LA STORIA DI LEONARDO

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Di Leonardo Ghilardi

Prima di cominciare, è doverosa una piccola premessa per una storia che vuol far sia riflettere che confortare non solo i «sani», ma anche coloro che purtroppo si ritrovano in situazioni simili alla mia. Infatti vorrei che questa testimonianza fosse recepita come un «hey tranquillo, non sei il solo ad essere intrappolato in un corpo che ti rema contro». Ricordate che c’è sempre qualcuno che può capirvi, e spesso leggere la storia di un estraneo può aiutare a sentirsi meno soli. 

Tutto cominciò la notte tra il 21 e il 22 di giugno 2017, una data storica poiché la mattina avrei dovuto sostenere la terza prova degli esami di maturità. Cosa accadde quella notte? È presto detto. Facevo fatica a respirare a causa di un dolore insopportabile alle parete toracica sul fianco sinistro. Non riuscivo a star sdraiato, né nemmeno dritto in piedi. Mi sembrava di essere un pugile che ha appena ricevuto il colpo di grazia ed è vicino al K.O. Stavo morendo dal dolore. Di corsa in pronto soccorso, al triage mi danno la bellissima notizia: «deve aspettare circa 5 ore». Perfetto, e gli esami di maturità chi li fa al posto mio? Niente, si torna a casa doloranti dopo una puntura di antidolorifico. Nel frattempo, la maturità finisce e siamo ormai ai primi di luglio.

Il dolore continuava imperterrito anche se molto più lieve rispetto a quella fatidica notte. Mi si gonfia una parte sinistra del costato, stavolta al pronto soccorso mi impongo e in un’ora e mezza riesco ad essere visitato. «Hai una costola rotta e del liquido intorno», mi disse la dottoressa. Da quel momento, partono mille domande e altrettanti accertamenti. Si va di ecografia, tac, biopsia e vari esami del sangue finché si capisce che è un tumore maligno. 

Mi spediscono all’Humanitas di Rozzano, dove vengo sottoposto a esami più specifici e finalmente a metà agosto so quanto il mio corpo mi vuol male: sarcoma di Ewing. «Perderai i capelli», le più dure parole di quella travolgente conversazione con l’oncologa. Da qui in poi ho iniziato il mio viaggio che continua tuttora. Le chemio erano ogni 20 giorni, e l’operazione per togliere quel male, il giorno del mio compleanno: 30 novembre 2017. Le terapie continuano fino al 22 giugno 2018 (esattamente un anno dopo), in cui ormai mi consideravo e mi consideravano guarito. 

O così sembrava. Ahimè, la difficile notizia arrivò il 25 luglio. È tornato, è grosso quanto un mandarino e dobbiamo toglierlo il prima possibile. Il mondo intorno a me si fece strano. Convinto di avercela fatta, in due secondi tutte le certezze volarono via. Tutto scomparve. Rimasi solo io e i miei pensieri, io e la mia mente. Ci volle un giorno per metabolizzare quelle parole e si ripartì più forti di prima. Sempre guardando avanti. Le persone vicine non mi mancavano, e una new entry mi era appena capitata tra le mani, quasi come un angelo arrivato nel momento più opportuno (non a caso si chiama proprio Beatrice) e tuttora mi accompagna con tanto amore. Mi feci strada tra un’operazione abbastanza delicata, un’infezione che non voleva andar via e l’inizio del nuovo schema di chemioterapia. Le notizie che ricevevo non erano delle migliori: «Leo, il tuo midollo non combatte più la malattia, per guarire al 100% in futuro si deve mettere in conto un trapianto, appunto, di midollo», oppure, «per ora devi fare tante, tante chemio, non si sa per quanto». Dopo aver digerito tutto questo finalmente trovai un po’ di equilibrio. Anzi, avrei voluto trovare un po’ di equilibrio, erano passati 2 cicli di chemio e tutto sembrava andar liscio come l’olio. 

Invece, che è successo? Il 16 ottobre sono stato costretto ad andare in ospedale poiché iniziai ad accusare uno strano dolore alla schiena accompagnato dalla febbre. Dopo una veloce visita, i dottori mi hanno spedito in pronto soccorso per una tac d’urgenza. Ebbene sì, non c’è due senza tre. Il terzo tumore apparve così dal nulla tra un ciclo di chemio e l’altro. Ovviamente mi tennero barricato in ospedale. Fu il ricovero peggiore che io abbia mai fatto: tanta sofferenza per i vari dolori che il tumore mi procurava, la febbre, non riuscivo a scaricarmi, avevo una tachicardia di 130 battiti al minuto. Un disastro. 

Uscii dall’ospedale con le mie gambe dopo quasi 3 settimane. Non mi sembrava vero di aver passato così tanto tempo in quel dannato letto e che mi fossero capitati tutti quei sintomi in una sola volta. Mi sentivo quasi risorto. Una fenice che riemerge dalle ceneri. La mia vita ricominciava.

Dentro di me ho ancora il tumore, ma per ora penso solo che sia il mio accompagnatore di fiducia. Sempre lì a ricordarmi il triste destino a cui, per ora, son costretto, ma che un giorno ringrazierò per avermi formato caratterialmente e fatto crescere mentalmente. Una soluzione che ho iniziato ad adottare è il parlare incessantemente. Parlare con gli amici, la fidanzata e soprattutto con me stesso. Ora ho in testa mille progetti e tutto grazie a questo terzo tumore che mi ha aperto definitivamente la visione di qualsiasi cosa. Ho deciso di aprire un canale youtube chiamato Rainman e una pagina Instagram (rain_._man) dove carico video e foto incentrati sulla mia personale esperienza. Il mio intento è far riflettere le persone su tematiche abbastanza pesanti quali la malattia e come un paziente vede la società che gli gira attorno. Tu che stai leggendo e che sei in una situazione difficile, anche se molto diversa dalla mia, sappi che io ce la sto facendo, sappi che puoi contare su di me e che soprattutto devi contare su di te. Circondati di persone che non solo ti aiutano, ma anche che ti sostengono e ti supportano. Vinci con le tue forze, ma armati di persone che credono in te.

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