LETTERA AD AMAL

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Di Ada Andrea Baldovin

Foto in evidenza del premio Pulitzer Tyler Hicks

Cara Amal,

perdonaci.

Per tutto questo tempo tu, come tutti i tuoi amichetti, stavate urlando per farvi sentire. Stavate urlando e piangendo non per fare i capricci, non perché la mamma non vi stava comprando un gioco, ma perché avevate fame. Perdonaci perché non ti abbiamo sentita piangere. Nel tuo Paese (Yemen) si sta consumando una strage, una guerra silenziosa che a quanto pare non ci riguarda.

Amal che non cammini più. Amal che guardi il mondo con i tuoi occhi da bambina, che ancora non hanno iniziato a vivere ma che son già morti.

Quegli occhi che nel loro poco han visto solo sofferenza e il viso di una madre che sorride per nascondere le lacrime.

Cara Amal, ti scrivo questa lettera per dirti che non sarai dimenticata, che io non ti dimenticherò e per prometterti che neanche chi la leggerà si potrà dimenticare di te.

Tu, che pur inconsapevole, hai donato il tuo viso e il tuo corpo alla stampa mondiale per denunciare l’ignoranza che ci circonda. Tu, cara Amal, non sei morta per cause naturali, sei stata uccisa. Tu, una bambina innocente di sette anni sei stata uccisa da tutti noi, da stupidi accordi internazionali che hanno messo i soldi prima della tua vita.

La guerra civile ha portato i grandi mercati d’armi internazionali (tra cui anche l’Italia) a stringere accordi di vendita con le milizie locali. Il mercato delle armi frutta miliardi agli Stati che vendono e questo porta inevitabilmente ad un gap politico per cui: «se ci guadagniamo perché fermare questa guerra che tanto a noi non nuoce? E se non c’è bisogno di fermarla, non c’è nemmeno bisogno di parlarne». E tu, Amal, muori perché agli Stati coinvolti non gliene può fregare un cazzo di te, di quanto tu e tutta la tua gente stiate soffrendo, perché quello che davvero importa sono gli introiti.

Quanto è valsa la tua vita in questo mondo?

Un vita che non hai mai vissuto, degli occhi che hanno visto solo sangue e devastazione, che non conosceranno mai l’arte o la bellezza, una bocca screpolata per la sete che non assaggerà mai un pezzetto di cioccolato, che non ha mai assaggiato e mai assaggerà più niente.

Un corpicino sofferente e deformato dal rachitismo, scarno, senza grasso, solo ossa sporgenti rivestite di pelle. 

Siamo nel 2018, il mondo non è mai stato così economicamente ricco ed evoluto, abbiamo la tecnologia che fa cento passi avanti al giorno, che quasi non riusciamo a starci dietro; assistenti virtuali per casa che ti preparano anche il caffè, telefoni-computer che ci informano ogni giorno su tutto quello che succede nel mondo, sistemi che ti permettono di comprare tutto quello che vuoi rimanendo a letto al caldo tra le lenzuola, e bambini che muoiono di fame per una guerra che non hanno scelto.

Questa è una cosa che non si può più accettare. 

Non si può più girare la testa dal lato di Netflix facendo finta che tutto questo non riguardi anche noi, solo perché siamo stati fortunati a nascere in un Paese anziché in un altro.

Non si può più abbassare il volume quando si guarda il telegiornale e alzarlo quando c’è il Grande Fratello. Nel 2018 non si può più fare finta di niente!

Cara Amal, io non so come si prega, non ho mai conosciuto Dio, ma spero che in questo momento tu possa essere in un posto migliore, senza sofferenza né fame. Spero tu possa essere il più lontano possibile da questo mondo ipocrita che ti ha solo vomitato addosso tutta la sua crudeltà e il suo cinismo. 

Tu non dovrai essere ricordata come una martire, ma come monito per tutti coloro che temono la verità. La verità che una bambina è stata uccisa da più mani di quante se ne possano contare, nella più totale indifferenza, mentre il fruscio dei soldi copriva il tuo pianto.

La verità che viviamo in un mondo diviso a metà dove le attenzioni sono rivolte alla metà sbagliata.

Cara Amal, perdonaci per non averti sentita piangere.

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