INTERVISTA A BENEDETTA TOBAGI

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Di Fiamma Colette Invernizzi

«Più tenace della tua paura, più pro fonda del tuo dolore, nel silenzio dell’essere, la vita canta». Con queste parole Benedetta Tobagi, ospite di una gremita Redazione di Via dei Pellegrini, dà voce alla memoria del padre, Walter Tobagi, e sfondo alla sua narrazione. «È una frase di origine ignota», confessa con sincerità, «che mia mamma aveva scritto sul segnalibro che teneva nella Bibbia. Nonostante io abbia deciso di inserirla in un punto nevralgico del libro che ho dedicato a papà, recitarla ad alta voce mi emoziona ancora».

Orfana a soli tre anni, la mattina dell’omicidio Benedetta ha la sfortuna di non essere all’asilo e di trasformare, così, l’improvviso lutto in un primo ricordo di vita. «Per me è stata una conquista, anni dopo, riuscire a pensare che ci fosse un orizzonte di fiducia possibile rispetto alla vita e alle persone», riflette ad alta voce, «e questa consapevolezza mi permette di esprimere un pensiero comune: la cosa più importante è rimarcare quanto una vita possa essere significativa nonostante la sua fugacità. È come spostare l’enfasi da tutto ciò che ci è stato tolto o che è andato perduto a quello che resta, a chi resta. Nel senso più profondo del termine, io sono qui, ora, grazie a mio padre che fisicamente non c’era ma che è rimasto in me come una radice capace di darmi la forza di non spezzarmi, tanta era la sua energia».

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Le parole rimangono sospese nell’aria, cariche di una dolcezza e di una fermezza quasi disarmanti. I racconti a lieto fine sono lontani anni luce, la famiglia del Mulino Bianco  è seppellita da una schietta ironia che da un lato abbraccia un approccio costruttivo alla realtà e dall’altro si fa forza di un atteggiamento profondamente responsabilizzato.

«Per tutta la vita lavorerò tra l’horror vacui e la sindrome di Superman», afferma come se fosse una confidenza, «ma negli anni ho imparato a conoscermi. Quando ero un po’ più giovane sentivo la necessità di fuggire, di scappare da un cognome così pesante da portare, di trovarmi in un luogo dove nessuno potesse chiedermi del mio passato. Mai avrei osato immaginarmi scrittrice. Poi però ho capito che in realtà allontanarmi dalla figura di papà era ridicolo, perché quello che faceva lui mi piaceva da morire». Conclusi gli studi in filosofia e fatta qualche esperienza lavorativa, Benedetta fa i conti con il lutto passato e con le macerie rimaste si appresta a costruire un racconto di vita. «Negli anni precedenti avevo lavorato in produzione», racconta Benedetta, «e pensavo di fare un documentario sulla storia di mio padre e su quello che era successo. Ma l’idea non poteva funzionare perché lui aveva usato la parola scritta per tutta la vita. Lo ammetto, riuscire a portare a termine il lavoro su di lui mi ha davvero rivoluzionato la vita, proiettandomi in una dimensione professionale e di consapevolezza che mi permette di immaginare il mio futuro tra i libri». Le domande affiorano alla mente numerose, la Redazione rumoreggia tra pensieri profondi e provocazioni. Benedetta Tobagi odia? Benedetta Tobagi che significato dà alla parola, in un mondo sovraffollato di informazione, disinformazione e mala-informazione?

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Lei, con l’eleganza di chi conosce le pieghe più profonde dell’animo umano e i più intricati grovigli delle ingiustizie, sospira prima di riprendere parola. «No. L’odio, per me, ha una sola deriva depressivo-autodistruttiva. L’odio e la rabbia bruciano. Ma è anche vero che se ne stai troppo lontano ti congeli. Più che di odio ho sempre sofferto di un profondo senso di impotenza che ha sempre trovato pace solo nel lavoro ispirato a papà».

Ecco un altro sospiro, in cui sembra ripercorre anni di ricerche ne gli archivi, di lotte tra le parole non dette e le verità nascoste. «Curzio Maltese cominciava un suo articolo affermando che in Italia si perdona a tutti, tranne che alle vittime. Aveva ragione». Sul valore della parola si potrebbe scrivere un capitolo a parte, tra strumentalizzazione, lotta contro le fake news e responsabilizzazione degli intermediari tra notizia e pubblico. Ma un motto può riassumere meglio di mille parole, soprattutto se è un motto di Walter Tobagi: «Poter capire e voler spiegare».

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