IL CLIMA CAMBIA E NOI CHE FACCIAMO?

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Di Emanuele Bignardi

Guardo preoccupato la pioggia che scende copiosa sulla città che si sta svegliando. Non sono (solo) meteoropatico, ma sono giorni che piove. La televisione è accesa e le notizie del maltempo si accavallano alla pubblicità di un noto shampoo, presentata da un personaggio molto «social», quella che nella definizione odierna viene chiamata «influencer». Riflettendo sul clima che sembra impazzito, mi sono reso conto di come non esistano influencer per questo tema, o forse chi ne parla non viene ascoltato. Ma andiamo con ordine: l’idea di questo articolo viene da un link che mi è stato mandato; si trattava di un collegamento ad un pezzo scritto da un giornalista de La Stampa circa i cambiamenti climatici e in particolare riguardo alla percezione che gli italiani hanno di quanto sta accadendo al nostro. Quello che l’autore racconta è piuttosto inquietante: in Italia l’indifferenza sul tema del clima è generalizzato. Purtroppo questo significa che anche i media, dalla televisione alla stampa, non si curano del problema. Quello che mi chiedo e che vorrei lanciare come provocazione, è se gli italiani reputino più importante avere capelli sani, piuttosto che curarsi del disastro climatico che l’uomo sta compiendo. Forse qualcuno potrà obiettare che 0,5°C in più o in meno non facciano una grossa differenza; oppure, che i singoli non possono gravarsi della responsabilità della salvaguardia del clima, che sembra più una questione che i governanti debbano gestire. Ebbene, sono convinto che entrambe le obiezioni siano semplicemente un modo per girarsi dall’altra parte e non vedere la distruzione che il genere umano sta compiendo. 

Infatti, è dimostrato – e il rapporto sul clima citato dal giornalista de La Stampa lo sottolinea – che un incremento di temperatura di 0,5-1°C porterà delle conseguenze drammatiche, che andranno ad impattare sulla nostra vita quotidiana e non solo. Proviamo a tradurre in parole semplici. Nel 2015, è stato siglato l’accordo di Parigi, in cui ci si poneva come obiettivo un riscaldamento massimo di 2°C, con la «speranza» di poter ridurre ulteriormente a 1,5°C. Si tratta di un impegno molto gravoso, che comprende una razionalizzazione dei consumi, investimenti importanti nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica, associata a nuove strategie di stoccaggio e riutilizzo di questo gas serra. Il punto cruciale sta nel fatto che molte nazioni, pur avendo sottoscritto l’accordo di Parigi, non intendono onorarlo, considerando il cambiamento climatico al pari di una semplice bufala. Per questo motivo è necessario che l’informazione sia capillare e il più semplice e diretta possibile: ai numeri, ai grafici e agli allarmi, bisognerebbe affiancare esempi pratici, perché la differenza tra un mondo con 1,5 e 2 gradi in più è sostanziale. Non si parla, infatti, solamente di specie animali estinte, ma anche della sopravvivenza delle nostre città: tra qualche anno potremmo non essere più in grado di visitare meraviglie come Venezia e altre località costiere, potremmo non bere più vino e caffè, coltivazioni molto sensibili al cambiamento climatico. Guardiamo ad esempio cosa è successo poche settimane fa in Liguria, con paesi interi spazzati via dal maltempo; mentiremmo se dicessimo che quanto è accaduto è stato semplicemente un capriccio del clima. Infatti, la «rovina» metereologica ce l’abbiamo sotto gli occhi, l’abbiamo causata noi uomini e sta a noi porvi rimedio, fintanto che siamo ancora in tempo. 

La seconda obiezione è ancora più un alibi: non possiamo delegare anche la responsabilità della salvaguardia del Pianeta Terra; dobbiamo agire, nel quotidiano, per migliorare le cose, facendo, un passo alla volta, delle azioni che concretamente influiscano sul clima. Non sto parlando di grandi gesta epiche, ma di piccole cose semplici, come risparmiare acqua, prendere i mezzi pubblici, riciclare i rifiuti. Sono molte le azioni che possiamo fare. Sono anche convinto che informarsi e chiedere informazioni sia fondamentale nel processo di cambiamento; sono i cittadini che devono far sentire la loro voce, andiamo a cercare le notizie, i dati sul cambiamento climatico. Se i media nazionali sono indifferenti, sta a noi fare il primo passo verso una consapevole informazione. Importante, quindi, è anche il «passaparola», provare a «contagiare» le persone che ci stanno intorno, trasmettendo loro l’amore verso il nostro Pianeta, il rispetto per la Natura, che rappresenta anche una palestra per il rispetto del prossimo. Infatti, come possiamo pretendere di avere una società migliore, migliori rapporti umani, se non siamo in grado di rispettare il mondo in cui viviamo? 

Io non voglio diventare un influencer. Vorrei solo condividere la mia passione, la mia dedizione verso l’attenzione all’ambiente e allo sviluppo sostenibile. Mi piacerebbe che l’entusiasmo che ci metto potesse passare attraverso le pagine di questo giornale, trasferendosi a chi legge. Penso che la testimonianza sia uno dei modi migliori per fare informazione; tranquilli, non voglio vendervi nessuno shampoo, solo mi piacerebbe che ognuno avesse un po’ più a cuore la Terra e che dimostrasse questo affetto in pochi e semplici gesti. Forse non sarà di moda, ma vorrei che sempre più persone si interessassero ai temi del clima e della sostenibilità ambientale. Ormai questi non sono più un argomento di nicchia riservato solo agli esperti del settore. Negli anni, ci siamo resi conto di come il modello di sviluppo che abbiamo adottato negli ultimi secoli sia insostenibile, sia dal punto di vista ambientale, che dal punto di vista sociale. Infatti, rovinare il Pianeta significa causare carestie, inondazioni, disastri che vanno ad impattare profondamente sulla vita di miliardi di persone. Ecco, quindi, la riflessione iniziale: diffondere una cultura della sostenibilità non è soltanto un vezzo, ma una vera e propria missione necessaria. Gli «influencer climatici» – perdonatemi il neologismo – dovrebbero avere milioni di follower, mentre sono spesso derubricati a «uccelli del malaugurio». Un piccolo consiglio: facciamo meno foto ai piatti che mangiamo e usiamo i social per diffondere una cultura «ambientalista» orientata al rispetto e all’amore verso il nostro unico e solo «Pianeta Blu». 

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