Giovani, università e cambiamento climatico | Il Bullone

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Di Edoardo Grandi

Milano, Città Studi. La grande aula del Dipartimento di Fisica è completamente gremita: si tratta in prevalenza di giovani, per lo più studenti universitari, ma ci sono anche persone più in là negli anni, e qualcuno con i capelli bianchi. L’atteggiamento è però lo stesso per tutti: è un pubblico silenzioso e attentissimo, che ascolta il relatore di turno con interesse e curiosità. Si tratta di un ciclo di conferenze sui cambiamenti climatici, organizzate autonomamente dai collettivi studenteschi TempoZero e Corrente Alternativa, in cui si sono susseguiti interventi di altissimo livello e rigore scientifico. Tra i vari ospiti, il professor Maurizio Maugeri (fisico del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano), Grammenos Mastrojeni (diplomatico, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo), Luca Mercalli (climatologo, presidente della Società Meteorologica Italiana e noto divulgatore scientifico).

Negli ultimi tempi, soprattutto da quando è salita alla ribalta mondiale la giovanissima attivista svedese Greta Thunberg, si sente sempre più parlare dei cambiamenti climatici, portando l’argomento fuori dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori, scienziati prima di tutto, ma anche politici. Spesso, però, si ascoltano e si leggono molte cose approssimative, inesatte o addirittura errate.

È vero o no che il fenomeno è in corso? Dipende o meno da cause antropiche? In cosa consiste dal punto di vista scientifico? Quali effetti sta avendo (e avrà) sull’ambiente e sulla nostra stessa vita? È possibile arginare il problema e risolverlo? Le conferenze di cui sopra sono state organizzate proprio per dare risposte a queste e altre domande a un pubblico sempre più vasto, in maniera accessibile, ma sempre approfondita e documentata.

Come primissima cosa bisogna sgomberare il campo da qualsiasi dubbio: l’evidenza scientifica sottolineata dalla stragrande maggioranza dei ricercatori di tutto il mondo, dimostra chiaramente che i cambiamenti climatici sono in atto soprattutto a partire dalla prima metà dell’ottocento con l’affermarsi della rivoluzione industriale, con l’uso ad essa collegato dei combustibili fossili, all’inizio il carbone e più tardi, in misura sempre crescente, il petrolio. È ormai noto a tutti, infatti, come la composizione della nostra atmosfera si sia andata modificando a causa dell’utilizzo di tali combustibili, con un aumento mai visto prima soprattutto dell’anidride carbonica (CO2), che influenza il bilancio energetico Sole – Terra. A questa vanno aggiunti il metano, proveniente in gran parte da allevamenti intensivi, e altri cosiddetti gas serra, ma in misura minore.

Di tutti questi, il maggior colpevole è senza dubbio la CO2, che ha portato nel periodo citato, all’aumento della temperatura media della superficie della Terra di circa 1 grado. Può sembrare poco, ma basti pensare che in un solo secolo con l’aumento di un solo grado si sono dimezzati i ghiacciai alpini, portando i più piccoli di essi all’estinzione totale. Insomma, il cambiamento climatico c’è e sarà più forte nei prossimi decenni. Due gradi di aumento nella temperatura (e questo non è lo scenario peggiore) corrispondono all’aumento del livello dei mari di ben mezzo metro, con ripercussioni facilmente immaginabili.

In conclusione, le conseguenze del riscaldamento globale sono già in atto, ma possiamo ancora scongiurare le previsioni peggiori. Tutti i saperi devono concorrere a questa grande vera e propria rivoluzione. L’economia attuale con il relativo sistema di produzione e consumi, deve essere sostanzialmente cambiata, come anche le nostre abitudini individuali. Durante una delle conferenze è stato chiesto di alzare la mano a chi fosse stato disponibile a rinunciare ai viaggi turistici con spostamenti in aereo: moltissime le mani rimaste abbassate (compresa quella di chi scrive, lo ammetto).

C’è poi l’imprescindibile compito lasciato alla politica, che deve regolare gli interventi a livello globale, e qui purtroppo ci sono ancora troppe note molto dolenti. Si pensi che l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC),il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, è stato istituito nel 1988, e oggi vi aderiscono 195 Paesi: sono passati moltissimi anni dalla sua creazione, e ancora nessun accordo è stato implementato su scala internazionale, a dispetto degli accordi di Rio de Janeiro del 1992 e di quelli di Parigi del 2015, che dovrebbero entrare in vigore (se tutto va bene) nel 2020.

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