LA STORIA DI FEDERICA COLOMBO

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Di Federica Colombo

Spesso mi dicono che su di me sarebbe bello scrivere un libro o girare un flm, perlomeno così è stato quando ho portato i documenti per chiedere un tirocinio volontario al Gaetano Pini, nello stesso reparto, il Centro Ortopedico Oncologico, dove sono stata operata 5 anni fa. In realtà non credo affatto che la mia vita sia degna di un film, per quello esistono soggetti come Malala, Gandhi o Einstein.

Io sono una delle tante persone che in silenzio e con impegno prova a imporsi nella vita, nonostante malattie, persone, gelosie e problemi che apparentemente remano contro. Sono una tra i tantissimi (mi piace definirci Eroi Contemporanei) che in questa società soffre, non sono meglio degli altri. Come intuibile, ho una fervida varietà di pensieri e filosofie, ma non vorrei dilungarmi oltre, potrò farlo in altri momenti, se ne avrò occasione.

Mi chiamo Federica Colombo, ho 22 anni e frequento il quarto anno di Medicina all’Università Bicocca. Mi preme chiarire subito che no, non ho scelto questi studi per il mio trascorso terapeutico, ma solo per quella, talvolta malsana, attrazione verso ciò che è patologico nel nostro organismo, macchina perfetta nella sua imperfezione. Solo chi vuole fare il chirurgo può comprendere. Cinque anni fa ho finito le cure per un Sarcoma di Ewing. In mezzo a tanti B.Livers mi piace agitare la manina e far presente che in un mare di linfomi di Hodgkin e Leucemie varie, esistiamo anche noi, in terza fascia per statistica tra le patologie neoplastiche degli adolescenti, i sarcomi dell’osso.Pardon, nel mio caso della cresta Neuroectodermale, «qualcosa di embrionale» che non mi ricordo da quando ho dato l’esame di Istologia.

Avevo 16 anni ed era il 10 Ottobre 2011, il giorno prima era una domenica, e l’avevo trascorsa con una mia amica. Essendo io atavicamente in difficoltà nelle relazioni sociali, quella conquista mi aveva illuso che avrei potuto essere felice. Sono sempre stata un’agonista e quella mattina a educazone fisica avrei dimostrato che valevo un pass per i campionati studenteschi nel salto in lungo. Ricordo gli 80 passi, la corsa, lo stacco e il volo. Il piede sulla linea è stato il mio ultimo appoggio da sana su questo mondo, ed è come se la mia «me ante malattia» fosse morta in quel momento.

Dopo è stato solo dolore e sabbia umida nelle scarpe. Un dolore allucinante. Pensavo a un menisco o a un crociato perduto, ma quello che mi aspettava era troppo grande per me, una bolla di confusione, lacrime, silenzi assordanti e parole senza senso. Biopsia, al Pini, attesa, ricovero in Istituto dei Tumori, chemio che ti avvelena, vomito. Non ricordo molto altro per la verità. Ho rimosso molte cose, credo come mezzo per scappare. Paradossalmente a livello psicologico, oltre ai normali e frequenti momenti di rabbia, è stato uno dei periodi più felici.

Molte persone si occupavano di me, infermieri e dottori fantastici, volontari e amici, quegli amici che non avevo mai avuto. Non ero più quella da sola in classe, avevo «compagni di sorte» pelati come me: per la prima volta non ero diversa. In ospedale ho incontrato l’affetto, l’amicizia e anche l’amore, forse. Purtroppo, ho incontrato anche la morte, nello sguardo di un’infermiera che mi ha fermata mentre volevo salutare un’amica in una stanza del reparto.

Facebook non era quello di oggi, ma imparai che sarebbe stato il primo messaggero della morte, uno dopo l’altro, degli amici dell’ospedale. Quella era la paura, quella vera. Da quel giorno non mi ha mai abbandonato, da quel giorno apro gli occhi la mattina e so che devo sbrigarmi, perché la vita non aspetta. Il tempo è il bene piu prezioso che crediamo di possedere.

Sono stata una persona fortunata, il mio percorso di malattia è andato veloce come un treno, sicuro sui binari dei protocolli standard per le nostre malattie rare di cui nessuno si occupa più di tanto, se non la formidabile equipe dell’Istituto dei Tumori di Milano, un posto dove la sofferenza pervade ogni dettaglio della vita quotidiana, trasformandola in speranza, coesione e supporto, valori che spesso dimentichiamo «nel mondo di fuori». Questa è la magia di un ospedale.

Amo gli ospedali, lì non sei mai solo, un ospedale non chiude mai, le sue luci confortano da lontano le mie lunghe notti passate a pensare. È per questo che ho scelto l’ospedale come casa per il resto della mia vita.Tornare tra i normali non è stato facile, di colpo scendi dalla nuvola dei buoni sentimenti e ti ritrovi in quarta liceo, con un mucchio di cose da recuperare e la società di tutti i giorni, così diversa dalle coccole delle infermiere.

Solo che non si è più come prima. Puoi guarire radiologicamente, ma le ferite restano, gli effetti collaterali, quelli di cui nessuno parla, quelli più intimi, restano lì.

Ho ucciso il liceo con un diploma da 100, ho azzannato l’università con la sistematica voglia di essere quella simpatica, di mettere a frutto ciò che avevo imparato alla Magica Cleme prima, e da B.LIVE poi. Essere «sociali», avere relazioni… tutti aspetti che non rientravano nel mio modo di essere, che verrà, dopo quattro anni, definito «Sindrome di Asperger».

Non credo che basti a definirmi. Sono un pozzo di burrascosi sentimenti, molto spesso difficili da capire per chi sta fuori. Rabbia, solitudine, ingiustizia, ma anche voglia di fare, di ruggire come una leonessa, soprattutto di arrivare alla fine del mio percorso di studi. La fatica pian piano però ritorna e, complici diversi eventi che hanno contribuito alla mia vita, non riesco a vedermi come la ragazza che ha vinto il cancro, come una guerriera.

Un giorno, durante un’uscita con B.LIVE, ho ricevuto il dono più grande che potessi immaginare: conoscere la fondazione Itaca. Parlare di salute mentale. Ho preso coscienza di qual era il mio stato e ho deciso di affrontare, di nuovo, un percorso di cura. Diverso, diversissimo da quello oncologico; avere un problema di depressione, ansia, ossessioni, non fa pena come il tumore. Anzi spesso è stigmatizzato, ignorato o addirittura rifiutato, persino da molti parenti. Ho deciso di curarmi, e anche se mentre scrivo queste parole si consuma l’ennesima tragedia che coinvolge la nostra famiglia, sono qui. A raccontare.

Vorrei ringraziare i miei genitori, vorrei ringraziare Bill, Martina, Sofia e tutti coloro che rendono B.LIVE un piccolo gioiello fatto di emozioni e sostegno. Vorrei ringraziarvi soprattutto perché avete dato una svolta alla mia vita, durante tutti questi anni ci siete sempre stati e siete come una famiglia. Avete creato qualcosa di meraviglioso dove prima c’era solo il nulla. Quanto a me, darò il massimo come ho sempre fatto. Ho toccato il fondo e sono risalita, più volte. Penso al futuro con timore ma con tanta voglia di realizzarmi, anche assieme al mio piccolo grande amore che in questi quattro mesi mi è stato vicino. Prometto alla società che farò del mio meglio, prometto a tutti i miei pazienti futuri e presenti che mai, mai mancherò di esserci per loro. Questo è quello che voglio fare.

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