INTERVISTA A GIOVANNI ALLEVI

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Immagine in evidenza: www.discogs.com

Ci sono stati dei maestri di vita e dei rivali che ti hanno stimolato a percorrere questa strada?

«Nell’estate del 2004 vagai per New York in cerca di un’audizione nei luoghi sacri della musica. Collezionai una serie incredibile di porte in faccia. Solo un’anziana insegnante di italiano, Olga, mi accoglieva nel giardino di casa sua per prendere un tè alla fine di quelle estenuanti giornate. Mi diceva con dolcezza di non scoraggiarmi, perché era già un sogno essere lì. L’importante era metterci tutta la passione, senza pensare al risultato. Quando, molti anni dopo, vidi il mio sogno realizzarsi, e le porte di quei luoghi sacri aprirsi, feci l’incontro inevitabile con il mio antagonista, un difensore della tradizione, colui che fece di tutto per farmi sentire il peso della colpa, per aver voluto innovare la Musica Classica.

Le sue parole di disprezzo hanno creato in me una ferita che non si rimarginerà, eppure non riesco a rispondere con lo stesso sentimento. Da allora sento di essere un eroe, un guerriero, nel portare avanti il mio proposito».

Esiste nel tuo percorso un momento, un concerto, uno spartito che ti ha fatto dire: «questa è la mia essenza, la mia vita»?

«Lo scorso anno, a metà dell’ultimo concerto di una tournée in Giappone, ho visto una tenda nera scendere sul mio campo visivo, per via di un distacco di retina all’occhio sinistro. Ho capito immediatamente che cosa stava accadendo poiché dieci anni prima avevo avuto lo stesso problema all’occhio destro. Sapevo che avrei dovuto interrompere il concerto e farmi ricoverare immediatamente, ma per rispetto del pubblico e della musica, sono andato avanti fino alla fine.

Quando, nei giorni seguenti, ho preso atto di aver subito un danno permanente alla vista, dovuto anche alla mia scelta di non interrompere il concerto, ho parlato alla Musica, e le ho detto: “Ti ho dato tantissimo. Ricordati di questo gesto!” Non avrei mai agito così, se la Musica non fosse la mia vita». 

Le tue emozioni influenzano i brani che componi? 

«Comporre musica significa attendere che nuove emozioni emergano dalle note. Per questo scrivo musica soprattutto quando sono in preda all’ansia e all’inquietudine, per lasciare che il buio venga spazzato via da una luce improvvisa». 

In che modo concili musica e filosofia? 

«Gli attacchi dal mondo accademico, le incomprensioni, i giudizi esterni, la voglia di isolarmi, la voglia di infinito, sono tutti elementi che, grazie alla filosofia, riesco a percepire in un’ottica molto più allargata e universale. Allora il dolore lascia il posto alla tenerezza».

La musica può essere concepita come un insieme di frammenti che danno luogo a un’armonia unica? 

«La musica è un’armonia unica,  ma è nascosta, e si manifesta attraverso piccoli frammenti sparsi. A me il compito di ricostruirne l’insieme, svelando ciò che prima era invisibile».

Tieni in considerazione i desideri del pubblico quando componi?

«Mai! Non avrei composto un concerto per pianoforte e orchestra, una forma musicale troppo complessa e dilatata per le veloci modalità di ascolto di oggi. Procedo per la mia strada in solitudine, incurante della critica accademica e dello stesso consenso di pubblico. Perché la musica che arriva nella mia testa è così, e non posso cambiarla di una nota». 

Da dove prendi l’ispirazione per i tuoi brani?

«Una volta tenni una masterclass di Composizione al Conservatorio di Tblisi, in Georgia. I giovani studenti mi chiesero proprio come fare per alimentare la loro ispirazione. Risposi: “Avete mai passato una notte a guardare la luna? Siete mai stati rifiutati in amore? Avete mai vissuto il buio e il tormento? Solo così sarete assetati di luce, e implorerete la musica di condurvi verso l’estasi!”».

Ti sei mai sentito insicuro o inadatto a portare a compimento un tuo obiettivo?

«Non mi sono mai posto un obiettivo. Non sono una persona di azione; la mia attitudine è pensare, riflettere, ascoltare. Poi, alcuni obiettivi, magari inaspettati, si sono realizzati. Il filosofo Epitteto ci esorta a desiderare ciò che già abbiamo».

Una persona così talentuosa e ingegnosa, appassionata del proprio lavoro, come ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la gioventù? Cosa ti ha fatto crescere la persona che sei?

«Sono diventato così perché ho passato molto tempo in disparte. Durante l’adolescenza per i compagni di liceo ero pura tappezzeria. All’Università facevo di tutto per passare inosservato. Ma ho sempre conservato uno sguardo tenero sul mondo. A New York, un grande fotografo mi disse: “Solo chi sta in disparte, sarà in grado un giorno di indicare una strada a molti”».

Ci sono luoghi, riti, meccanismi o situazioni in cui ti immergi per scrivere le tue melodie? Come avviene l’atto creativo?

«Nel pieno della notte, attorno alle 3.40, per via della mia insonnia cronica, mi sveglio. E mi accorgo che nella mente è rimasto intrappolato il frammento di una sinfonia. Lo analizzo subito, in maniera molto razionale, e se risponde a determinati requisiti, non gli do tregua! Inizio ad allargarlo, a svelare come continua o da cosa è preceduto. A quel punto inizia per me un viaggio mentale entusiasmante, per il quale dimentico tutto, persino di mangiare, e magari mi ritrovo che è già sera e ho ancora addosso il pigiama».

In un’intervista hai dichiarato: «Gli attacchi di panico mi fanno felice». Cosa intendi? 

«Il Panico è un problema molto serio, che coinvolge milioni di persone. Il Panico, come un terremoto, scuote tutto ciò che è inessenziale, e ci riporta alla verità, alla nostra essenza più intima. Non a caso, per gli antichi, Pan era un dio selvaggio, che viveva nascosto nel sottobosco. Quando Pan torna a parlarmi, sono felice, perché so che vuole regalarmi parole che hanno a cuore la mia felicità».

I tuoi momenti di depressione e attacchi di panico, ti hanno ostacolato o aiutato nella professione e nella vita? 

«Non esisterebbe la mia musica se non avessi conosciuto il buio dell’anima. È per questo che nella mia musica inseguo emozioni forti, che possano inebriare la mia mente, e distogliermi dall’inquietudine, anche se per poco. È probabile che moltissime persone cerchino nelle mie note lo stesso sollievo».

Quali reazioni ha suscitato il tuo corto a Cannes? 

«Il mio merito è stato minimo. Un giorno dei ragazzi pazzi e visionari mi hanno messo a conoscenza di una nuova tecnologia di ripresa filmica, la realtà virtuale a 360°. Volevano coinvolgermi in qualche modo. Ho risposto al loro invito con un’idea altrettanto folle: avrei fatto catturare dalle loro telecamere un momento in cui letteralmente gioco con un’orchestra, affrontando con i musicisti una serie di esercizi inconsueti, di respirazione, di ritmica, di improvvisazione collettiva e individuale. Il risultato, osservato dal visore a 360° come se fossimo al centro dell’orchestra, è assolutamente sorprendente. Non solo a Cannes lo short film è stato accolto nell’inaccessibile sezione Next dedicata ai progetti innovativi, ma la sua prima visione è stata salutata dei presenti in sala con un caloroso applauso. Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano».

Ho letto che non ami i social network. In un tuo mondo ideale, come sarebbe il tuo rapporto col pubblico?

«Uso molto poco i social networks, perché la mia indole mi porta a nascondermi, piuttosto che ad apparire. Mi limito a condividere solo quei pensieri e contenuti che ritengo significativi. Io sono felice così e questo rappresenta il mio ideale. Pertanto sogno un mondo in cui venga recuperata la discrezione, ossia la condizione in cui vissero i nostri predecessori».

Che differenze hai trovato tra scrivere parole e scrivere musica? 

«L’entusiasmo è lo stesso, così come il coinvolgimento. Cambia solo il tempo: ho scritto l’ultimo libro in venti giorni, mentre l’album Equilibrium ha avuto una gestazione di quattro anni».

Il tuo ultimo libro e il tuo ultimo disco parlano di equilibrio. Cos’è per te l’equilibrio?

«È la capacità di sporgersi nella vita, di abbandonare le certezze e le consuetudini, con coraggio.

È come fare il surf nelle onde dell’esistenza: non è una pace finalmente acquisita, ma un continuo movimento instabile. Per trovare l’equilibrio, bisogna prima saperlo perdere».

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