Intervista a Jean Paul Habimana sopravvissuto Genocidio dei Tutsi in Rwanda del 1994 | Il Bullone

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IRicordare e onorare chi è stato assassinato

Di Andrea Pravadelli

Sono Jean Paul Habimana, docente di IRC presso la Scuola Europa di Milano dal 2011. Sono sposato e ho un figlio. Il 7 aprile 2019, il mondo commemora i 25 anni dal genocidio dei Tutsi in Rwanda. 

Cosa pensa abbia scatenato un odio tanto grande nello stesso popolo da sfociare nel genocidio?

«L’odio ha delle radici nel colonialismo. Il Rwanda viene colonizzato nel momento del razzismo scientifico in Europa. I primi europei sono arrivati in Rwanda nel 1894. L’odio che gli Hutu hanno provato per i Tutsi fino al genocidio, è nato proprio dal momento in cui i colonizzatori belgi hanno introdotto in Rwanda le razze. Secondo le loro teorie razziali, i Tutsi (ai quali apparteneva il Re e la maggior parte della classe dirigente), non erano dei veri neri, bensì dei neri fuori (sulla pelle) ma bianchi dentro (intellettualmente e umanamente). I Tutsi erano dei discendenti di Cam, figlio di Noé e quindi occidentali, con l’intelligenza e la bellezza occidentali.

Secondo questa teoria camita (hamita). Dal racconto biblico, Cam è stato maledetto ed è stato condannato ad essere schiavo dei suoi fratelli Jafet e Sem. (Questa teoria era usata spesso per tranquillizzare le loro coscienze con la schiavitù dei neri). I discendenti di Cam, sono stati maledetti  e sono andati a vivere in Egitto. Poi, piano piano, sono arrivati in Etiopia, seguendo il fiume Nilo fino alla sua fonte, che è esattamente la zona dove c’è anche il Rwanda. Secondo questa teoria, più scendevano, più si mischiavano con i negri e quindi diventavano neri anche loro, ma la loro intelligenza era rimasta superiore, in quanto discendenti da una razza superiore occidentale (Hamiti).  

Jean Paul Habimana sopravvissuto Genocidio dei Tutsi

Secondo questa teoria hamita, i tutsi sono degli hamiti discendenti di Cam. Introducendo questo fatto nella mentalità, poi sul documento d’identità, hanno sconvolto il Paese.  Prima dell’arrivo dei colonizzatori, i Tutsi facevano parte delle 3 classi sociali: agricoltori (HUTU), allevatori (TUTSI) e cacciatori (Twa). Le 3 classi convivevano tranquillamente e c’era anche la possibilità di cambiare il proprio stato sociale cambiando lavoro da agricoltore ad allevatore e viceversa! Quando nel 1932 fu introdotto il documento di identità non ci fu più la possibilità di cambiare, anche perché ciò che era classe sociale divenne RAZZA, con tutte le caratteristiche che accompagnavano il razzismo scientifico occidentale. Nel frattempo vennero introdotte le scuole in Rwanda. I colonizzatori fanno un doppio gioco, da una parte appoggiano i Tutsi dicendo loro che sono la razza superiore, dall’altra parte fanno capire agli Hutu che tutti i ruandesi devono partecipare nello stesso modo al potere. Il 24 marzo del 1957 viene pubblicato “il manifesto dei Bahutu”. Si tratta di un documento di 12 pagine intitolato “Note sull’aspetto sociale del problema razziale indigeno nel Rwanda”, redatto da nove intellettuali hutu che si definiscono “cristiani impegnati”. Nella storia del Rwanda fu un momento cruciale: il Manifesto Bahutu fu il primo importante documento scritto da rwandesi, in cui venne utilizzato il concetto europeo di razza

Alla seconda pagina del manifesto si legge: “Alcuni si sono chiesti se si tratta di un conflitto sociale o di un conflitto razziale… il problema è principalmente un problema di monopolio politico che sta nelle mani di una sola razza, quella Tutsi”.Ciò che avevano seminato i colonizzatori ormai si era radicalizzato, cioè, secondo i redattori di questo manifesto, i Tutsi sono una razza.

Nel 1959 il re fu mandato via insieme a tanti Tutsi, partendo da tutta la classe dirigente. Nel 1961 ci fu il primo presidente Hutu e nel 1962 il Rwanda ebbe l’indipendenza. Nel frattempo il concetto di Razza si è trasformato in concetto di etnia. Dal 1961 non si parlerà più di razze (anche per il fatto che la comunità internazionale aveva dichiarato l’esistenza di una sola razza umana nel 1948). Cambiano il nome, ma la mentalità razzista rimane. Dal 1961 gli Hutu avranno il potere fino a 1994 e in tutti questi anni, i Tutsi saranno discriminati nei posti strategici dentro il Paese. C’è una percentuale da non superare sia nelle scuole che nei lavori pubblici. I Tutsi mandati via, chiederanno di rientrare nel Paese, ma la risposta sarà sempre la stessa : “il Rwanda è pieno come un bicchiere di acqua. Passano tanti anni e nel 1990, il primo ottobre, iniziano la guerra per poter ritornare in Rwanda. A dicembre di questo stesso anno, vengono pubblicate le 10 leggi degli Hutu in cui, in modo esplicito e chiaro, i Tutsi vengono messi da parte in tutti i settori in modo dettagliato e all’ottava legge viene dichiarato che: “Gli hutu devono smettere di avere pietà dei tutsi”. Se prima di questo periodo la gente semplice viveva in un’ingiustizia ormai accettata, da qui in poi le cose cambiano. Nel giro di qualche mese inizia il multipartitismo e soprattutto nasce un partito puramente razzista CDR (Coalition pour la Défense de la République et de la démocratie). Questo partito avrà dei civili paramilitari chiamati “Impuzamugambi” che impareranno non solo ad usare le armi, ma soprattutto verrà loro inculcato il concetto che i Tutsi sono il nemico da eliminare. Saranno gli Impuzamugambi, insieme ad altre milizie chiamate “Interahamwe” del partito al potere MRND (Mouvement Révolutionnaire National pour le Développement), che metteranno in atto il genocidio dei Tutsi».

Rispetto ad altri genocidi del ‘900 che cos’ha di diverso il genocidio dei Tutsi in Rwanda?

«Ciò che ha di diverso è il fatto che i ruandesi sono un solo popolo che si è diviso. Tutti i genocidi conosciuti fino ad oggi, sono fatti da gente di fuori. Invece quello dei Tutsi è stato fatto dai vicini di casa, dai familiari ad altri familiari. Ci sono dei casi in cui il marito ha ucciso la propria moglie lasciando i propri figli». 

Durante quei giorni cosa è stato di lei?

«Mi sono nascosto per tre mesi. Quei giorni sono stati per me ciò che nessuna persona al mondo dovrebbe vivere. Ho visto gente morire. Dio mi ha risparmiato tante volte mentre si stavano uccidendo gli altri. Nella mia famiglia mio padre e i miei zii sia paterni che materni, le mie zie e i cugini sono stati uccisi senza nessuna pietà. Oltre ad avermi portato via la mia gente, il genocidio ha rovinato anche la vita di chi è rimasto, sia per i traumi di quello che abbiamo vissuto, che per il vuoto, che  nessun altro può riempire su questa terra, che ci hanno lasciato».

Quanto è importante ricordare?

«Ricordare è importante prima di tutto per onorare chi è stato ucciso. L’intenzione degli assassini era di cancellare tutti i Tutsi sulla terra. Ricordarli è come farli rivivere. Purtroppo l’odio c’è ancora nel mondo. Tante persone odiano gli altri senza motivo. Allora magari ascoltando la storia di ciò che ha vissuto il Rwanda, qualcuno potrebbe cambiare». 

Un episodio di questo genere si può prevedere? Se sì, quali sono le responsabilità di chi sapeva cosa sarebbe successo?

«Il genocidio dei Tutsi non solo si poteva prevedere, ma si poteva anche evitare. È vero che il colonialismo è conosciuto come origine del genocidio, ma non bisogna dimenticare che dal 1962 il Rwanda era diventato un Paese indipendente. Noi Ruandesi dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Se fino alla fine degli anni ‘50 c’è sempre stato un colonizzatore in tutte le decisioni del Paese, bisogna ammettere che dall’indipendenza del Rwanda fino al genocidio, gli Hutu potevano assolutamente rendersi conto che i Tutsi sono ruandesi come loro. Bisognava dare la possibilità a tutti di partecipare attivamente alla vita del Paese, senza nessuna discriminazione. Le responsabilità di tutto questo vanno logicamente ai politici di quegli anni, ma anche alla comunità internazionale che ha sempre collaborato con un governo che discriminava i Tutsi alla luce del sole, senza che nessuno facesse qualcosa». 

Oggi che cosa è rimasto di quei giorni in un Paese rinato?

«Ciò che è rimasto è che da questa storia noi ruandesi dobbiamo imparare. Dobbiamo imparare ad essere uniti. In effetti, nella nostra carta d’identità siamo ruandesi e basta. Tutti studiano e lavorano senza guardare se sei Hutu, Tutsi o Twa. Ci sono ancora ferite aperte, ma si cerca di andare avanti». 

Chi, come lei, è stato vittima del genocidio è capace di perdonare?

«Io penso che perdonare sia prima di tutto un dono. Non penso che si possa perdonare qualcuno che ti fa fatto così male, senza l’intervento dell’aldilà. Perdonare non vuol dire dimenticare. Vuol dire prima di tutto “fare differenza”, nel senso di non odiare nessuno senza motivo. Fino ad adesso nessuno mi ha mai chiesto perdono, ma voglio dire che, anche senza che me lo chiedano, li ho perdonati». 

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