INTERVISTA A NANDO PAGNONCELLI

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Dal numero di immigrati a quello degli anziani, dal tasso di disoccupazione alla percentuale di giovani che non studiano e non lavorano, noi italiani ci sbagliamo su tutto, o quasi. È come se la nostra percezione fosse stata catapultata in uno di quei quadri di Escher, tutto scale intrecciate e false prospettive. False, appunto. Illusorie. Le intuizioni annebbiano la conoscenza e le emozioni annegano la realtà dei fatti. Ma perché ciò accade? Nando Pagnoncelli, Presidente e Amministratore Delegato di Ipsos Italia, accoglie una tanto piccola quanto affamata delegazione de Il Bullone, proprio per rispondere a questo quesito. «In Italia i motivi sono tre», conferma il Presidente con la pacatezza di chi ha una lunga esperienza alle spalle, «alcuni più noti, altri meno.

Il primo, quasi sconosciuto, è il livello di scolarizzazione che, nel nostro Paese, è molto basso. L’Italia, infatti, essendo il secondo Paese più vecchio del mondo, deve confrontarsi con la triste verità dei dati: considerando l’intera popolazione adulta, il 24% ha, al massimo, raggiunto la licenza elementare; il 33% quella media. Sono dati Istat, non di sondaggio. Quindi vuol dire che la maggioranza assoluta degli italiani, nella migliore delle ipotesi, ha in mano il diploma di terza media». Un dato importantissimo ed estremamente legato alle evoluzioni della società, non perché il laureato possa in maniera assolutista definirsi «migliore» di un non-laureato nell’ambito delle percezioni, ma perché, di fronte alla complessità crescente dei fenomeni che ci circondano, le persone meno scolarizzate hanno meno strumenti per interpretare, leggere, capire e contestualizzare.

A risentirne di più, i temi di sicurezza e immigrazione. «Al di là del fatto che i cittadini italiani sono convinti che gli stranieri nel nostro Paese rappresentino il 30%, quando in realtà sono solo il 7, a me sorprende molto un altro dato», riflette Pagnoncelli. «Dagli indici dell’Eurobarometro è stupefacente vedere come, alla domanda “ma nel suo Paese sono più gli immigrati regolari o quelli clandestini?”, moltissime persone abbiano convinzioni surreali. Il 47% degli italiani, infatti, pensa che siano di più i clandestini. Il 16% i regolari. Ma noi sappiamo che gli ultimi sono circa cinque milioni mentre i non-regolari, cinquecento mila. Come vedete il rapporto è 1:10, eppure la grande maggioranza di noi italiani è convinta del contrario». Tutto ciò investe il tema della fiducia nel futuro, delle aspettative personali e del rapporto con chi ha responsabilità politiche, a cui i cittadini chiedono soluzioni. Quasi che si stia affondando in un «analfabetismo numerico» dilagante in gran parte della popolazione che, non avendo dimestichezza con numeri e percentuali, fatica ad orientarsi e a formulare stime corrette, finendo spesso con il generalizzare, amplificando o attenuando significativamente la portata della realtà. «E allora veniamo al secondo aspetto per cui noi siamo così distorti», prosegue l’Amministratore Delegato, «che è la forte prevalenza delle emozioni sulla razionalità. Il nostro è un Paese – come spesso accade per i Paesi latini – in cui la componente viscerale tende a prevalere. Sembrerà strano ma, addirittura, perché il nostro mestiere risulti maggiormente affidabile, stiamo sempre più utilizzando le neuroscienze, per misurare le reazioni non razionalizzate e quindi passive. Tutto ciò rende evidente come molte persone – interpellate su fenomeni che presentano elementi di preoccupazione – rischino di enfatizzare la portata dei fenomeni stessi». Emozioni che ci fanno sentire vecchi e disoccupati, ipotizzando che, nel primo caso, il numero degli over 65 risiedenti in Italia sia il 48% della popolazione – quando in realtà si aggira intorno al 21 – e che, nel secondo caso, il numero di persone senza lavoro raggiunga il 49%, quando in realtà è soltanto il 12. Dati in controtendenza rispetto alle credenze comuni, lontane dalla verità dei fatti. Ma, tornando alla domanda iniziale, perché ciò accade? «Arriviamo al terzo aspetto», continua Nando Pagnoncelli, «altrettanto importante. O forse il più importante di tutti: la dieta mediatica. Come si informano le persone?, dobbiamo chiederci. Forse vale la pena riflettere sull’evoluzione che c’è stata negli ultimi anni, e in particolare nell’ultimo decennio.

La televisione ha una fortissima centralità che supera di gran lunga tutti gli altri media. E lì, l’informazione, è ancora quella dei telegiornali, che concentrano le notizie in qualche manciata di minuti, dando un panorama molto generale di ciò che accade e distraendo con immagini suggestive. Come si possono affrontare temi complessi come quelli dei vaccini, dello spread e delle migrazioni in uno o due minuti? Impossibile». Oltre la televisione, poi, anche la radio ha fortemente aumentato la sua potenza divulgativa, con i radiogiornali allo scoccare di ogni ora. Ma sempre per pillole. Poi i giornali cartacei e infine l’immenso mondo del web, che ci inserisce in un ecosistema informativo in cui veniamo colpiti da innumerevoli stimoli che portano l’illusione di una maggiore informazione, a discapito della capacità di discernimento. Come in un gigantesco paradosso, in cui l’informazione è maggiore ma la realtà sempre più distante. «I quotidiani ci insegnavano a uscire dalla pigrizia di un’informazione solo passiva e dedicare del tempo alla lettura», prosegue Nando Pagnoncelli, «anche per scontrarci con punti di vista differenti e costruirci un’opinione. Adesso, invece, è come se i cittadini avessero perso la capacità e l’abitudine di approfondire le questioni, facendo uno zapping permanente da un tema all’altro, alla ricerca di conferme legate ai pregiudizi personali». Ed ecco che Internet la fa da padrone. Purtroppo non sempre visto come una straordinaria opportunità informativa e un grande spazio di democrazia e confronto, il web si trasforma in un regno dell’omofilia e una discarica del livore in cui l’informazione è auto-selezionata e non lascia spazio all’ampliamento dei propri confini cognitivi.

La triste ipotesi che si sia sempre più diffidenti verso l’obiettività dei dati e degli esperti, dimostra come si stia pericolosamente rotolando verso la fine dei fatti. Le statistiche e i numeri non vengono letti come risultati di ricerche oggettive e, nel totale disorientamento del non distinguere numeri «giusti» da numeri «sbagliati», i cittadini si affidano a chi, con retorica e comunicazione politica più accattivante emotivamente, convince le masse minando, però, alla base, la convivenza civile. Episodi deprecabili ma circoscritti si trasformano in ondate di terrore che alimentano la percezione sbagliata della realtà, che porta a pensieri inverosimili di razzismo, invasione e di paura dello straniero. «Al rischio di trasformare i propri pregiudizi in verità assolute» continua l’Amministratore Delegato, «si aggiunge anche il tema delle competenze. La popolazione italiana ha un problema serio di conoscenza dei fondamentali macro-economici. Quando parliamo di spread, per esempio, dobbiamo essere consapevoli che solo un italiano su quattro ha la capacità di darne una definizione corretta. Per il restante 75%, lo spread è vissuto come un’entità lontana, minacciosa e arcigna che, in qualche modo, mette a repentaglio i conti di tutti. La questione pericolosa, ovviamente, è che tutto ciò ha delle implicazioni e ripercussioni politiche, economiche e sociali.

 

Un altro esempio che racconta questa contraddizione è quello del debito pubblico, di cui non si ha padronanza cognitiva: il cittadino italiano, di natura dedito al risparmio, stranamente diventa di manica larga quando si tratta di conti pubblici perché res publica, res nullius». Mancano quindi le competenze e manca la disponibilità a mettersi in discussione, mescolate alla pretesa di sapere tutto di tutto. Ma come si può invertire la rotta? E cosa dovrebbe fare, chi ha in mano il potere di informare? «Se fossi il direttore di un giornale, mi piacerebbe dare tre consigli, ai miei giornalisti», conclude Nando Pagnoncelli. «Il primo è quello di uscire, andare in giro per le strade, per avvicinarsi alla realtà, entrando in contatto diretto con i fatti e i fenomeni di cui si parla. Il secondo è saper ascoltare molto, prendendo coscienza del fatto che ascoltare significa anche capire che, quando parliamo di certi argomenti, abbiamo di fronte interlocutori che forse non hanno conoscenze approfondite a riguardo.

La terza cosa, ultima ma davvero fondamentale, è quella di semplificare. Semplificare i concetti e semplificare il linguaggio. Ai miei ragazzi direi di parlare in modo chiaro, limpido, come faceva Alberto Manzi in Non è mai troppo tardi, o come fanno Piero e Alberto Angela, che sono dei veri maestri di comunicazione». Semplificare non per ridurre o escludere, ma per avvicinare. Per accogliere. Per accompagnare. Per riportare i cittadini da ascoltatori passivi ad attori responsabili di ciò che accade, per contrastare un momento in cui via via si consolida l’idea di una classe politica che recita un ruolo da palcoscenico, invece che di seria professionalità. La necessità di operare in tempi lunghi è evidente e perché si possa riuscire ad invertire il senso senso di marcia (o il senso di marcio), l’unica soluzione è una forte delega alle agenzie educative, capaci di risanare l’eccessiva frammentazione identitaria e di riportare alla luce gli aspetti sociali positivi, non come lanterne nel buio della disillusione, ma come pigmenti di normalità collettiva. Speriamo.

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