HIV, paure e tabù Dialogo sulle fragilità al Centro per la Pace

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di Oriana Gullone

I sabato mattina del FuoriSalone, tre metro decidono a metà strada di cambiare direzione, con quattro di noi sopra. Ma si parte. Chi mangia, chi dorme, chi mangia perché non riesce a dormire e fa foto a tradimento a chi dorme… tutto regolare. La delegazione B.LIVE al femminile sbarca a Bolzano all’una, accolta da Arianna della Casa della Pace, che ci ha invitato dopo aver letto di noi on line. Prima tappa: cibo! Ci ospita la mensa gestita da Caritas, con goulasch e polenta. Ci raggiunge anche Nicole, l’altra nostra «guida» per questi due giorni. La mensa prepara pasti per una variegata quantità di persone: senza tetto, migranti, famiglie, anziani di un centro vicino. La quota varia a seconda del reddito. Il cibo è locale e buonissimo! 

Pausa caffè, ostello al volo per poi avviarci in centro. Incontriamo una ragazza lussemburghese, a Bolzano in Young Caritas  per un anno di SVE (Servizio Volontario Europeo). Alleniamo con lei inglese e francese davanti a un altro caffè, dopo aver goduto di due musicisti di strada in duetto con un Labrador. 

La scaletta per l’incontro a tema Cicatricisi prepara al volo e siamo pronte. Il pubblico non è numerosissimo e creiamo un cerchio. Sono incuriositi soprattutto dalla nostra ironia riguardo la malattia, «Il diavolo ha paura della gente allegra», è la mia replica, citando Papa Francesco. L’alternativa alla risata è buttarsi giù, ironizziamo per istinto di sopravvivenza. Chissà se li abbiamo convinti. Certo è che l’emozione si sente, e i dubbi si sciolgono in abbracci prima di andar via, con un braccialetto al polso e Il Bullonesotto braccio. Nessuno del pubblico si palesa, ma intuiamo un po’ di «storia in comune». Finito lo show, parte la nomina ufficiale B.Liver per Ari e Nicole, che ricevono felici il bullone (ciondolo) e il libro, autografato come da tradizione. Cibo! È la giusta conclusione, oltre che occasione di una passeggiata nel centro storico della città, che rende bene la sua anima «austriaca». 

La nottata scorre tranquilla, più o meno. La sveglia l’indomani anche. Più o meno. Casa Emmausè immersa nel bosco, sotto le pareti a picco delle montagne. Un angolo di paradiso. Anche qui ci mettiamo in cerchio, con gli ospiti della Casa e tre persone dello staff, tra cui la direttrice. Martina ci presenta, gli occhi sono curiosi. Anche i nostri. Capelli, orecchini, tatuaggi, qualche ausilio medico raccontano già un sacco di storie. La direttrice ci racconta che Casa Emmausnasce 20 anni fa per accompagnare nel fine vita i malati di AIDS. Adesso, con l’evoluzione delle cure, la malattia non è più una condanna a morte, e la Casa è diventata un passaggio, un accompagnamento a tornare a una vita normale, dopo una vita in strada, storie di tossicodipendenza, di famiglie complicate. C’è chi parla tanto, chi quasi per niente, ma l’attenzione non cala mai. Il tabù della malattia, la paura del contagio, le storie d’amore che finiscono, il rapporto degli altri con la tua malattia, il sogno di andare a vivere fuori da soli. L’incontro è forte. Sarah nota il terzo occhio tatuato sulla fronte di molti, e ne chiede il motivo. Non lo hanno fatto insieme, ma per tutti ha lo stesso significato. L’occhio dell’anima, che guarda dentro, che ti rimette in bolla quando serve.

La merenda allenta le tensioni, arrivano i regali, delle poesie, dei bulloni «provvisori». Anche da qui ce ne andiamo tra gli abbracci. Forse più stretti di quelli di ieri. Pranziamo in centro storico, una passeggiata, poi bagagli in ostello e si riparte. Ci prendiamo un po’ di tempo ad alta voce, tante emozioni, diverse, 8888 discordanti, forti. Tra di noi ci sono ragazze sieropositive, ma quest’ultimo incontro ha colpito forte tutte, al di là della patologia. Ci lasciamo per dopo l’assegnazione dell’articolo. C’è tanto da digerire. Anche a una settimana di distanza.

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