LA STORIA DI FRANCESCA

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Di Francesca Filardi

Francesca, una ragazza di 28 anni, è sempre stata disponibile per tutti, anche troppo a volte, dimenticandosi che prima di tutto c’era lei stessa. Sembra assurdo come questo motivo, amplificato dalle tante difficoltà che ha dovuto affrontare durante la sua adolescenza, abbia potuto portarla ad ammalarsi, a passare ormai già quasi 3 anni in ospedale, a non poter lavorare e a condurre una vita che per la maggior parte delle persone è «normale».  

L’ignoranza (compresa la sua, inizialmente) dovuta soprattutto alla scarsa informazione e alla diffusione di luoghi comuni e stereotipi, porta a credere che l’anoressia sia la malattia (anzi spesso non viene neanche considerata tale) che colpisce la ragazza che vuole apparire, che «vuole fare la modella» e conformarsi ai canoni della società attuale che spingono sempre più persone a cominciare diete e a perdere chili. Purtroppo, dietro c’è tutt’altro: si celano tantissime difficoltà, insicurezze e paure e ad essere coinvolti non sono solo soggetti femminili ma anche maschili, non solo ragazzi ma anche adulti. Dietro alle ragioni estetiche vi è dunque una moltitudine di fattori che sfociano con l’utilizzo del corpo come unico mezzo con cui comunicare un disagio profondo. L’atteggiamento altruistico portato all’estremo, il senso d’inadeguatezza costante, il desiderio di non sbagliare mai e di piacere sempre a tutti (quando in realtà non piaci principalmente a te stessa) sono solo alcuni dei tanti fattori che MI hanno trascinato (perché ora voglio parlare in Prima Persona) in questo vortice. Inizi così a fare cose in modo ossessivo credendo di essere onnipotente, di poter far tutto senza mai fermarti e di non poter sbagliare nulla perché a te non è permesso. L’asticella delle aspettative si alza sempre di più e tu non sei mai soddisfatta. Ma non avere limiti non è umano e riconoscere le proprie difficoltà, senza continuamente giudicarsi e criticarsi, è sano. Tutte le fragilità che una persona può mostrare sono inaccettabili su te stessa e ogni cambiamento, attraverso cui inevitabilmente arrivi a scontrarti con esse, diventa un problema insormontabile. Sempre più frequente è il pensiero che piuttosto che essere un «peso» per gli altri faresti di tutto: addirittura sparire! Inizia così una sfida con la bilancia, a voler vedere scendere il tuo peso sempre di più. Ci finisci incastrato senza neanche accorgertene, ti catapulta in un mondo fatto di numeri, di calcoli, di schemi che ti danno sicurezza. Passi quindi a controllare ciò che mangi facendolo diventare una vera e propria ossessione che ti allontana dalla realtà e finisce per farti rinunciare a tutto, anche alla vita stessa. Sei convinta che questo controllo ti faccia star bene, ma alla fine finisce per controllarti lui stesso. Non puoi concederti nulla perché tu non meriti niente: anche una pizza diventa «troppo» per te.  Per te non è possibile niente di bello, ma fai di tutto per farlo accadere agli altri. Chiedere aiuto a te non è permesso. Da sola puoi farcela, non vuoi «pesare» in alcun modo sugli altri, non vuoi recare sofferenza a nessuno perché tutto genera sensi di colpa continui, che non riesci a gestire. Preferisci, dunque, occuparti degli altri perché si sa che, spesso, è molto più facile fuggire dalle proprie paure, dai propri problemi piuttosto che affrontarli. Ma non si può sempre scappare, e non si può sempre stare in silenzio e subire come se la nostra vita non ci appartenesse. La nostra voce è importante quanto quella degli altri e non serve a niente cercare di soffocarla continuamente. 

Come Francesca ci sono purtroppo tante altre ragazze, ma il momento più brutto per me (perché la strada verso la guarigione comporta tantissima sofferenza e la risalita segue soltanto la discesa) è stato forse quando ne sono diventata veramente consapevole. All’inizio credi di essere «diversa»: l’errata percezione sul tuo corpo si traduce in un’errata percezione della realtà che non accetti e che, anzi, continui invano a cercare di voler modificare affinché tutto possa migliorare, ma questo non è possibile semplicemente perché non tutto è controllabile, non si può gestire la vita come se fosse una grande operazione matematica. Ed è a questo punto che ti senti «finalmente malata», ora più di quando pesavi 28 chili, in questo corpo nuovo che non riesci a riconoscere e che ti dà paradossalmente meno protezione di quel corpicino fragile che ti permetteva addirittura di non percepire la stanchezza. È arrivata qui la lunga fase in cui sono «rimasta imprigionata in quelle mura di ospedale» semplicemente perché attratta dai vantaggi che comportava. Tutto ciò mi ha permesso di presentare uno «stop giustificativo» al grande senso di colpa di stare finalmente un po’ in panchina, di non essere sempre presente e in grado di poter cambiare tutto e aiutare tutti. Mi ha permesso di farmi vedere nel mondo e di richiamare l’attenzione di alcune persone e di alcuni aspetti problematici della mia vita, anche se non subito per aggiustarli, ma per iniziare almeno a lavorarci. Questa fase ha creato una sorta di equilibrio in cui sono stata messa al centro come una persona che finalmente «pesa». L’ospedale diventa la mia nuova grande famiglia, conosco tantissime persone straordinarie a cui mi lego affettivamente, ma sempre di più mi aggrappo al beneficio che questa situazione sostiene nelle mura di casa e di cui maggiormente avevo fame. 

È sicuramente stato questo il «nutrimento» più consistente di cui avevo bisogno. La mia famiglia non è mai stata e non sarà mai come quelle che si vedono negli spot del Mulino Bianco, ma presto le nostre divisioni hanno finito per unirci o semplicemente per farci incontrare e ritrovarci e le nostre difficoltà sono diventate i nostri punti di forza. Intrappolata in questa rete ti trovi, come sosteneva il filosofo Zenone con i suoi paradossi contro il movimento, davanti a un bivio in cui, non sapendo che strada prendere, finisci per rimanere fermo e non goderti nessuna delle cose che comporterebbe una delle due scelte. Come un corridore che per paura di non arrivare primo, decide di non partecipare nemmeno alla gara, finendo per perdersi anche solo semplicemente il paesaggio che potrebbe ammirare durante la corsa, o rinunciando a conoscere le persone che potrebbe incontrarvi. 

A questo punto qualcosa è successo. L’ennesima sfida personale si è tradotta nella volontà di raggiungere un traguardo che forse non arriverà mai, ma perlomeno mi ha spinto a reagire e a muovermi.

Oggi, infatti, mi trovo ancora qui, ma non più immobile ad assistere la mia vita che mi scorre davanti come se fosse altro da me, con una propria natura e indipendenza. Quasi come una macchina che procede automaticamente senza un conducente. Mi trovo a fare i conti con me stessa, ma in un modo differente rispetto a prima: non solo inquisitorio e critico come un giudice nel tribunale di quella che è la mia stessa vita, ma come un alleato e testimone delle mie naturali sofferenze, difficoltà e imperfezioni; e in un modo non di spettatore, ma di protagonista della mia vita, senza più dovermi nascondere dietro maschere e fingere nel teatro che è forse la società di oggi e che in gran parte non mi appartiene. Voglio finalmente essere in grado di fare squadra con me stessa ed essere capace di specchiarmi chiedendomi unicamente chi sono, cosa mi piace e cosa voglio. Insomma, voglio vedermi davvero!

Vedo e riconosco la mia più grande nemica e ci combatto ogni giorno ma senza provare solo tanta rabbia e colpevolizzando me stessa e il mondo attorno a me. Con le mie mille paure e le difficoltà che sto incontrando nel dare spiegazioni al resto del mondo – che invece è andato avanti – voglio tornare ad avere un peso nel mondo.

Ho capito che piangersi addosso, non affrontare i problemi e far finta che non ci siano, oppure rifugiarsi sempre dietro qualcosa o qualcuno e cercare la via più semplice, sono in realtà atteggiamenti che diventano fonte di autodistruzione. La forza, il coraggio e la volontà di lottare sono dietro ognuno di noi e nessuno può non riuscire a vederli nelle battaglie che la vita ci impone. Ho imparato che oltre a dare sempre, si può anche chiedere: chiedere aiuto e sostegno non è sinonimo di sconfitta o debolezza, ma capacità di saper cogliere quella piccola luce presente in fondo ad ogni galleria buia. Ho imparato che oltre ad ascoltare sempre gli altri, bisogna imparare anche ad ascoltarsi, saper riconoscere i propri limiti e non voler sempre troppo da se stessi. Semplicemente sapersi voler bene, perché vincente è chi ha capito che non si può vivere sempre felici, ma bisogna sempre essere felici di vivere! La bellezza che c’è dentro ad ognuno di noi non può essere ripagata neanche in minima parte con quella che sta al di fuori e con nulla al di fuori. La mia vittoria più grande è oggi poter essere grata a tutte quelle persone che sotto varie forme mi hanno aiutata, mi sono state vicine e mi vogliono bene. Per me non c’è ricchezza più grande che la vita mi possa donare. La mia speranza è quella di non far sentire sole e perse le tante ragazze che leggendo la mia storia ci si rispecchieranno, ora che finalmente, dopo tantissima resistenza e fatica, sono riuscita a smascherare me stessa e sto imparando ad accettare e ad accogliere le mie emozioni, dando loro un posto accanto a me e non contro di me. 

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