LETTERA AI CAMINANTES CHE SOGNANO E NON SI ARRENDONO.

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Di Alice Nebbia

A tutti i caminantes dell’Honduras

e a tutti coloro che stanno marciando, verso un futuro migliore.

Nell’epoca «social», in cui siamo abituati a sterili messaggi che vengono scritti, visualizzati, «letti» e cestinati nelle sempre più innumerevoli chat che popolano la nostra quotidianità, scrivere una lettera sta diventando un’impresa anzi, una sfida.

Del resto il significato della parola sfida, sembra che Voi, popolo honduregno, lo conosciate bene, proprio ora che da ogni remota provincia del Paese state marciando verso gli USA.

Chi tendendo stretto il proprio figlio, chi abbracciano la bandiera dell’Honduras, chi con un semplice zaino in spalle, con un sorriso appena accennato sul volto o segnato dalle lacrime. Da ogni parte dell’Honduras vi state mettendo in cammino per cercare un futuro migliore, fatto di opportunità e sogni da realizzare. Avete abbandonato un Paese che vi ha fatto conoscere la povertà, gli stenti la violenza, ma che pur sempre ha rappresentato casa vostra. Un rifugio, anche quando non si ha nulla. 

Le foto che vi ritraggono hanno colpito ognuno di noi. Immagini di giovani, anziani, donne con bambini, un’ondata di persone che con ogni forza si mette in cammino in un percorso lungo e faticoso, che mette a dura prova tanto il fisico quanto la mente. 

La vostra marcia è iniziata da San Pedro Sula, la seconda città più popolosa del Paese ed è proseguita raccogliendo persone che da ogni parte dell’Honduras si sono unite a voi. Per marciare, per partecipare, per costruire qualcosa di nuovo e bello. Altrove.

Nel giro di poco tempo, dopo aver attraversato il Guatemala, siete arrivati a Ciudad de Hidalgo, in Messico. 

«Siamo stanchi ma molto felici, siamo uniti e forti», così dice un contadino honduregno che si è unito alla marcia, dopo esser stato minacciato da bande criminali. «Nessuno riuscirà a fermarci, dopo quello tutto quello che abbiamo fatto… abbiamo attraversato il fiume!», riporta un giovane che procede faticosamente con la moglie e il figlio. Chi accampandosi in strada, chi in rifugi di fortuna gentilmente messi a disposizione, la vostra marcia sembra non aver conosciuto tregua. Una prova, la vostra, di grande determinazione, solidarietà e umanità. Nonostante ci sia chi vede in voi un gesto di destabilizzazione sociale, di disordine, di ostilità al «diverso», tanto da schierare al confine statunitense un esercito pronto a respingervi se oltrepassate il confine. Sì, a respingervi. A negare un futuro decoroso a voi e ai vostri figli. A costringervi nel vostro passato.

A tutti voi che siete ormai approdati a Tijuana, a pochi km dalla California, a voi che stremati avete attraversato il fiume Suchiate formando una lunga catena umana, all’appello della donna honduregna che con tono straziante implora di «Voler vivere, perché siamo come gli altri» e a tutte le persone che si trovano in questa «carovana della speranza», …non mollate! 

Per il vostro futuro, per voi, Esseri Umani, non arrendetevi. Nessun individuo, ha il diritto di ostacolare l’esistenza di un altro. Men che meno dei pregiudizi che ancora viaggiano e inquinano la nostra convivenza.

La vostra marcia è una preziosa testimonianza di come nel Paese non regnino solo povertà e violenza dalle quali allontanarsi, ma, fortunatamente, anche un senso di solidarietà e determinazione, in cui rifugiarsi, sperare e confidare. 

E di questo ve ne siamo grati. 

Immagine in evidenza: Los Angeles Times


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