Intervista al direttore della divisione di Radiologia Senologica dello IEO di Milano Enrico Cassano | Il Bullone

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Di Cinzia Farina

Incontriamo il professor Enrico Cassano, direttore della divisione di Radiologia Senologica dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Ci accoglie con un sorriso gentile, quello che riserva sempre a tutte le pazienti nei vari controlli annuali, ci parla del programma con la Fondazione Rava ad Haiti, dove da qualche hanno è coordinatore scientifico volontario del progetto di diagnosi e cura del tumore al seno. 

Professor Cassano, ad Haiti, prima di questa sua missione, il tumore al seno era la seconda causa di morte, non esistevano possibilità di diagnosi. Com’è cambiato il rapporto delle donne nel fare prevenzione ed affrontare questa malattia, dopo l’avviamento del primo centro per la diagnosi e cura del tumore al seno presso l’ospedale Saint Luc? 

«Cerchiamo di essere, per le donne del luogo, un punto di riferimento che prima non avevano assolutamente. Abbiamo cominciato con la campagna di sensibilizzazione, informandole dell’esistenza del problema. Queste donne, quasi tutte pazienti, diventano poi le nostre “promotrici della salute”, e si recano nei vari luoghi di aggregazione (chiese, mercati, ecc.), con l’ausilio di manifesti tradotti in creolo, a spiegare come si esegue l’autopalpazione e dove si deve andare se si riscontrano delle anomalie. Le donne sono le migliori trasmettitrici dell’informazione, della sensibilizzazione. Se in futuro verificheremo tumori allo stato iniziale, allora vorrà dire che dall’altra parte c’è stato un attento riscontro. Riuscire a diffondere questo messaggio è uno degli aspetti fondamentali e trova una grande sensibilità dal punto di vista delle donne». 

Quali sono i risultati ad Haiti dall’inizio ad oggi? 

«Il progetto è stato presentato due anni fa in occasione della serata di sensibilizzazione e raccolta fondi “Women for Haiti“, a favore della Fondazione Francesca Rava. Ci occupiamo dell’organizzazione, della formazione di medici locali e diamo grande rilievo alla campagna di educazione preventiva delle donne. L’ultima volta che siamo andati ad Haiti a fine anno, abbiamo deciso di iniziare i controlli radiologici in modo diverso. Sono state riunite tutte le pazienti del giorno, accompagnate rispettivamente dalla mamma o dal marito, e la visita è esordita con un colloquio collettivo, dove interagivano con domande molto intelligenti, denotando interesse verso questo problema, sconosciuto per loro, fino a quel momento. In questi due anni ci siamo trovati di fronte a donne con patologie oncologiche molto avanzate, non esistendo una prevenzione né dal punto di vista della conoscenza, né da quello della disponibilità strumentale. Sono pazienti candidate a mastectomia, in quanto in tutta Haiti non c’è un centro di radioterapia, quindi intervenire solo su una parte del seno le esporrebbe a un rischio troppo elevato di recidiva. Non esiste una tecnica di ricostruzione, perché, da una parte non possono permettersi le protesi per problemi economici, e dall’altra per loro motivi culturali. La medicina e la stregoneria convivono ancora in modo importante e le donne non sono ancora orientate a “ricostruire“. Adesso, dopo l’avvio del progetto, sanno che anche in caso di tumore, c’è una speranza con l’intervento e la chemioterapia». 

Il dottor Enrico Cassano ad Haiti

Professor Cassano quali sono i prossimi obiettivi della Fondazione?

«Riusciremo tra poco a portare ad Haiti il primo mammografo digitale, e un secondo ecografo più sofisticato rispetto al primo, donati sempre dallo IEO. Cercheremo anche di creare un’associazione tecnica per insegnare loro la manutenzione dei macchinari». 

Com’è la situazione oggi ad Haiti? 

«Purtroppo adesso la popolazione ha difficoltà grandissime a raggiungere gli ospedali. Ad Haiti è insicuro ogni spostamento, per le proteste e guerriglie violente di strada, dovute a motivi economici-politici contro il presidente in carica. Sull’isola la situazione umanitaria è sempre più critica, come sottolinea padre Rick, che guida i ragazzi della fondazione Saint Luc. Gli approvvigionamenti cominciano a scarseggiare e la popolazione è sull’orlo della rivolta». 

Secondo Lei come mai è così alta ad Haiti la percentuale di tumori? 

«Da una parte c’è una predisposizione genetica. Sono in maggior parte creoli portati dai francesi nell’epoca della tratta degli schiavi. Un’altra causa molto importante è di tipo ambientale. Sono esposti ad un alto livello di inquinamento, le vie di comunicazione risultano essere dei veri e propri fiumi di rifiuti. Non esiste lo smaltimento e bruciano tutto per la strada. In più le macchine sono obsolete e tutto questo li espone a livelli molto alti di diossina. Un ulteriore problema è in campo alimentare, perché la loro alimentazione non è varia: solo riso e un po’ di carne bianca». 

Con il suo inesauribile lavoro allo IEO, quando riesce a trovare il tempo per questa meritevole iniziativa? È vero che una parte delle vacanze la passa con i suoi figli e l’altra come volontario ad Haiti? 

«Ho sempre pensato di fare qualcosa per le donne o per le persone meno fortunate e tramite una mia paziente operata, che collaborava con la Fondazione Rava, ho iniziato questo meraviglioso percorso. Sì, le prime volte che sono andato ad Haiti è stato nel periodo estivo, metà vacanze con i miei figli e l’altra metà con le mie pazienti haitiane». 

Che cosa si porta a casa ogni volta che torna da quell’isola? 

«Porto via con me la consapevolezza di quanto siamo fortunati ad essere nati da questa parte del mondo, e quando ci lamentiamo magari per cose non importanti, il nostro pensiero dovrebbe andare oltre e portarci in certi Paesi… Al mio ritorno mi accompagna anche la gratificazione personale nel vedere le cose che cominciano a funzionare, la soddisfazione di avere aiutato qualcuno e l’incontro con tanti volontari accumunati dallo stesso spirito di fare qualcosa per gli altri. È un mondo difficile, dove a volte gli egoismi personali cercano di essere lo spirito guida, invece c’è ancora tanta gente che si occupa degli altri».

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