Intervista impossibile ad Ermanno Olmi «Ho raccontato la verità dei semplici e dei dimenticati»

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Di Stefania Spadoni

Siamo in mezzo al bosco, ad Asiago, c’è una casa dove Ermanno Olmi vive, al piano di sotto ha una piccola struttura produttiva dove Ermanno Olmi lavora. Siamo fuori dalla dimensione dell’adrenalina cittadina, dal sentimento continuo del ritardo, del non essere adeguato. Siamo esattamente nel posto dove vogliamo essere. È una scelta, quella di vivere bene. Loredana, la moglie, ci prepara un tè.

Sei un regista straordinario, tanti sono i riconoscimenti ottenuti e indicano una sensibilità artistica assolutamente sopra la media. Perché il tuo nome è rimasto sempre un po’ in disparte, quasi una citazione solo per addetti ai lavori?

«Stare in disparte, ai margini del cinema ufficiale e imprenditoriale, è sempre stata un’esigenza di libertà e di creatività, che ha coinciso anche con la scelta di lasciare Milano e vivere sull’Altopiano di Asiago, a mille metri, all’inizio del bosco. La popolarità l’ho raggiunta per aver raccontato storie, come “L’albero degli zoccoli” legate al mondo contadino da cui provengo, della Bassa Lombarda, in cui in molti si sono riconosciuti e ancora si riconoscono. Oggi il cinema d’autore non appartiene più a un fenomeno popolare diffuso e tanti bravi autori come Farhadi, Sokurov, Ceylan, Zvjagincev faticano ad uscire dal confine della cinefilia».

Qual è il filo che tu non abbandoni mai nel tuo lavoro di autore?

«L’attenzione alle piccole cose, alle microstorie umane. Spesso le verità dei semplici, dei dimenticati dalla Storia, raccontano più dei grandi accadimenti, delle grandi imprese e ci indicano valori universali. Come le parabole evangeliche, che diventano un racconto di tutti. E poi c’è il grande tema del lavoro…».

Negli ultimi anni il mondo del lavoro è notevolmente cambiato: le aziende sempre di più richiedono personale «flessibile», adattabile alle esigenze produttive, dove non esiste più l’idea del posto fisso e spesso non c’è sicurezza per il futuro. Che tipo di film gireresti oggi per raccontare questa incertezza? 

«Forse cercherei, tra le pieghe dell’incertezza, l’umanità di chi con coraggio non tradisce se stesso, trova altre vie alle multinazionali. In “Il Posto” del 1961, in pieno boom economico, le mie considerazioni sul tema del posto fisso non erano così benevole, mentre oggi mi è capitato spesso di incontrare donne e uomini che hanno saputo trovare dignità nel lavoro, che hanno riscoperto saperi antichi calandoli nella realtà di oggi; alcune storie le abbiamo raccontate in “Terra Madre” del 2009. E in ogni caso per me il lavoro è soprattutto lavoro artigiano. Nel Capitolo 38 del Siracide sono descritti gli artigiani: “Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi, ma essi consolidano la costruzione del mondo e il mestiere che fanno è la loro preghiera».

Tu spesso hai girato con attori non professionisti, come pianificavi il lavoro in questo senso? Come ti relazionavi con il cast?

«Ho sempre pensato che a una fisionomia esteriore non solo corrisponde una categoria umana, ma che la fisionomia esteriore è sempre il risultato di una fisionomia interiore. Quindi mi è stato abbastanza intuitivo e naturale scegliere attori che esprimessero la loro verità e fossero responsabili della loro faccia. Poi sul set spesso si provocano emozioni che riguardano la sfera emotiva della persona… ma tutto parte dalla ricerca di una realtà umana che per me sta alla base di tutto».

Conosci la malattia e sei rimasto lontano dal set per un lungo periodo. Che cosa ti aiutato a rialzarti?

«Mia moglie Loredana. Nel 1984 la sindrome di Guillain-Barré mi aveva completamente paralizzato a letto e sono riuscito a rialzarmi grazie all’amore di mia moglie: mi è stata vicino in tutto. 

Anche fare cinema mi ha aiutato, ma nel senso di intraprendere un’avventura umana, di avere un progetto comune con altre persone, con i miei figli. Avere in tasca un progetto vuol dire avere in tasca il proprio futuro; senza un sogno non ci sarebbe neanche la realtà del presente».

Illustrazione di Max Ramezzana

L’idea per fare un film è come uno stordimento quando ci si innamora, sono parole tue… Qual è stato il tuo più grande amore? 

«Loredana, senza ombra di dubbio, che ho conosciuto mentre cercavo un’impiegata che interpretasse “Il Posto”, di cui poi è stata la protagonista. Spesso l’idea di un film coincide con l’incontenibile necessità di dare una propria personale lettura a un accadimento e mostrarlo con uno sguardo nuovo».

Come scegli i titoli per i tuoi film?

«Se guardi con curiosità, è un po’ come se tutto si rivelasse naturalmente… Ho sempre scritto da solo i miei film, storia e drammaturgia, anche le frasi in dialetto, sempre alla ricerca della grande lezione di Roberto Rossellini che mi diceva: “Guarda le realtà e scoprila”. Lui era capace di lasciare che la realtà esprimesse il proprio sentimento attraverso se stessa».

Cos’è per te il tempo? C’è spazio per il fallimento? 

«Il tempo è quanto di più prezioso possa esserci per un regista… Il tempo di aspettare la luce giusta, di attendere le stagioni, di montare il film e farlo sedimentare in modo che rimangano solo le idee più forti e necessarie. L’essenziale dal superfluo.

Il fallimento, sbagliare, è assolutamente una delle forme più educative e formative che possano esistere. Essere grandi nella sconfitta, questo è il vero valore di una persona, da vincente è facile. Il cinema racconta sempre di un conflitto, una crisi, una sconfitta e una ripresa».

Tu credi nella povertà come mezzo per educare l’uomo ai giusti valori. Quali sono i valori importanti oggi? Credi che la religione possa guidare l’uomo nel mondo di oggi?

«La povertà è una fonte di cultura che nessuna disciplina ha; l’ho imparata da mia nonna e l’ho conosciuta durante la guerra, propone valori imprescindibili come la condivisione e il rispetto dell’altro.

La religione, invece, rischia spesso di diventare un modello che spegne la nostra creatività riducendoci a uno schema. Io mi considero un aspirante cristiano, ma amo più Cristo che Dio, amo più gli uomini che Dio e penso che lui voglia questo».

Quanto è importante l’inquietudine come motore nelle cose umane?

«L’inquietudine, se non travalica in una nevrosi, ti spinge a metterti in gioco, a cercare costantemente la verità, a porre dei dubbi alle certezze, a individuare nuove strade. È una compagna di viaggio che aiuta il film a crescere, a non essere quello che avevi pensato all’inizio, a diventare il frutto di una ricerca, di un incontro con gli altri. Tra utilizzare la realtà raccontando una storia, oppure raccontare una storia utilizzando la realtà, il senso cambia profondamente. Un mio film non è mail il film che avevo scritto».

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