Il Duomo di Milano e dei milanesi | Il Bullone

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Da 630 anni sono i milanesi ad occuparsi della cattedrale

Di Giulia Russo

«Il Duomo è dei Milanesi». È la frase che Maddalena Peschiera, responsabile dell’archivio della Veneranda Fabbrica del Duomo, e Marta Ronconi, nostra guida turistica, usano orgogliosamente come intercalare durante la visita dei B.Livers al Duomo di Milano. Il motivo diventa subito chiaro: è da 630 anni che la vita della cattedrale e quella dei cittadini ambrosiani, si intrecciano senza sosta. Molti non lo sanno, ma alcune espressioni del nostro dialetto derivano proprio dai racconti di questo cantiere plurisecolare. Longh cume la fabrica del Dommlungo come la fabbrica del Duomo – si diceva così a Milano di un’impresa interminabile e, infatti, l’ente laico che ne supervisiona ancora oggi il cantiere, è attivo dal 1387. La Veneranda Fabbrica del Duomo nasce spontaneamente nella ricca Milano del Trecento, ponendosi come obiettivo quello di «mantenere in vita la cattedrale» attraverso costanti interventi di conservazione, valorizzazione e manutenzione. Progettato per volere dell’Arcivescovo Antonio da Saluzzo, il Duomo affonda le sue radici nell’area precedentemente occupata dalle due basiliche di Santa Maria Maggiore e di Santa Tecla.

Il marmo del Duomo

Si tratta di un cantiere che suscita fin da subito un grande interesse comune, infatti, la fonte principale dei finanziamenti erano le spontanee e generose offerte dei fedeli. L’idea di questo attaccamento collettivo, quasi commovente, si percepisce scoprendo che il contributo dato era spesso, non solo di carattere economico, ma anche pratico: ore di lavoro, prestazioni artigianali gratuite e tanti altri servizi a favore della cattedrale, o meglio, della società. Scopriamo quindi che la Veneranda Fabbrica sovraintende tre cantieri: la cava di Candoglia, il cantiere marmisti e il cantiere in Duomo. La materia prima della cattedrale, infatti, è il marmo di Candoglia che con la bellezza delle sue venature bianco-rosate conquistò Gian Galeazzo Visconti a tal punto, da portare la Veneranda Fabbrica ad avere l’esclusiva sull’estrazione dalla Cava Madre, nella Val d’Ossola. Si dice che tutto il Duomo sia passato sul Naviglio, quindi immaginando il momento in cui i blocchi di marmo venivano caricati sulle chiatte, ripercorrere il loro viaggio significa iniziare dal fiume Toce e attraverso il lago Maggiore, il Ticino e il circuito dei Navigli, raggiungere Milano dopo un centinaio di chilometri. Data la continuità dell’approvvigionamento, la Fabbrica del Duomo era stata esentata dal pagamento di ogni dazio, così, per evitare fraintendimenti alla dogana, i blocchi venivano siglati AUF, Ad Usum Fabricae . 

Anche la storia dei marmi ci regala quindi la derivazione di un’altra espressione lombarda, a ufo , con il significato di ottenere o fare qual cosa senza pagare o a spese altrui. Quando il marmo raggiungeva il cantiere marmisti, avveniva la prima fase di lavorazione da parte dei lapicidi. La gerarchia delle maestranze e dei lavoratori impegnati nel cantiere era varia e complessa, ma ad ognuno veniva assegnato un ruolo specifico in base alle proprie  abilità tecniche. Si ritiene che il termine magutt , sinonimo di manovale, derivi proprio dall’abbreviazione di “magister ut sopra” riportata  sui registri delle maestranze attive al Duomo, dove veniva specificato  il tipo di attività e le ore di lavoro svolte dall’operaio durante la giornata. Le statue e i blocchi lavorati dagli scalpellini raggiungevano, infine, il  cantiere del Duomo per essere collocati su parete e aggiunti al complesso apparato decorativo della cattedrale.

Un marmo tuttavia, tanto prezioso quanto delicato, infatti, data la sua inconveniente deperibilità, il cantiere del Duomo è rimasto da sempre attivo a causa della necessaria manutenzione o, nel peggiore dei casi, sostituzione della statuaria.

Il rito di Nivola

 Quando la nostra guida Marta ci accompagna all’interno del Duomo, ne ammiriamo subito l’altezza – che lo porta in classifica tra le cattedrali più grandi del mondo – e i colori. Infatti, le vetrate che da fuori quasi neanche si notano, creano all’interno un’esplosione di riflessi che rendono le colonne marmoree dei giganti caleidoscopi e noi ne rimaniamo semplicemente ammaliati. Alzando lo sguardo verso la prima campata, vediamo nel tabernacolo una luce rossa fissa: è lì che è conservato uno dei chiodi della crocefissione. Ci viene de scritto il rito della Nivola , ovvero del meccanismo con cui l’arcivescovo percorre i 40 metri di altezza col fine di deporre la Reliquia sull’altare maggiore e iniziare la celebrazione annua – a metà Settembre – del Triduo del Santo Chiodo.

Madonnina e guglie

Lo sguardo passa quindi dalle vetrate, al tabernacolo, alle colonne e addirittura al pavimento dove la decorazione fatta di fiori in marmo  rosso, nero e bianco, si aggiunge all’ offerta perpetua fatta a Santa  Maria Nascente, a cui è dedicato il Duomo. Procedendo verso il transetto e salutando il San Bartolomeo scorticato, usciamo dalla cattedrale per salire sulle terrazze. Marta ci parla di numeri: 3400 statue, 200 bassorilievi, 135 guglie e 96 doccioni.

Ma i numeri non servono, ci sentiamo subito rapiti da questo intreccio di guglie, scale e contrafforti, quasi fossimo parte noi stessi di un’opera di Escher, tra i suoi labirinti e le sue costruzioni impossibili. Ma qui è tutto vero e la luce del tramonto che si riflette sulla pietra  rende queste architetture di una bellezza indescrivibile. Arriviamo al punto più alto della terrazza e lì vediamo spiccare la Madonnina che poi, coi suoi 4 metri di altezza, tanto «piscinina» non è. Nata per vegliare sui Milanesi dal punto più alto della città, i 108 metri del Duomo.

Si dice che, per non sfatarne il mito, le costruzioni moderne più alte includano sulla propria sommità una sua copia in miniatura, come accade per il Pirellone e Palazzo Lombardia.

La nostra visita si conclude così con il saluto alla Madonnina e gli occhi non solo più consapevoli, ma felici. L’indifferenza che spesso abbiamo correndo in piazza per andare al lavoro o raggiungere la metropolitana, ora almeno lascia spazio alla conoscenza e al sapere che il Duomo nasce grazie all’energia del suo popolo e dei suoi doni. In fin dei conti, questa è forse la  più grande rivelazione: la vera anima del Duomo, la sua materia prima, non è il marmo ma siamo noi. D’altronde, «Il Duomo è dei Milanesi».


Le foto nell’articolo di: Stefania Spadoni


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