Intervista impossibile a Dino Buzzati | Il Bullone

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Di Stefania Spadoni

Interpretato da Lorenzo Viganò, curatore delle opere di Buzzati

Illustrazione in evidenza di Max Ramezzana

Di Emanuele Lamedica

Da dove nasce la sua decisione di dedicarsi al mestiere di scrittore e come viene accolto in famiglia il fatto di non servirsi della laurea in Legge e seguire le orme di suo padre?

«Sono stato indeciso dopo il liceo sulla strada da seguire; ho sempre avuto una predisposizione per la scrittura e dopo essermi laureato in Giurisprudenza e aver fatto il militare, ho fatto domanda di assunzione al Corriere della Sera che in seguito mi ha mandato a chiamare. Mi piace parlare agli altri, e la “tribuna” del giornale mi permette di farlo; non solo: la “quotidiana fanteria” mi appassiona ed è per questo che tutti i giorni vado in redazione. Mia madre è sempre stata orgogliosa di me».

Lei è scrittore, giornalista, pittore, drammaturgo, librettista d’opera, scenografo, costumista, poeta. Quale necessità la spinge ad esprimersi in forme differenti?

«Che io scriva o dipinga per me l’importante è raccontare storie. La mia è un’urgenza, una necessità di comunicare. E scrivere, come è accaduto con Un amore, mi serve anche per liberarmi delle mie tensioni, come una terapia».

Lei è uno dei più grandi scrittori del Novecento legati al genere fantastico, eppure, da giornalista, ha spesso raccontato fatti di cronaca. Come si conciliano i due mondi? 

«Quando scrivo un racconto ho la necessità di calarlo nella realtà: questo rende più forte il senso del fantastico. Non mi sento mai soltanto un cronista. Mi ricordo quando il Corriere mi mandò a raccontare la tragedia del Vajont. Iniziai il pezzo dicendo al lettore che cosa stavo provando io, io che mi trovavo in mezzo a un disastro che coinvolgeva la mia terra, la mia gente, i mei paesi, le mie montagne. Era una faccenda personale, intima, per cui scriverne era difficile, e non bastava il mestiere di giornalista a risolvere la cosa. Questo mettersi a nudo, quasi confessandosi, crea un legame, un contatto diretto con il lettore, lo coinvolge, lo porta sul luogo del disastro. Perché la cronaca non è soltanto il fatto nudo e crudo, ma è anche il sentimento che lo ha determinato e la reazione che suscita nelle persone». 

In un’intervista afferma che la pittura è internazionale perché non ha bisogno di traduzione come la parola. Eppure scrittura e pittura convivono in lei e nel suo lavoro… 

«Dicono che la mia firma sia già un segno grafico, che racchiude in sé scrittura e disegno. Non so se sia vero, di certo so che per me non c’è separazione tra scrittura e pittura, sono una il completamento dell’altra, due linguaggi inscindibili: là dove non arriva la scrittura arriva la pittura e viceversa». 

Da che cosa nasce l’idea per il soggetto di un romanzo e come la sviluppa? 

«Quando mi viene un’idea devo scriverla subito, ho sempre diversi taccuini con me, il mio diario, cartoncini che mi faccio fare apposta sui quali prendo appunti e annoto le idee prima che, come sono arrivate, spariscano. E l’ispirazione può arrivare da un fatto di cronaca o da un sogno. Quella per Il deserto dei Tartari, per esempio, il mio romanzo più famoso, è nata dalle notti passate in redazione al Corriere. In quelle notti lunghe e pesanti, che si ripetevano sempre uguali attraverso i mesi e gli anni, guardavo i miei colleghi, alcuni già con i capelli bianchi, trasportati da quel fiume lento senza meta, e mi domandavo se anch’io un giorno mi sarei ritrovato nelle stesse condizioni e, stritolato in questo meccanismo, non avrei lasciato dietro di me che un pallido ricordo. Trasformare il Corriere nella Fortezza Bastiani, la vita del giornale nella vita militare, me stesso in Giovanni Drogo, venne da sé».  

Di Max Ramezzana

Il passare inesorabile del tempo, la disillusione, la morte sono temi che si ritrovano nel «Deserto dei Tartari» e in molti suoi scritti. La prospettiva di dover morire le fa paura?

«Non ho paura di morire, ho paura della morte, di quello che troverò dopo, se dopo troverò qualcosa. Soltanto l’amore, e il tormento che gli è legato, anestetizzano, momentaneamente, questa paura, come nel romanzo Un amore. La perdita di mio padre, quando avevo 12 anni, mi ha segnato fortemente. Osservo la morte, ne riconosco la potenza, la indago; a volte la sfido, anche se so chi è più forte. La scrittura – come la pittura –  mi serve per esorcizzarla. In Poema a fumetti parlo della “cara morte” (questo avrebbe dovuto essere il titolo). Perché “cara”? Perché se non ci fosse, la vita non avrebbe significato. Per questo dobbiamo tenercela “cara”. Noi viviamo come se non ci riguardasse e fossimo immortali, invece dovremmo pensare di più alla nostra fine per godere il presente». 

Come si concilia la morte con la vita militare? 

«Non trovo che siano in contraddizione. La vita militare, con la sua disciplina e l’obbligo d’obbedienza, se da un lato trascende l’interesse individuale, dall’altro permette all’uomo che ne assume in blocco leggi e costumi, di guadagnare una specie di libertà e acquistare forza. Si soffre meno, si commettono meno errori, si hanno meno responsabilità. E sai sempre che cosa devi fare. La disciplina fa parte del mio DNA; il rigore formale del mio aspetto, la mia precisione, tutto mi riporta a un legame con la vita militare che, ripeto, non inficia la creatività. Non a caso, il giornale è uno degli ultimi esempi di struttura gerarchica». 

Lei ha una sua «fortezza» dove nascondersi quando ne ha bisogno? 

«La pittura è il mio mondo parallelo dove mi piace entrare e dove mi sento bene. Ma non voglio estraniarmi dal mondo, amo spalancare le finestre di casa e sentire il rumore del traffico, lo sferragliare del tram, la gente che parla: quel rumore rappresenta la vita». 

Con Un amore accade qualcosa. La storia, molto realistica, non convince subito a causa dell’allontanamento dal fantastico. Cos’è successo nel 1963? 

«Io non sono cambiato, e nemmeno la mia narrativa. Direi soltanto che come uomo ho scoperto l’amore. Se i lettori mi hanno trovato cambiato, questo cambiamento non è stato voluto né cercato. Nelle pagine di Un amore ho messo la stessa sincerità che ha mosso e che c’è nel Deserto dei Tartari. Ho semplicemente dato fiato, corpo e scrittura a quello che provavo senza preoccuparmi di dover rimanere fedele all’immagine cui i lettori si erano abituati. Ho voluto dire cose che tutti, o quasi tutti pensano, ma che nessuno, o quasi nessuno, ha mai il coraggio di dire». 

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