Islam, chador e alcol Sconfitti i luoghi comuni in un incontro al bar

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Di Bill Niada

Di sera, verso le 21.30, Tizzi ed io camminiamo in una Cortina quasi vuota. Tutti sembrano essere al locale Suite dove c’è più movimento, allora decidiamo anche noi di andarci a bere un bicchiere.

Entriamo e tutti i tavoli sono pieni, tranne uno che è occupato solo a metà da due ragazze. Chiedo distrattamente se ci possiamo sedere e Tizzi va al bancone a ordinare due Spritz.

Do uno sguardo veloce al telefono, aspetto una telefonata… poi alzo gli occhi e do un’occhiata alle due «commensali». Sono due belle ragazze coi capelli neri e una di loro ha al suo fianco un passeggino dove dorme una bambina di un paio d’anni. Penso «strano…».

Poi Tizzi torna con due bicchieri contenenti il famoso liquido arancione che sta portando nel mondo un’italianità allegra e pacifica, non i venti di guerra e follia che invece portano gli americani coi loro dollari e i loro missili.

Le ragazze iniziano a parlare tra loro in una lingua sconosciuta e incomprensibile.

Le osservo incuriosito e chiedo loro di che lingua si tratti.

Una ragazza che si presenta come Shadi mi risponde: «Persiano. Siamo iraniane».

Iraniane… Iran e rapidamente i pochi neuroni attivi si collegano e provano ad individuare quello che per me è il significato di quel nome: Islam, chiusura verso l’occidente e il mondo «libero», donne congelate in una vita nascosta e coatta, burka, lo Scià, Komehini e tanti luoghi comuni…

Cosa ci fanno lì, in un bar di Cortina, delle belle ragazze iraniane vestite come le mie figlie, a bere Spritz e Hugo, con un bel viso solare, che mi osservano sorridendo?

Mi viene spontaneo chiedere: «Siete musulmane?».

Shadi: «Sì, musulmane (sheea)»

Tizzi ed io siamo stupefatti. Decido di capirne un po’ di più.

«Ma scusate non dovete tenere il volto coperto e non bere alcolici, non guardare gli uomini?»

Shadi ridendo: 

«In Iran è obbligatorio portare un foulard o una sciarpa sopra la testa negli spazi pubblici. Non usiamo il Burka come gli arabi. Ma a casa tua, a una festa privata o fuori dall’Iran è tua la scelta. Puoi farne anche a meno e vestirti come vuoi. Anche in Iran si può bere alcol se si ha voglia, ma solo in casa, infatti non ci sono bar e ristoranti che lo servono. Acquistarne è infatti illegale, quindi c’è un mercato nero con prezzi folli e può succedere che compri una bottiglia di vino, sigillata e scopri poi che è riempita di acqua. Naturalmente possiamo guardare negli occhi gli uomini, anche se durante un primo incontro (un “appuntamento”) per l’uomo, non guardare direttamente negli occhi una donna, è segno di rispetto nei suoi confronti. È vero però che per strada non si vedono mai coppie che si baciano sulle labbra. In ogni caso le cose non sono così rigide come sembrano, forse in passato lo erano, prima che io nascessi. Infatti è vero che le nuove generazioni non sono come quelle precedenti. Basti pensare alla mia: è molto diversa da quella di mio padre o di mio nonno. Certo cambia da famiglia a famiglia, in base a quanto quest’ultima sia religiosa e praticante dell’Islam. Quelle molto praticanti infatti rispettano le tradizioni, vanno alla moschea per pregare, fanno il ramadan e le donne portano il Hijab (Chador); mentre in altri casi, se pur musulmani, non ci tengono molto ai riti religiosi».

«Ma come mai siete a Cortina?».

Shadi: «Mi sono trasferita in Italia nel 2009 per studiare all’università di Padova, anche se alla fine non ho continuato perché non mi piaceva molto il mio piano di studi, in fondo non ne ero così entusiasta, e comunque ero già laureata.

Poi, per caso, nel 2013 ho incontrato l’amore della mia vita a Jesolo, mentre ero in vacanza al mare. Ho scoperto che lui era di Cortina, così mi sono trasferita in montagna! In questo momento sto bevendo un bicchiere con la mia migliore amica che è venuta direttamente da Teheran a trovarmi con la sua bellissima bambina di due anni».

«Ma che atteggiamento ha il governo verso le altre religioni? Ebrei, Cristiani, Buddisti, Induisti?»

Shadi: «In Iran ci sono diverse religioni (cattolici, ebrei) che convivono abbastanza tranquillamente. L’unico problema è che il governo non offre pari opportunità a chi non segue la religione musulmana, come ad esempio non poter frequentare l’università statale e…»

«E ora che cosa vorrai fare della tua vita?».

Shadi: «Qui ho un bel lavoro ed è sempre stato un mio sogno avere un’attività in proprio. Mi piace l’idea di portare un po’ “del mio Iran” e rivenderlo qui in Italia. A Cortina mi trovo bene, anche se sono l’unica iraniana e questo mi fa sentire sola a volte, ma amo la natura, e quando ho bisogno di un po’ di smog, di movimento e di casino vado a Milano, che si avvicina più a casa mia (Tehran). Inoltre due mesi all’anno, quando non lavoro, vado al mare o in un posto al caldo. In questi giorni sono un po’ giù di morale perché io e il mio ragazzo ci siamo lasciati ed io ero venuta qui solo per lui! Ma il futuro non si sa mai cosa può riservare, io cerco di pensare positivo perché mi piace vivere la vita appieno e in maniera felice».

Tizzi, che ha in mente anche altre cose, chiede se vogliono venire a ballare e Shadi risponde: «Mi piacerebbe ma non posso adesso. Perché in primo luogo non verrei a ballare con i jeans, quindi dovremmo andare a casa a cambiarci e metterci i tacchi. Inoltre la figlia della mia amica a quest’ora già dorme e non possiamo trovare una babysitter. Ma grazie lo stesso per l’invito. Magari la prossima volta».

Si sta facendo tardi. Ci scambiamo, da bravi occidentali, i numeri di telefono e salutandoci ci auguriamo di rivederci.

Tizzi ed io usciamo, divertiti da quello strano e bell’incontro.

Lo saluto dandogli appuntamento per il caffè mattutino, m’incammino verso casa e penso… Penso che siamo pieni di pregiudizi e che basiamo la nostra vita, i nostri affetti e le nostre aperture e chiusure su cose che non sono vere. Viviamo in un mondo d’ignoranza, nonostante i media, internet e la globalizzazione e di conseguenza ci comportiamo, creando odio, terrorismo e guerre. Chiusi nelle nostre abitudini e timorosi di conoscere a fondo quelle altrui.

Forse basterebbe che ci insegnassero la verità, nelle scuole, sui giornali e negli incontri che abbiamo nel mondo «libero».

Forse si vivrebbe in un mondo migliore.

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