Intervista impossibile a Giuseppe Fava | Il Bullone

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Di Oriana Gullone

Giuseppe Fava interpretato da sua nipote Francesca Andreozzi

Illustrazione di Emanuele Lamedica

In tram mi arriva una pessima notizia. Lo sforzo per non pensarci aspettandolo in Buonarroti, davanti alla casa di riposo per musicisti, è infinito. Poi arriva sorridente e mi abbraccia, come un vecchio amico. 

Non ho domande.

«Perché?».

Troppi temi «miei», mafia, teatro, giornalismo, sport. Non riesco a razionalizzare. Se ti va, andiamo a braccio.

«Va bene! Ti racconto della mostra?».

Va bene!

«È un lavoro nato dall’archivio della Fondazione a cui lavora anche mia nipote Francesca, che va nelle scuole per far conoscere il mio lavoro e parlare di anti mafia. Ma l’impegno più grande ora è il riordino dell’archivio. Ha iniziato mia figlia con suo marito Giuseppe. Sono riusciti persino a ritrovare un testo che scrissi con Pippo Baudo!».

Pippo Baudo?

«Ci siamo conosciuti a Catania, è un po’ più giovane di me. Ha incontrato anche mia nipote a una prima a teatro. Comunque, ti dicevo, la mostra. Vacci a Milano, fino all’8 giugno, alla Biblioteca Sormani. I miei dipinti in casa li ho sempre appesi, e qualche personale l’ho fatta, per il gusto di spiare come reagiva la gente. Ma hanno trovato anche tanti schizzi, disegni che nemmeno ricordavo di aver conservato. Li facevo al bar, sovrappensiero. Dipingevo anche le pietre prese a Taormina in spiaggia».

Che cosa hai studiato?

«Giurisprudenza a Catania. Mi piaceva scrivere, però. Il primo racconto me l’hanno pubblicato due giorni dopo la laurea. Francesca ha ritrovato il manoscritto e il ritaglio di giornale incorniciato, da mio padre. Racconti, spettacoli teatrali, articoli. C’è quasi tutto ancora. È la curiosità il motore. Scoprire le storie, raccontarle, regalarle al mondo. Mi sono sempre appuntato idee, spunti, progetti da sviluppare. Vivessi 200 anni non basterebbero a fare tutto».

Ho tanti flash pensando al tuo lavoro. La morte di mio cugino, le inchieste di Fabrizio Gatti, Peppino Impastato. Era un periodo con un’incredibile concentrazione di teste pensanti.

«Tante teste pensanti che sono state fermate, zittite. Oggi con internet sarebbe forse più facile farci scudo uno con l’altro. Eravamo cellule isolate. Stavano nascendo radio e giornali indipendenti, ma erano embrioni. Ma cos’è successo a tuo cugino?».

Ho scoperto tutto per caso, a 18 anni, dopo aver visto il film I cento passicon la scuola. Mio nonno era venuto via nel 1963, per non rischiare che di 11 figli qualcuno rimanesse incastrato in quel giro. Una mia zia si era già sposata ed è rimasta giù. Mio cugino è stato ucciso poco prima della tua intervista da Biagi. 

«E com’è stato scoprire la verità?».

Illustrazione di Max Ramezzana

Infinita gratitudine per il coraggio di mio nonno, incazzata nera perché mi avevano raccontato una bugia, perché un colpevole non ci sarà mai. Ho cercato di farmi raccontare di più. 

«È importante raccontare e farsi raccontare, perciò ho voluto farlo da Biagi. Mantenere la memoria, la sua potenza, e prendersene la responsabilità. “La mafia non c’è” è una frase comoda, ti fa dormire tranquillo. Ma se ti informi, se la conosci, poi devi per forza prendere posizione, decidere da che parte stare. E inizia il cambiamento. Dai tuoi sei mai scesa?».

Cinque anni fa, due dopo la diagnosi. La malattia ribalta le priorità, e la famiglia ha vinto sulla rabbia. Come io ho una malattia ma non sono la malattia, così la mia famiglia è la mia famiglia, e basta. I tuoi nipoti di te sanno?

«Sì, in famiglia se n’è sempre parlato. Il mio pronipote di 10 anni, quest’anno per la prima volta, ha letto il mio nome alla manifestazione di Liberaed è molto orgoglioso della storia del bisnonno. Francesca era a Genova e ha fatto lo stesso, scoprendo un approccio molto diverso dal suo. Meno familiari delle vittime, ma stessa voglia di capire e raccontare. Raccontare la tua storia ha un senso se glielo dai tu».

C’è un pudore che rimane sotto pelle. Sembra spesso brutto parlare di mafia, specialmente dove sembra non ci sia. 

«Per questo la mostra è a Milano. Ne sono fiero, le reazioni della gente mi divertono. I quadri, i disegni, gli schizzi ti obbligano a guardarli, non puoi sfuggire. Fare memoria partendo da Milano è importante per non rimanere isolati. Hanno il 41 bis dietro casa e se lo scordano».

Ci sono stata.

«Com’è stato?».

Tremavo. Racconto al volo la mia storia e la rabbia torna tutta. L’ispettore fa chiamare Roberto, pluriomicida di mafia. Gli chiedo quando uscirà, sorride e risponde: «Mai». Umanità, dolcezza, coraggio. È stato un ceffone. La sua storia mi ha ribaltato le prospettive.

«Capisco. Mia nipote Francesca organizza giri della Sicilia in barca a vela con ragazzi del circuito penale. Incontrano ragazzi come loro con cui si confrontano. È un modo per dirgli di guardarsi intorno. La mafia esiste dove c’è povertà, assenza dello Stato e ignoranza. Il mio raccontare la mafia non era un “j’accuse” gratuito. Raccontavo i contesti, le persone, quanto è facile cascarci se tutto intorno a te ti fa credere che un’alternativa non c’è. La vela gli racconta strade alternative, perché possano reinventare le loro».

La tua strada com’è finita?

«Scrivevo per lo Stabile di Catania, collaboravo alle scenografie. Mia nipote Francesca recitava in “Pensaci Giacomino“. Per non farla annoiare durante le prove, me la portavo nei posti in fondo e le dicevo: “Questo è il posto migliore. Spettacoli ne vedi due, sul palco e in platea“. La sera del 5 gennaio dovevo andarla a prendere, l’agguato è avvenuto tra il primo e il secondo atto. Mio figlio Claudio è stato il primo a saperlo. Francesca non è tornata a casa, Turi Ferro, un attore, l’ha portata da lui. Claudio è stato molto attento che le bambine scoprissero la verità poco per volta. La cosa divertente è che all’angolo vicino alla lapide che mi ricorda, hanno aperto un sexy shop! I gestori sono stupendi, hanno coperto le insegne il 5 gennaio. Ancora rido tantissimo».

Di cosa scrivevi sul mensile I Siciliani, che hai fondato?

«Di mafia, spesso ridendone. Se ne ridi, le togli potere. Di sport, mia passione, di cultura, musica e spettacolo. Artisti e sportivi hanno molto in comune. Sono modelli sani di riferimento. Senza, cresce l’indifferenza, la cattiveria gratuita, il vuoto. Tanti giornalisti distratti oggi meriterebbero una testata. La velocità è incredibile, bisogna prendersi la responsabilità anche delle notizie più leggere. Ricordarsi che il direttore ha la responsabilità delle firme, dei debiti, delle minacce. È bello sentire che i miei ragazzi mi chiamano ancora direttore. E sono orgoglioso dei miei nipoti. Hanno preso strade molto diverse, Claudia giornalista, Alessandra la passione del teatro, Francesca mare e psicoterapia, Cristina commissario di polizia, Emilia studia arte… È come se mi fossi diviso in tanti pezzetti dentro di loro».

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