Intervista al primario di infettivologia, Andrea Gori

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Di Alice Nebbia

Virus HIV, Sieropositività, AIDS: sono termini e acronimi di patologie mediche che sentiamo nella nostra quotidianità e che spesso evocano nella nostra mente immagini di abbandono e solitudine, ma soprattutto forte incomprensione nei confronti delle persone che con questa patologia ci convivono e ci hanno a che fare ogni giorno.

A far chiarezza su questi temi e a stimolare importanti spunti di riflessione per noi B.Livers, è stato il professor Andrea Gori, Primario di infettivologia dell’Ospedale San Gerardo di Monza. La sua carriera è iniziata quando, da giovane studente di cardiologia, ha avuto l’opportunità di seguire una lezione del professor Moroni, luminare delle malattie infettive, che lo convinse ad abbandonare gli studi in cardiologia per scegliere l’internato di infettivologia.

Erano gli anni ‘90, un periodo in cui per l’HIV non esisteva alcuna cura e moltissime persone, soprattutto tossicodipendenti intorno ai trent’anni, morivano in condizioni di estrema sofferenza e disagio. La disperazione e il forte impatto emotivo nel vedere che questa patologia dilagava e l’incontro illuminante con il professor Moroni, che con grande umiltà ha difeso la causa dell’AIDS, sono state la molla che ha portato Andrea Gori a condurre con grande speranza, fiducia e amore la sfida contro l’AIDS.

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Anni di enormi battaglie, ricerche all’estero, convegni – tra i tanti la partecipazione al congresso del ‘96 a Vancouver che ha rappresentato una svolta con la scoperta della «triplice terapia» adottata per attenuare la replicazione del virus – e sperimentazioni, ma una costante nella mente e nella luce degli occhi di Andrea Gori: il desiderio di portare avanti questa causa non solo per curare l’HIV, ma anche, in un futuro prossimo, per guarire ed eradicare completamente il virus dall’organismo del paziente.

La terapia, sottolinea infatti Gori, è importante e fondamentale al fine di tutelare e monitorare il più a lungo possibile la malattia. Ma ciò che distingue la cura di un malato di HIV da quello di un’altra patologia, è che il sieropositivo deve assumere nella maniera più costante e scrupolosa possibile i farmaci. L’HIV è a tutt’oggi una malattia curabile ma inguaribile, infatti al sospendersi della terapia, il virus riprende immediatamente a replicarsi. Moltissimi giovani, soprattutto adolescenti, sono spesso inconsapevoli di come si possa contrarre e trasmettere il virus o, ancor peggio, di cosa sia il virus e gli adulti stessi, dal canto loro, spesso utilizzano i termini HIV e AIDS impropriamente.

Approcci sbagliati nei confronti della malattia generano un timore e una diffidenza nei confronti di chi soffre di questa patologia cronica che portano i malati a essere «stigmatizzati». Tutto ciò li rende ancora più vulnerabili in quanto, oltre a dover convivere con una patologia grave, si trovano a far parte di una società che spesso punta verso di loro il dito. Nondimeno il timore e il peso che la comunità arrivi a negare il loro nome e la loro identità, in quanto «individui sieropositivi», resta una costante nell’esistenza di queste persone.

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Il messaggio che il professor Gori ci ha lasciato è chiaro e profondo. Se anche a tutt’oggi l’HIV resta una patologia che fa paura (anche per il «sommerso», vale a dire la percentuale delle persone che sono sieropositive senza saperlo), siamo noi, in quanto esseri umani, a dovervi far fronte con un’adeguata prevenzione.

Nessuna battaglia contro una malattia è persa finché esiste una cura, ma soprattutto sopravvive in noi la voglia di andare avanti e di oltrepassare i giudizi, i tabù e gli stigmi che spesso la società ci impone. La battaglia contro l’AIDS è quindi una delle sfide maggiori per la medicina e una corretta educazione, unita ad una corretta informazione, devono essere il primo passo nella lotta a questa patologia.

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