LA STORIA DI ANDREA | Il Bullone

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Di Andrea Balconi

Mi chiamo Andrea, nato il 1 Aprile del 1988, già potremmo aprire un simpatico capitolo sulle continue battute come «sei un pesce d’aprile, uno scherzo della natura», ripetute per 31 anni circa.

Nacqui a Lima, in Perù, da una madre con un nome inventato e con un padre fantasma.

Fui adottato da una coppia italiana all’età di 6 mesi, un piccolo fagottino con una macchia rossa sul polpaccio che spaventava le infermiere della Sacra Maternidad di Lima.

I miei genitori passarono non so quanti problemi burocratici, corruzione, incertezze e paure in un Paese straniero e per colpa del mio nome «Andrea» – che in Perù è considerato femminile – veniva messo in dubbio anche il mio genere, possiamo dire che erano avanguardia dei SJW (Social Justice Warriors); a posteriori li ringrazio, meglio Andrea di Davide o Riccardo.

Tuttavia il fatto di non avere nessun indizio o radice certa del mio passato, mi ha sempre dato fastidio, non per giudicare le decisioni prese o contestualizzare la decisione dell’abbandono, ma per il semplice sapere qual è il punto X.

Passai intere giornate della mia infanzia a fantasticare sull’identità dei miei genitori, vari background, possibilità, sogni, speranze, illusioni, perfino identificarmi con Bruce Wayne (a parte la superumana ricchezza).

Forse fu proprio questa «identificazione» nel personaggio di Batman, che mi portò a studiare la controversa natura della realtà attorno a me, vista da un bambino cresciuto con un complesso di abbandono e di inferiorità e una tristezza che germogliava di giorno in giorno.

Frequentando assiduamente l‘oratorio di paese, catechismo, la chiesa, le scuole cattoliche e leggendo la Bibbia e i vari giornalini, avevo maturato la naturale moralità «giusta, pulita, legale, integra», per me non poteva esistere il fare del male, peccare per intenzione. Fare il male era per me un’idea assurda, perché se fai il male vieni punito sempre e giustamente.

Vedevo queste cose applicate però, solo a me in quanto osservato speciale; gli altri non venivano ripresi quasi mai e quindi mi sentivo in obbligo di correggerli personalmente, forse per un mal riposto senso del dovere o di giustizia, o forse per sfogare la mia rabbia repressa, ma le punizioni le prendevo io per i loro peccati, i loro scherni, gli insulti e le provocazioni per la mia diversità.

Giorno dopo giorno, senza alcun supporto da parte dei miei genitori che mi invitavano a «resisti, non cedere alle loro provocazioni, non ascoltarli», come fai a fare certi discorsi a un bambino SOLO con la sua diversità, pieno di rabbia, a contenerla e a contenerla ancora e ancora fino a quando scoppi?

La mia violenza era giusta per me, Batman rompeva le braccia, li pestava a sangue perché era nel giusto, loro sbagliavano e lui li puniva, allora perché io non potevo fare lo stesso, sfogare la mia rabbia e frustrazione su chi sbagliava? In fondo ero sempre io a raccogliere i loro peccati, in fondo vivevo in un mondo inventato nella mia stessa testa, senza contesto quasi.

Iniziai a tirare testate, rompere braccia, polsi, sfigurare la faccia con graffi, pugni, calci, soffocamenti in risposta a provocazioni e insulti gratuiti alla mia famiglia e a me. Tu mi offendi, tu mi sfidi io ti affronto, vieni, accetto il tuo odio, ti offro il mio.

Una logica molto semplice.

Forse fu proprio questo meccanismo, diventato motore infinito di rabbia, tristezza, incompletezza, a causare mille incomprensioni e una solitudine sempre più insostenibile.

Non una figura di riferimento, non una via da seguire, solo il mio odio e la mia rabbia, e mi piacevano. La tristezza come camomilla alla sera, ne diventai dipendente, assuefatto, più sentivo e provavo rabbia e dolore, più avevo la forza di andare avanti e sentivo il mio corpo nutrirsi di ciò.

Nell’adolescenza dovetti trasformare questo meccanismo di autodistruzione in qualcosa di costruttivo, o sarei impazzito, o peggio ancora.

Incominciai ad incontrare persone che mi aiutarono in una crescita costante nel caos, la ricerca quindi di ordine maniacale.

Iniziai a far parte degli Only Dust, la cosa più bella che mi sia mai capitata.

Incanalai tutto in quel gruppo, ignorantemente e con il massimo della mia natura. Dovevo suonare per loro, con loro, io ero il loro Batterista, io ero Dre e ancora lo sono.

Il sogno svanì, fui allontanato per punti di vista differenti in campo musicale. Caddi, ma avevo imparato una cosa estremamente importante: quando si cade ci si rialza, sempre.

Anche in questo lungo quasi infinito viaggio, cadere è quasi inevitabile.

Andrea, il secondo da sinistra

Metti in dubbio la tua persona, le tue certezze, le tue realtà.

Anche la fiducia in qualcosa di così naturale come il rapporto genitore/figlio (mi nascosero la natura della mia malattia per settimane, prendendo gli esami senza il mio permesso).

Ciò che mi sconvolse non era di certo la malattia, sono dell’idea che se ci sono i mezzi, dottori, medicine e percorsi, anche se pur complicati e difficili o dolorosi, bisogna affrontarli, arrendersi alla malattia senza combattere è da codardi, non ha il ben che minimo senso. Posso capire la paura, ma la si affronta a testa alta, non voglio perdere senza combattere.

Mi dissero che avevo un Sarcoma Epitelioide sotto la coscia sinistra, la famosa «sciatica».

Risposi dentro di me carico e senza alcun timore: «Non è un problema, combattiamolo».

Non tutti hanno ben chiaro il meccanismo che si scatena quando ti dicono «hai un tumore»: quella per me è diventata la mia battaglia, la mia guerra, il mio nemico, il drago che devo abbattere.

Il 24 di luglio dell’anno scorso mi operarono e mi levarono anche buona parte dei linfonodi nella zona inguinale. L’operazione e la preparazione fatta di incontri con la mia oncologa, le visite e tutto il resto, lo ricordo come una lunga e tediosa agonia su quelle scomode sedie e ritardi perenni: aspettare era la vera tortura.

Ricordo poco del giorno dell’operazione, a parte una tensione da «preconcerto», quando mi preparai con camice e tutto. Avevo paura dell’epidurale più che del bisturi.

Svegliato con catetere e tubi vari nel corpo, sentii un dolce stordimento, quella confusione da sabato pomeriggio quando ti sdrai quei cinque minuti che ti fanno rimanere più sconvolto di dieci ore di sonno.

La parte più tragica di tutto venne con la convalescenza e i drenaggi che mi fecero sentire sporco e disabilitato, camminare, andare in giro fu una cosa dura e fastidiosa. Ad una grigliata persi un drenaggio per errore, provvidenziale incidente.

Tolto poi anche l’ultimo drenaggio che mancava, pensai che fosse tutto finito: la battaglia vinta e la mia vita tornata alla normalità. Non fu così, a settembre i linfonodi rimanenti si ammalarono: era tornato, secondo round. Venni a scoprirlo in un modo molto carino: alle 12,30 avevo la mia prima seduta di radioterapia e alle 12,28 mi fermarono perché la mia oncologa voleva parlarmi. Sorrisi, perché tra lo stupore di mia madre e l’ingenuità di mio padre, l’unica deduzione logica era che ci fosse qualcosa che non andava. Quindi cominciai con tre cicli di chemiorossa, unita a una chemioterapia biologica; al secondo ciclo cominciai a perdere i capelli, ma la cosa non mi sconvolse, ero più stanco, ma non stavo male né vomitavo, di certo non persi peso. Le ultime due somministrazioni erano alla vigilia di Natale e il 31 dicembre e mi evitai cenoni con parenti e ubriacature moleste e confuse.

Dopodiché incominciai un’altra terapia perché quella non si era rivelata efficace e poi un’altra, senza alcun risultato: acqua fresca contro la sabbia.

In tutto questo percorso il supporto di parenti, amici e psicologi è stato decisivo e importante, il non farti sentire diverso, nonostante tu lo sia; la normalità perduta e meno male; la speranza che lentamente ti abbandona e fa spazio a paura e angoscia, per poi ritrovare un lento equilibrio. Compagni di battaglia che cadono, persone speciali con cui ci parli e decidi di amarli incondizionatamente e li vedi sparire e la cosa ti amareggia molto, ma poi realizzi che è molto più dura per loro che per te, quindi arrivi alla conclusione che le persone che ti amano non possono combattere questo male al posto tuo, possono solo stare al tuo fianco e sorreggerti quando cadi o chiedi loro aiuto.

La stanchezza è la parte più difficile del cammino perché il dolore lo puoi sopportare, ma la stanchezza si accumula sulle tue spalle e nella tua testa, senza che tu riesca a scrollartela di dosso.

Ora sento che la mia voglia di combattere si sta affievolendo sempre di più davanti a porte e speranze chiuse in faccia in malo modo.

Assistei alla «danza dei pagliacci» poco tempo fa: deludente, ripugnante la scarsa comunicazione, a spese della mia sanità mentale. Giorno dopo giorno vidi contraddizioni e poca serietà sulle decisioni, aver deliberatamente lasciato crescere la mia malattia del 25% per poi non operarmi, come «comunicato» tempo prima; avermi convinto a far parte di una terapia sperimentale, per poi comunicarmi che la stessa era oramai chiusa e non si sa ancora oggi se si riaprirà a breve e se ne farò parte. Quindi, riassumendo: cosa devo fare ora? Mi avete ancora abbandonato? Anche voi? Una settimana orrenda dove penso di aver toccato il più basso punto di fiducia nelle persone e il più alto livello di rabbia che abbia mai provato.

Nessuna certezza, nessuna garanzia, menzogne e codardia, la mia malattia cresce forse come la mia Rabbia pura e giustificata.

Ritrovare la calma e la serenità è un percorso interessante per la crescita personale, ma estremamente faticoso, come scalare una montagna convinto che l’incubo sia finito. Ma questo era solo il preludio del vero viaggio, del percorso di fede, di dimostrare davvero di che pasta si è fatti.

Son deciso più che mai ad andare avanti per gli amici, per i compagni del Gruppo Aya, per i fantastici ragazzi del Bullone, per tutti gli sforzi fatti fino ad adesso. Non voglio mollare, non voglio assolutamente mollare, anche davanti a menzogne e a persone orrende, che mi colpiscano pure, posso resistere.

Due anni passati con questo male regalano esperienze favolose e terribili, aprono gli occhi su cose semplici ed eliminano la futilità opaca, coltivata nella routine a cui ero sottoposto.

Ora ho anche un cane da accudire, non c’è più spazio per rabbia e odio.

Siate fiamma, siate fuoco. Bruciate per amore, bruciate per la vostra vita.

Non ci resta davvero che vivere.

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