LA STORIA DI ARIANNA

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Di Arianna Morelli

Eccomi qui, dopo 10 anni a raccontare la mia storia, quella che mi ha reso ciò che sono e mi ha permesso di essere fiera di me. Una storia, un percorso in salita, tante lotte contro le mie paure, la mia malattia e me stessa. Fino ai 6 anni la mia infanzia è trascorsa serenamente, mi sentivo come una principessa, però dall’animo guerriero, che vive tranquilla in un castello, protetta da mura fortificate: tutto emana calore e senso della famiglia. In questo ambiente la principessa conduce la vita che qualunque bambina vorrebbe: gioca con le compagne di bon ton e i principini che animano la corte. Tutto appare limpido, senza pieghe sui suoi abiti o sulla sua pelle. La sua esistenza procede senza grossi problemi, la sua vita come sotto un incantesimo: fedele e amica dei suoi sogni.

È ancora più entusiasta dato che suo padre Davide, il suo eroe, è arrivato a trovarla da un altro castello dove, non capisce perché, dei re molto potenti non gli permettono di uscire spesso. Questa fortificazione si trova a Mantova ed è un centro di recupero per tossicodipendenti; lei non riesce a capire quelle parole così difficili, ne percepisce solo il sapore aspro e tagliente e al tempo stesso la fragilità. È così serena, non vede l’ora di trascorrere del tempo con il suo eroe, di farsi portare al parco, di colorare insieme un disegno, di burlarsi con lui del bisnonno. La giornata scorre come un film Disney e arriva così la sera; la piccola dorme con i nonni, il suo campione nella camera singola adiacente. Trascorsa la notte e pronto il pranzo, la figlia del re va per svegliarlo. Entrando nella camera la principessa inventa la possibile scena di un film d’animazione: una bambina con poteri magici sveglia il giovane padre che l’attira a sé per poterla stringere di più e dal loro abbraccio si irradia una luce verde che renderà il loro legame indissolubile. Purtroppo l’immaginazione di Arianna viene interrotta perché il genitore ha il volto pallido, la fronte bollente, è sudato. L’ultimo ricordo di quella giornata è il suono assordante della sirena dell’ambulanza.

Dopo circa 3 mesi, nell’ottobre del 2008 la piccola Arianna è in ospedale per controllare la sua zoppia. Così esegue una risonanza magnetica dalla quale emerge che il suo cervello ospita entità sgradite, cellule cattive che la stanno distruggendo e stanno combattendo le cellule buone: la guerriera è affetta da un tumore cerebrale chiamato Astrocitoma Pilocitico.

Tre giorni dopo entra in sala operatoria: 12 ore di intervento la affaticano e la scalfiscono, ma non la buttano a terra.

La rabbia ora c’è e sembra crescere sempre di più, Arianna è piena di domande che assillano anche la parte del cervello che le hanno violato: il terzo ventricolo sinistro. Sono fiera di dire che quella bambina sono io.

Non avevo la possibilità di ambientarmi in una camera dalle sembianze amorfe e insensibili, che già ero in un’altra stanza per ulteriori controlli: mi sentivo un groviglio di confusione, rabbia, insicurezza ed esperienze più grandi di me e della mia immaginazione.

Durante l’intervento ricordo che ero in compagnia del mio eroe, del mio bisnonno Mario, di mia nonna Annapia e di mio nonno Giordano; roteavano sopra di me e l’aspetto più buffo è che il mio Davide mi si mostrava con indosso un pannolone. Parlando con lui ho scoperto che aveva bisogno di andare in bagno, ma voleva e doveva stare al mio fianco e supportarmi nella lotta. Una volta risvegliata, dopo 3 giorni di coma farmacologico, non parlavo e avvertivo dentro me la pulsione di picchiare qualcuno e sfogare così il mio thanatos. Comunicavo a gesti: per una risposta affermativa, pollice in su, per dire no mostravo il dito medio. Dopo circa un mese sono potuta tornare alla mia quotidianità: non totale, non andavo a scuola e non mi affaticavo in corse al parco.

Dopo una serie di controlli a mio favore contro il mio Astrocit – soprannome appioppato al mio fedele nemico – ad aprile una risonanza ha giocato a mio sfavore. Così mi sono trasferita dal Manzoni di Lecco al Besta di Milano, dove uno staff medico formato da incredibili guerrieri e capitanato dal chirurgo, dottor Giombini, mi ha rioperato. Ricordo con vergogna e con qualche risatina, le parole che gli ho detto prima dell’operazione: «Tu mi stai antipatico, non sei mio amico, sei proprio antipatico secondo me». Ora è la persona che mi procura più gioia e fiducia. La seconda operazione è durata 10 ore e la mia ripresa è stata ancora più veloce. Dopo essere tornata a casa e dopo aver ripreso ad andare a scuola qualche mattina, coprendo la mia lucente pelata con bandane colorate, un altro controllo ha giocato a mio sfavore: così ho nuovamente traslocato. Sono passata all’Istituto dei tumori dove ho svolto una cura di 10 cicli di chemioterapia, un mix di cisplatino ed etoposide. Nausea, vomito e spossatezza mi dominavano. Durante la mia permanenza lì, le mie giornate erano allietate da animatori esuberanti: vorrei ricordare in particolare Angelo, che con i suoi lavoretti mi distraeva e mi faceva dimenticare i fluidi che mi circolavano in corpo. Anche il supporto della mia famiglia, dei miei compagni di scuola e degli insegnanti non è mai mancato, anzi ho sempre ricevuto stimoli e incipit per non mollare: ricordo che una compagna aveva tagliato i capelli a tutte le Barbie per renderle simili a me e farmi sentire meno fuori luogo e più alla moda. Un’altra, per togliermi la paura di mostrare l’inesistenza della mia chioma, era arrivata a scuola con indosso una bandana e mi aveva proposto di togliere insieme quel velo che ci rendeva meno uniche. Non riesco ancora a capire, o forse ad ammettere, quanto l’Istituto, divenuto inconsapevolmente un altro nido, una seconda famiglia, mi abbia reso una vera combattente e mi abbia fornito una spada e uno scudo per non cedere dinanzi alle difficoltà. Ma so che questo è successo grazie a tutte le persone che rendono così speciale e luminoso un luogo che dovrebbe apparire invece austero. Per esempio Lucia, l’infermiera con cui discutevo delle mediocri partite dell’Inter e alla quale una mattina mi sono presentata con una maglietta alquanto volgare contro i nerazzurri. Morena, infermiera dolce, dall’animo materno e dai folti capelli biondi. Stefania, operatrice alla quale raccontavo i miei segreti. Nietta, volontaria che mi elargiva, quando non ero troppo nauseata, mucchi di caramelle. Per mia enorme fortuna un evento così traumatico mi ha fatto conoscere persone incredibili, che mi hanno coccolato e hanno creduto in me.

Grazie a quella semplice struttura di via Venezian, ho imparato a dare peso alle cose che meritano veramente la mia attenzione.

Un altro grande appiglio in questa avventura è stato il calcio, con il quale riuscivo a sublimare le mie emozioni negative e la mia rabbia e a trasformarle in tifo. Non è un caso, secondo me, se i colori della mia squadra sono il rosso e il nero, tonalità che mi rappresentano: rosso come il coraggio di un leone, nero come la paura e simbolo della battaglia. Tutte queste emozioni hanno scandito la mia sorprendente infanzia. Grazie all’Istituto ho instaurato forti amicizie e creato legami indistruttibili, che superano i confini del tempo e dello spazio: Guia, una bambina dallo sguardo furbo e dolce è mancata nel 2011, eppure io continuo a scriverle lettere e poesie e a parlarle di me e della mia vita, a chiederle consigli.

Ormai sono 7 anni che io e il mio Astrocit continuiamo a convivere senza litigare. Finalmente.

La mia vittoria in campo medico è dedicata a tutti i miei angioletti: per loro ho lottato e continuerò a farlo con tutte le forze.

Quest’anno ho anche affrontato una mia paura, un ostacolo che ero convinta di non poter superare: ho visitato la comunità di cui è stato ospite mio padre, riuscendo così a perdonarlo e cercando di comprendere i suoi errori.

Ora la mia vita non è perfetta, ma per me è unica, e da circa un anno e mezzo, da quando è nata la mia sorellina Ilaria, è divenuta ancora più straordinaria. 

Il 23 di questo mese mia mamma si sposerà con il suo compagno Andrea, non posso desiderare di più. È lei il perno grazie a cui sono riuscita a galleggiare in quella massa spropositata di problematiche legate alla mia malattia. Mi ha sempre affiancata, non mi ha mai abban donata, è stata ed è tuttora l’ideale a cui aspiro. I suoi occhi mi hanno sempre riservato conforto quando in realtà avrebbero desiderato piangere, le sue mani mi hanno sempre accarezzato quando avrebbero voluto schiaffeggiarsi, le nostre menti  si sono sempre più avvicinate, supportate, abbracciate, hanno pianto assieme e infine hanno trionfato.

Sono una guerriera a volte rozza e grezza, a volte timida e poetica; ho amici speciali e fuori di testa, del resto non potevo sceglierli troppo seri e impostati, in fondo anch’io ho un cervello anomico e fuori dal comune.

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