LA STORIA DI MARGHERITA

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Di Margherita Ferrazza

Comincio a scrivere con difficoltà, nonostante la grande voglia di comunicare. Mi rendo conto che non voglio ci siano fraintendimenti riguardo le mie intenzioni. Questo scritto non vuole né essere un’autocelebrazione né tantomeno uno di quegli incoraggiamenti come «vale la pena lottare» o «perché io valgo». Vorrei invece fosse come un lumicino per le tante persone che soffrono: un piccolo fuoco vicino al quale scaldarsi e una speranza che sì, magari la vita rimarrà sempre un giro di giostra di cui è difficile trovare il senso, ma stare meglio è possibile. Archimede disse che «chi esce fuori da se stesso ha il mondo». Vorrei quindi uscire da quei meccanismi che mi portano sempre a ripiegarmi su me stessa, che siano quelli della timidezza, del narcisismo, o della paura, per provare a donare qualcosa con un altruismo puro e privo di fronzoli. Se la mia esperienza dimostra che un’esistenza dopo la malattia è possibile, allora desidero condividerla, uscire da me stessa, e regalare ad altri la nuova consapevolezza che me ne è derivata.

 Mi ammalo di anoressia tre anni fa, a Edimburgo, mentre studio per un master in storia dell’arte. Tutto nasce quasi per caso. Un paio di amiche a dieta, alcuni mediocri tentativi in cucina, le prime avanscoperte nei supermercati stranieri. Improvvisamente scopro un universo fatto di calcoli e numeri: un mondo controllabile, misurabile, sicuro, preciso. Ed ecco che tutto ciò che di imprevedibile c’è nella vita viene spazzato via da una serie di operazioni ossessivamente ripetute, mentre uno schema rigidissimo, sul quale mi pare di avere il controllo, mi assoggetta sempre più alle sue regole e divieti. Il senso di potere che mi dà l’avere in pugno il mio corpo, mi inebria al punto che presto non riesco più a farne a meno. Le privazioni diventano più consistenti e mi fanno sentire forte, le ossa che sporgono si fanno attraenti, ed ecco che io, Margherita, finalmente inizio a non esistere più: imprigionata in una gabbia di ossa, sono completamente estraniata dai miei desideri, i miei pensieri, le mie paure.

Il percorso di cura inizia un anno dopo, nel gennaio 2017, presso l’ospedale Niguarda. La malattia, prima strumento attivo di controllo e prova di forza, diventa ora un rifugio sicuro dove accoccolarmi, un nido dove riposare il mio corpo provato dagli stenti autoinflitti, un utero nel quale ritornare. L’essere debole, ridotta a un corpicino fragile incapace perfino di camminare, mi aiuta a difendermi dal mondo, a sfuggire alle responsabilità che sento di avere, alle aspettative che penso di non poter soddisfare, alle relazioni che non credo di saper gestire. Alla vita, insomma. L’ospedale diventa il nucleo di questo mio nuovo mondo e, inizialmente, una casa per me e la mia stanchezza. La posizione in cui la malattia ora mi pone mi si presenta comoda, perché, ormai privatami di ogni cosa, mi consente di non dovere più nulla a nessuno. Avendo già dato tutto, il mondo esterno non può più chiedermi niente.

Se per molto tempo la malattia rappresenta per me un comodo sistema di sfuggire alla vita, lo scorso inverno, però, si trasforma definitivamente in un mostro: non più una spada da poter brandire contro le difficoltà, bensì un’arma conficcata dentro di me e radicata così profondamente da precludermi, infine, la vita. In ospedale passo le ore rannicchiata sotto le coperte, a casa assumo sonniferi per addormentarmi anche di giorno, l’autolesionismo assume forme nuove e spaventose. Passo nottate insonni a fumare, dipingere, scolpire la creta, scrivere. Nulla, però, riesce ad aiutarmi. Il tempo diventa la mia ossessione. Immobile, glaciale, cieco: è un tempo di piombo che scandisce giornate infinite e pallide come il viso malato di un uomo vecchio e stanco. Lo sguardo fisso all’orologio, osservo costantemente le lancette frammentare in sezioni sempre uguali l’immensità di un giorno che non scorre più, ma è invece composto di tanti attimi fusi in un unico addensamento nero e indomabile. Il futuro è pura angoscia, il presente un eterno stillicidio.

Eppure, proprio quando sembra che la sofferenza sia giunta a un punto di non ritorno, qualcosa si muove. Ancora adesso, nei momenti di paura, cerco di ricordarmi di questo cambiamento, e di quanto mi abbia mostrato come la vita muti costantemente e come a ogni giorno ne segua sempre un altro. Una verità questa, che sembra banale ma che, come tutte le verità più banali, ha bisogno di essere costantemente ricordata. E soprattutto, così come i giorni, siamo anche noi stessi che, operando delle scelte, possiamo cambiare.

Riscoprire la mia voce ha rappresentato il primo passo verso questa trasformazione. Parlando, ho imparato a conoscere di più me stessa e ho reincontrato quei desideri dai quali mi ero estraniata, e quei pensieri e paure che il pensiero ossessivo aveva esorcizzato. Ma, nel ritrovare tutto ciò, questa volta ho finalmente provato compassione per me stessa. Ho rivisto la mia timidezza, le mie difficoltà sociali e la mia confusione e ho, piano piano, iniziato ad accoglierli come parti di me. Ed ecco che la vita e il futuro, pur nella loro oscurità, sono diventati ora più accettabili, perché non li affronto più da sola, ma munita di una me stessa che sì, non perfetta, ma è finalmente vera. Guarire non ha significato non piangere più dopo un’uscita andata male, né smettere di essere timida a una festa, o confusa riguardo a cosa fare nella vita. Guarire, per me, ha voluto dire che non è più il silenzio del corpo a comunicare al posto mio, ma la potenza della mia voce. E, allo stesso modo, che forza non equivale più a dura resistenza, ma a un dolce lasciare andare. Quando parlo di una vita dopo la malattia, quindi, non intendo dire un’esistenza in cui le nostre «debolezze» sono sconfitte. Anzi. Parlo della possibilità di conviverci e perfino di provare amore per esse. E, con esse, amore per noi stessi. Forse proprio ciò di cui si ha tanta fame.

Vorrei perciò dedicare questo articolo a tutte quelle persone che mi hanno ascoltato: dai dottori che mi sono stati a fianco, agli affetti che non si sono allontanati. Credo che, così come penso sia ingenuo ritenere che si possa guarire con la sola forza di volontà, allo stesso modo non sia possibile guarire da soli. Per questo devo molto a tutti coloro che mi sono vicini. Ma, arrivata a questo punto, posso dire che devo molto anche a me stessa. Che ho parlato, e quell’altra voce, quella che per tutta la vita ha tentato di sabotarmi e di impedirmi di crescere, ho avuto le forze e il coraggio di cacciarla via.

 

 

 

 

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