Ivan scrive al Bullone «In carcere ho perso la speranza. Con voi sono rinato. Grazie»

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Di Ivan Gallo

Immerso come ogni giorno sui miei libri in vista dell’esame di storia contemporanea, in quanto studente-detenuto – iscritto in Statale alla Facoltà di Scienze Umanistiche della Comunicazione – accade che vengo chiamato da un agente di polizia penitenziaria per partecipare e portare la mia testimonianza a un gruppo di ragazzi venuti in visita dall’esterno. Intervengo sempre volentieri a questi scambi tra persone libere e diversamente-libere: poter incontrare gente che viene da fuori mi dà l’opportunità di creare dei ponti di collegamento con il mondo. Come sempre uno dei miei compagni particolarmente dotato per dialogare in pubblico, racconta il carcere di oggi con tutte le innovazioni introdotte negli ultimi anni, ma anche di ciò che sarebbe di importanza vitale per innescare un cambiamento radicale che porti veramente alla rieducazione del detenuto.

Mentre osservavo le persone che avevo di fronte, mi sono chiesto che cosa potesse avere in comune quel gruppo di persone così eterogeneo (per età, sesso ed etnia). Non sono riuscito a capirlo fino a che una di loro non ha dichiarato che erano dei «ragazzi oncologici». Per me è stato come tornare indietro nel tempo. Molti anni fa il mio fratellino, all’età di dieci anni, si ammalò di leucemia acuta. Fortunatamente oggi è guarito. Ricordo quei tempi con un po’ di nostalgia e di tristezza nel cuore, perché anche una volta che mio fratello fu dimesso, io continuai a frequentare il reparto di pediatria del San Matteo di Pavia: amavo andare a giocare tutte le domeniche con quei bambini con così tanta voglia di vivere. Non riuscivo più a staccarmi da quegli angioletti, fare questo mi faceva sentire una persona migliore (e sono sicuro che se avessi continuato, oggi forse non sarei rinchiuso in carcere), ma purtroppo, dopo la scomparsa di un bambino con cui si era creato un legame fortissimo, non riuscii più a frequentare l’ospedale.

Oggi mi ritrovo in una situazione (ovviamente da me generata) in cui fatico ad affrontare la vita, ho perso la speranza… Per lo meno, ero convinto di averla persa fino ad oggi… Forse potrà sembrarvi un’esagerazione, ma con quello che oggi sono riusciti a trasmettermi questi ragazzi, prigionieri dei loro corpi non per loro colpa, ma per un destino infame, sono riuscito a ricordare che al di sopra di ogni cosa c’è la vita. Un fattore che mi ha colpito molto è la similitudine che in apparenza ci accomuna: la privazione della libertà. Anche se i ragazzi non hanno scelto la loro prigionia, come noi sono privati della libertà, bloccati in un letto di ospedale. Sono stato veramente toccato dalla loro presenza nel Carcere di Milano-Opera, e da come fossero interessati a capire come noi affrontiamo quotidianamente la nostra applicazione della libertà. Per noi è stato un grande onore poterci confrontare con delle persone come voi, con una così grande forza d’animo, e quei pochi di noi che hanno avuto la fortuna di incontrarvi, sono sicuro che, anche in minima parte, ora sono delle persone con una visione della vita diversa.

Ho deciso che proverò a ricominciare a vivere, oggi, con un piccolo gesto: scrivendovi e ringraziandovi di esistere. Voi forse non lo sapete, ma una vita l’avete già salvata: è la mia. E un giorno spero tanto di poter fare la stessa cosa che voi oggi avete fatto con me. Grazie ragazzi dal profondo del cuore.

Immagine in evidenza di Gaia Panizzari

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