Leonardo Da Vinci e la sua Milano | Il Bullone

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L’itinerario del Maestro

Illustrazione in evidenza di Antonio Monteverdi

Di Fiamma Colette Invernizzi

«Vieni, dai». Me lo dice mentre ho ancora il filo di mozzarella che mi lega al panzerotto di Luini che ho addentato fumante. «Vieni, dai, alzati. Camminiamo». Il cielo è terso e l’aria di primavera giocherella con i germogli appena spuntati. Sono seduta davanti a Palazzo Marino, in una splendida giornata di marzo. Sta fermo lì, in piedi davanti a me, con la sua canuta barba lunga e increspata dai secoli e facendo cenno di muovermi, per non perdere tempo. È lui, deve essere lui. L’ho visto per anni capeggiare la piazza davanti al Teatro alla Scala e ne maneggio il suo disegno più noto ogni volta che mi capita un euro in mano.

Leonardo Da Vinci. Non posso dirgli di no, è pur sempre il Maestro. Camminiamo. Non dice molte parole e io non chiedo, sia per timore reverenziale sia perché ci tengo a finire il panzerotto senza parlare con la bocca piena di pomodoro e formaggio fuso. Via Verdi e poi via Brera. Il suo incedere è sereno, il mio sempre più curioso. Riporto alla mente le nozioni che mi sono rimaste dagli studi di arte: il Maestro arriva a Milano nel 1482, inviato da Lorenzo il Magnifico come «ambasciatore» del predominio artistico fiorentino. La città che lo accoglie è una delle poche in Europa a superare i centomila abitanti e in ogni strada si respira profumo di innovazione. «Sono arrivato qui con una lira da braccio», mi dice lui, interrompendo i miei pensieri, «avevo trent’anni ed ero l’unico a saperla suonare. Come dirà il Vasari di me, l’avevo costruita in argento, in parte a forma di teschio di cavallo, come una bizzarria, ma con un suono più ampio e potente di tutti gli altri strumenti di quel genere». Geniale, penso io. Avevo letto da qualche parte che la sua esibizione era stata magistrale, mostrando la sua estrema capacità in tante arti differenti.

Passando davanti alla Pinacoteca di Brera mi informa distrattamente che nelle sale sono appesi diversi dipinti dei suoi allievi più stretti – come Giovanni Antonio da Boltraffio, Francesco Napoletano e il Giampietrino – e un paio di suoi disegni preliminari sono nascosti nei sotterranei, senza essere mai esposti in pubblico, essendo accessibili solo agli studiosi. Non ci dilunghiamo e la passeggiata continua verso Nord, direzione Moscova. Ci infiliamo in via Solferino e poi pieghiamo in San Marco, con lo scorcio sulla torre dell’Unicredit, incastonata tra gli edifici storici. Milano non mi è mai sembrata così accogliente e non posso fare a meno di chiedermi come sia vederla con i suoi occhi, senza né canali né barcaioli. «L’acqua che tocchi dei fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene», mi dice a bassa voce, sovrappensiero, «e per me è sempre stato curioso studiarne il moto. Così come il sangue nelle vene e i capelli ondulati dal vento, tutto si muove allo stesso modo». Ha un’affascinante maniera di parlare, il Maestro, associando mondi lontani e improvvisamente vicini. La prima destinazione è davanti ai nostri occhi, la Conca dell’Incoronata. Lui non parla, ma io so: gli manca di vedere quell’acqua. Dell’ombra liquida è rimasto solo il muschio e qualche stupida bottiglietta di plastica abbandonata. Qualcuno mangia sulle panchine intorno alle balaustre, quasi nessuno fa attenzione alla porta di legno che serviva per superare agevolmente il dislivello tra il Naviglio della Martesana e la Cerchia dei Navigli.

Illustrazione di Antonio Monteverdi

Vedo il Maestro voltarsi e lo seguo, questa volta a passo svelto. Sceglie Corso Garibaldi, affollato di cittadini imbellettati in una breve pausa pranzo di primavera. Una svolta a destra e, superato il Piccolo Teatro Strehler senza batter ciglio, si infila nel cortile del Castello Sforzesco. Cammina rapido, quasi eccitato, e mi fa segno di seguire i suoi passi. Veniamo accolti da sorrisi luminosi e in un attimo ci troviamo nella Sala delle Asse. «Volevo dare l’idea di un giardino», afferma il Maestro, il naso all’insù, «e con la giusta pittura si può ingannare facilmente l’occhio umano». Gli intrecci di vegetali e gelsi, con un effetto trompe l’oeil, creano un meraviglioso pergolato che copre la volta, tutta vele e lunette ricamate di germogli. «Prima che la dipingessi io nel 1498», continua da Vinci, «ed esattamente il 5 febbraio 1489, questa sala era stata adibita a camera nuziale per Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d’Aragona, la sua bella sposa potente. Tutte le pareti erano state tappezzate di raso cremisi ricamato in oro, era uno splendore. Ma io la preferisco così». Ridacchia. L’elogio al proprio operato difficilmente muta nei secoli. Ancora lo sguardo rivolto al soffitto e mi sento tirare per una manica, come per destarmi da un sogno.

Ci muoviamo. Usciamo da una porta secondaria del Falconiereil torrione nord-orientale del Castello – e ci spostiamo attraverso il flusso di lavoratori in Cadorna, direzione Santa Maria delle Grazie. Ho sempre trovato il piccolo chiostro bramantesco, con le sue magnolie in fiore, così delizioso e intimo da togliere il fiato. Devo ammetterlo, però, il Cenacolo non sono mai andata a vederlo. Lui lo legge dal mio sguardo e mi fulmina con un’occhiata torva e diretta. Ha ragione, in ventisette anni avrei dovuto trovare un momento per andare. Mi trascina ancora per il braccio, come un Maestro infastidito dall’inaspettata ignoranza di un alunno. Varchiamo le porte del refettorio ed eccola, l’Ultima cena, la più famosa al mondo. Nonostante la bellezza dirompente non posso far altro che chiedermi quanto della materia originaria sia rimasto intatto, a seguito di tutti i decenni di restauri. «Lo so», mi confessa il maestro, «sperimentare, ogni tanto ha delle conseguenze non totalmente positive. Ma non ho mai sopportato l’affresco, così rapido e definitivo, e ho dipinto come se stessi lavorando su tavola: una mistura di carbonato di calcio e magnesio, uniti a un legante proteico, stesi su un bianco di piombo per far risaltare gli effetti luminosi. Ci ho provato, ma mentre concludevo il lavoro in un angolo, in quello opposto comparivano già le prime crepe nel colore. In più il refettorio è un luogo umido e i pigmenti, col passare del tempo, sono praticamente svaniti. Il Vasari a cento anni dalla realizzazione, dirà di questa mia opera che “non si scorge più se non una macchia abbagliata”». Sospira affranto. A me sembra semplicemente splendido. Dobbiamo uscire, il tempo è scaduto e il monitoraggio dell’aria ci indica che dobbiamo lasciare posto al prossimo gruppo. Passeggiamo in silenzio lungo Corso Magenta dove il Maestro mi indica il luogo originario della sua vigna, regalatagli personalmente da Ludovico il Moro, come gesto di riconoscenza per «le svariate e mirabili opere da lui eseguite».

Ci allunghiamo a sfiorare San Maurizio e le sue volte magistralmente affrescate, voltiamo nella strettissima via Santa Maria Fulcorina, poi via del Bollo e dell’Ambrosiana e finalmente ci affacciamo alla Pinacoteca. Entriamo senza fiatare, lui mi fa sedere ad un lungo tavolo di legno e mi porta dei fogli. I suoi fogli. «Ecco», mi dice, «adesso goditeli». Anatomia, astronomia, botanica, chimica, geografia, matematica, meccanica, disegni di macchine da guerra, studi sul volo degli uccelli e progetti d’architettura si susseguono e si mescolano su carta ingiallita. Vedo le scritte incomprensibili rincorrere i bozzetti e gli schizzi, gli appunti dominare i pensieri e i tratti a carboncino. Ho nelle mani l’opera massima di un genio, il suo processo di studio. Alzo lo sguardo, quasi commossa, e lui non c’è più. O forse ci sarà per sempre. 

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