LA MIA CASA ECOSOSTENIBILE

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Di Cristina Sarcina

Se pensiamo alla situazione ambientale del pianeta Terra non possiamo che valutare negativamente il nostro attuale modello di sviluppo, ormai alle soglie del punto di rottura. Bisogna pensare a un nuovo modello in grado di arrestare questo processo di autodistruzione. L’attività edilizia in particolare è per lo più fonte di distruzione per l’ambiente; l’architettura è tra le principali attività umane che producono degrado dell’habitat e inquinamento ambientale. Molto spesso anche in questo campo ci soffermiamo sulle sole apparenze senza pensare al ruolo e alle funzioni che l’oggetto in analisi porta con sé. Spesso ci soffermiamo sulla facciata dell’edificio e non sul suo interno, sul cuore di ogni elemento e anche sulle azioni svolte per costruirlo. Viviamo in una società in cui le apparenze hanno il sopravvento.

In principio dobbiamo migliorare la qualità della vita, ma non a discapito dell’ambiente e delle sue risorse.

Dobbiamo agire ecologicamente, il che vuol dire: conservare le risorse, valorizzare l’habitat, infine rigenerare lo spirito. È riduttivo pensare unicamente al risanamento del costruito e all’edificazione «sana», il vero problema risiede nell’inquinamento ambientale provocato dall’utilizzo non corretto del territorio e dall’uso indiscriminato di alcuni prodotti e di particolari tecnologie dell’attuale sistema industriale.

L’architettura bioecologica, soprattutto l’edilizia ecosostenibile può determinare il risanamento dell’ecosistema. Infrastrutture e manufatti devono concretizzare il massimo benessere psicofisico del fruitore, nel totale rispetto dell’ambiente, delle tradizioni, delle culture locali e della loro evoluzione nel tempo. Anche la climatizzazione degli ambienti è fattore importante da prendere in considerazione, sia per il benessere dell’individuo, ma anche per il rispetto dell’ambiente.

In una prima fase conoscitiva del luogo in cui si edificherà è importante uno studio dei fattori bioclimatici e ambientali, tra questi temperatura, umidità, vento, campi elettrico e magnetico naturali, precipitazioni atmosferiche ed altre caratteristiche del luogo. Il problema determinato ad esempio dal gas Radon è risolvibile mediante una serie di accortezze tecnico costruttive.

Una fase importante è quella della scelta dei materiali e delle lavorazioni. È indispensabile richiedere sempre la biografia completa dei prodotti che vengono utilizzati, intendendo la descrizione delle caratteristiche prestazionali dei materiali con un accenno alla filiera. Tutto ciò va affiancato dalla conoscenza del valore energetico che i materiali consumano e delle sostanze che emettono. Schede tecniche con tutti i requisiti dei materiali, aventi preferibilmente marchio di qualità certificata.

Vediamo ora quali requisiti dovrebbe avere un edificio bioedile:

  • TRASPIRABILITÀ
  • SICUREZZA
  • COIBENTAZIONE
  • LIMITATA MANUTENZIONE
  • DURATA

Oltre a ciò è bene considerare:

  • TIPOLOGIA DEL TERRENO
  • DISPONIBILITÀ IN ZONA DEI MATERIALI DA COSTRUZIONE
  • MODALITA’ DI ESECUZIONE DEI LAVORI

B.LIVE ha intervistato per voi l’architetto Elisabetta Tonali, responsabile dello studio di bioarchitettura «MATERIAVERA» che ha sede a Milano in Corso San Gottardo. Studio e spazio espositivo di materiali bioedili, indirizzo da non perdere.

Ecco l’intervista:

Se volessimo dare una definizione o meglio indicare gli elementi che costituiscono la Bioarchitettura, che cosa ci direbbe? 

«È l’architettura che non fa ammalare, dove tutto è pensato in modo per dare benessere agli abitanti, a chi costruisce materialmente gli edifici, e all’ambiente che ci circonda. Un’architettura che non nuoce né alle persone né all’ambiente».

Perché è importante oggi occuparsi di bioarchitettura per la società, per l’ambiente, per l’individuo? 

«La cosa importante è cercare di creare coscienza nell’individuo, fare in modo che nei piccoli e nei grandi gesti si inneschi nella gente la volontà di migliorare la situazione attuale. Non è sufficiente un gesto da solo, ma è già qualcosa e in tanti si fa la differenza. Attualmente il nostro modo di agire sta distruggendo le risorse naturali e l’inquinamento ci sta facendo ammalare. Occuparsi di bioarchitettura è l’unico modo per remare contro questa cattiva corrente».

Quali sono i materiali più in uso e le ultime novità in campo di Bioarchitettura? 

«Sicuramente le fibre naturali, la canapa che ha ottime prestazioni, la calce, un materiale antico che viene molto utilizzato in bioarchitettura e che in particolare ci permette di agire nel campo del restauro e della ristrutturazione. Un particolare accenno alle ultime innovazioni, si tratta di materiali di scarto che vengono lavorati e riutilizzati in edilizia, con prestazioni anche migliori».

Elisabetta Tonali, responsabile dello studio di bioarchitettura «Materiavera»

Quale Paese ha dato maggiore apporto allo sviluppo di un pensiero ecosostenibile e l’Italia a che punto è? 

«La bioedilizia nasce storicamente in Germania negli anni ’70 e questa rimane ancora la nazione più solida nel settore; i protocolli nati in Inghilterra portano in primo piano anche il mondo anglosassone. L’Italia sta cercando di emergere, di farsi spazio, ma se andiamo a guardare le vere competenze, queste sono ancora molto poche. In Italia purtroppo c’è anche molto “green washing”, vale a dire molte persone che cercano di far passare le proprie idee come vero bio quando, andando a vedere le reali prestazioni, ci accorgiamo che non lo è. La moda del biologico e dell’ecosostenibile ci ha travolti, ma bisogna assicurarsi che quello che porta questa dicitura, lo sia veramente».

Uno dei miti, o falsi miti legati alla Bioarchitettura è che i costi siano più elevati, è realmente così? 

«Diciamo che i costi in bioedilizia sono leggermente più elevati, ma si parla di materiali e di interventi di qualità. Se mettiamo a confronto interventi non bio di qualità e interventi bio di qualità, i prezzi si equivalgono».

So che in Sardegna ha fatto un progetto ecosostenibile a 360°, ce ne può parlare

«Si tratta effettivamente di un progetto eco a 360° in quanto tutti i materiali utilizzati sono “sani”. Fondamenta e parti strutturali sono in legno, poi abbiamo balle di paglia e argilla per i muri perimetrali, mattoni di terra cruda per le partizioni interne, tecnica peraltro utilizzata nei secoli in Sardegna, l’isolamento è in lana di pecora sarda, i pavimenti in coccio pesto, le finiture in calce di argilla. Gli unici elementi non prettamente bio sono i serramenti per cui abbiamo recuperato vecchi serramenti in legno, di grande fascino, ma con poche prestazioni, del resto anche il luogo non esige un livello di isolamento così elevato».

Se volessimo approcciare la Bioarchitettura nel nostro piccolo, magari per il progetto di una prima casa per una giovane coppia, o una comune ristrutturazione, cosa potremmo iniziare a fare tecnicamente? 

«In una prima ristrutturazione consiglierei di andare a controllare sicuramente i consumi energetici, andando a sostituire, qualora servisse, i serramenti. Questi dovrebbero essere in legno e con alte prestazioni. Altra cosa: una revisione dell’impianto di riscaldamento, meglio con modelli termodinamici. Poi a ruota tutto il resto, le finiture stando attenti alle pitture, all’isolamento con fibre naturali e assolutamente da evitare le resine».

Sentiamo tanto parlare della canapa: ci potrebbe parlare dei suoi usi e i vantaggi che possiamo trarne? 

«La canapa è un materiale molto attuale, riscoperto nell’isolamento, si fanno diversi prodotti e con diverse lavorazioni. Lo troviamo sotto forma di pannelli/materassini come isolante termico e acustico. Con gli scarti si fanno lastre che vengono utilizzate in edilizia al posto del cartongesso, un buon uso, considerando la sua inerzia termica, è quello di parete riscaldante».

Per quanto riguarda l’impianto elettrico cosa possiamo fare? 

«Per l’impianto elettrico bisogna fare attenzione a non avere dispersione, fare attenzione anche al posizionamento del wifi: è bene separare la zona notte rispetto alla tensione per non essere disturbati dai campi elettromagnetici».

Un’ultima domanda più personale, un breve racconto della sua vita e cosa l’ ha spinta verso questa strada? 

«Mi sono laureata in architettura, poi un master in Inghilterra in architettura del paesaggio, altra mia grande passione. Avrei voluto fare una scuola di restauro a Firenze, ma ho scelto diversamente. Alla fine ho iniziato a lavorare nello stesso studio del centro Bioedile di Milano, primo centro in Italia. Ho così messo insieme le mie grandi passioni, perché effettivamente sia il restauro che la cura del paesaggio, che l’architettura dialogano in qualche modo con la bioedilizia: in tutti i casi si parla di lavorare con manufatti “vivi”. Da allora ho fatto un po’ le veci del centro Bioedile e porto avanti lo studio di architettura MATERIAVERA in corso San Gottardo a Milano».

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