intrattenimento, o fatto scorrere la home dei nostri profili social, o qualsiasi cosa abbiamo fatto per riempire il tempo senza darvi nessun senso, se per tutte queste volte avessimo coltivato una nostra piccola passione, sfogo o utile passatempo, oggi saremmo bravissimi almeno a fare una cosa, o conosceremmo bene almeno un argomento. Che serva poi per cantare «O Mia Bela Madunina» in una serata dove le connessioni cerebrali lasciano spazio al cavatappi, o per intavolare un discorso che ci valga un posto tra le pagine dei libri di storia, non importa, l’importante è sapere e più importante voler sapere. È di questo che ci nutriamo, è questo che riempie le nostre giornate, la nostra mente, la nostra anima.  

Questo non è un articolo per scagliarsi contro i programmi di cucina, né contro i social, ma contro le perdite di tempo, perché il tempo è la cosa più preziosa che ci è data, è la nostra stessa vita e nessuno ha il diritto di gettarlo via. Noi tutti abbiamo il dovere di farne, del tempo, buon uso e se ogni giorno, per anche solo pochi minuti ci impegniamo a fare qualcosa di utile per noi, prima o poi saremo in grado di suonare il piano, discutere di svariati argomenti, correre 10 km in 30 minuti, scrivere poesie, o forse dipingere. A voi la scelta, diventati bravi in quello che vi pare, ma accendete il cervello non la televisione, perché, ricordate, è stato Masterchef ad uccidere Picasso.

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