Io, malata cronica, dentro di me ho rabbia, odio e provo disperazione

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di Federica Colombo

Permettetemi di dire che la resilienza dei malati cronici è uno stigma. Credo sia arrivato il momento di svelare un segreto: esistono malati cronici, che sia cancro o altri quadri, che non sono diventati più forti con la loro malattia.

Esistono malati di cancro stronzi. Di quelli che non continueranno a sorridere, non vivranno ogni giorno accogliendo il grande dono di vivere, non faranno della decantata resilienza l’arma vincente. Ebbene sì, esistiamo anche noi. Brutta razza in effetti.

Nei miei otto anni da (ex?) malata di tumore non ho mai smesso di essere la spina nel fianco dei miei curanti e dei miei familiari. Questo non mi fa certo onore, dato che la colpa dei miei drammi non è di sicuro loro, né si meritano, dopo avermi tanto curata, di subire i miei rigurgiti di acido. Purtroppo, trovandosi attorno un esemplare come me, non possono che essere vittime della tempesta emotiva che mi porto dietro. Chiariamoci, se a un certo punto della propria esistenza ci si trova coinvolti in una malattia che ti schianta e se sopravvivi, ti lascia con sequele più crudeli e odiose della malattia stessa. Non si può dire, almeno secondo me, di essere fortunati.

È sfiga pura e basta, è odio e rabbia. È la disperazione, ogni mattina, al rendersi conto di esser vivi in quello stato, l’impeto distruttivo che ti assale ogni volta che fai un passo su un ginocchio, che è un prendersi in giro sul fatto di non aver perso una gamba. È la violenza dei pensieri ogni qual volta che qualcuno, anche un medico, osa dirti «ma sei qui!».

 

È vero che sono qui, ma perché dovrei nascondermi dietro all’ipocrisia di dire che sto male, ma sono viva e sono felice?  Permettetemi di prendermi la libertà di dire che sto male e sono incazzata, anche se sono viva. Adagiarsi sugli allori di essere vivi, d’altronde, sarebbe disfunzionale: non si vive per essere felici di avere un cuore battente e di respirare, non si vive per essere non morti.

Si vive per vivere e per andare oltre le barriere, per realizzarsi e fare la vita di voi normali che ci dite di essere forti, solo perché cosi vi lavate le coscienze e vi togliete la paura che a star male, stavolta, non siete voi. Permettetemi di dire che vorrei spaccare muri, lanciare oggetti, perdere la testa. Credetemi se vi dico di non considerarmi ingrata perché altri non ci sono più. Spesso vorrei morire per permettere a qualcun altro che ho reputato migliore di me di vivere, eppure questo è solo un delirio, perché oggettivamente morendo io, non resusciterei i meritevoli e non espierei alcuna colpa.

Causerei altra sofferenza, come quella che causo quando provo ad espiare la colpa della sofferenza che mi sento in colpa di provare e di far provare con il mio stesso sangue.

E forse è un delirio anche questo, perché non ho colpe. Eppure l’idea che un malato debba essere grato a qualcuno o a qualcosa per essere qui, mi fa sentire colpevole di ingratitudine. Permettetemi di incazzarmi e di amare, di arrabbiarmi e di raggiungere un traguardo per merito e non per pietà. Permettetemi di pensare di morire senza giudicarmi, di vivere senza storcere il naso.

Non meritiamo la vostra compassione, noi cronici. Non meritiamo neanche la vostra pietà e nemmeno di essere ignorati. Non merito psicofarmaci o sguardi bassi. Chiedo e chiediamo solo di essere capiti, perdonati e supportati.

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