FILIPPO GRANDI: I PROFUGHI? DIRITTI E SOLIDARIETA’

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Di Eugenio Faina

Nonostante 30 anni d’esperienza in campo umanitario, e i numerosi incarichi in regioni dilaniate dai conflitti quali Sudan, Siria, Turchia e Iraq, per Filippo Grandi, dal primo gennaio 2016 ufficialmente in carica come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’esperienza «più forte e formativa» è stata assistere impotente alla morte di un bambino per malaria. Allora era un neolaureato in Storia che, spinto dal desiderio di «fare qualcosa di vagamente utile», era andato volontario in un campo rifugiati in Thailandia. Quella particolare esperienza e soprattutto quel tragico episodio hanno spinto il giovane diplomatico a intraprendere la carriera umanitaria. Milanese di nascita (1957), ma per ovvi motivi cosmopolita, ha dimostrato una profonda umiltà rendendosi disponibile per un incontro con i ragazzi di B.LIVE presso la redazione del «Bullone», a Milano. Con l’aria serena di chi ancora non è stato catapultato nell’uragano di impegni che lo attende, ha iniziato a raccontarci le sue esperienze. Dopo un inizio colloquiale, lo incalziamo con la prima domanda:

 Chi sono i rifugiati? Sono solo coloro che scappano da un contesto bellico e politicamente insicuro, o anche chi fugge dall’indigenza?

«Secondo la Convenzione di Ginevra, rifugiato è chi scappa per motivi di violenza, di persecuzione, di opinione perché il suo Paese non gli fornisce più la protezione che gli spetta in quanto cittadino che rispetta le leggi e paga le tasse. I migranti economici non rientrano legalmente nell’ambito dei rifugiati. La necessità di apportare delle differenze tra queste due categorie è data dal fatto che per agire con più efficacia è essenziale garantire canali privilegiati per i richiedenti asilo. È sempre brutto negare l’accoglienza a qualcuno, ma, se per un migrante economico questo potrebbe voler dire un ritorno alla povertà, per un rifugiato significherebbe morte o incarcerazione certa».

Quali sono i diritti e i doveri dei rifugiati?

«I rifugiati hanno diritto alla protezione internazionale, il cosiddetto “diritto d’asilo”; per quanto riguarda i doveri sono identici a quelli di ogni cittadino. Per collegarsi al discorso rifugiati-terrorismo, le convenzioni sono chiare: qualunque rifugiato sorpreso a commettere reati gravi viene punito con la revoca dello status di rifugiato».

È possibile una soluzione pacifica al problema del Daesh?

«Io sono convinto che se i problemi non vengono risolti con mezzi politici e diplomatici non sono affatto risolti. Troppi tentativi di risoluzioni armate si sono tragicamente arenati. Tuttavia a volte è necessario intervenire militarmente a protezione delle vittime dei soprusi. Per esempio, mi trovavo in Afghanistan nel 2001 quando le torri vennero abbattute, e quindi ho seguito molto da vicino il dibattito sull’intervento militare, a cui ero favorevole (e probabilmente lo sarei ancora) purché ci fosse stato il consenso di tutti e l’appoggio dell’Onu. Nel caso specifico dell’Afghanistan, gli errori sono stati commessi nella fase di ricostruzione: non basta sbarazzarsi di un regime, bisogna lavorare sulla ripresa economica e sociale. Per tornare alla domanda, la soluzione militare deve essere l’ultima spiaggia: non si può lasciare intentata alcuna soluzione diplomatica e pacifica».

Qual è la gratificazione più grande che ha avuto a livello lavorativo-umanitario?

«È stato in Afghanistan quando la situazione è andata migliorando e il mio compito come Capo Missione dell’Alto Commissario, era di aiutare i rifugiati che vivevano nei Paesi limitrofi, a ritornare. Nel periodo dal 2001 al 2004 ne sono arrivati più di 3 milioni: una vera soddisfazione vedere l’entusiasmo con cui quella gente riprendeva la via di casa. Fino ad allora mi ero occupato principalmente di emergenze e fughe. Purtroppo oggi il ciclo si è riaperto e i rifugiati afghani verso l’Europa sono ancora numerosi. Comunque vedere ventimila persone al giorno tornare nel proprio Paese aiuta a capire quanto queste persone scappino per paura: nessuno viene qua per rubarci il lavoro».

Lei ha studiato Storia: quanto pensa possa servire uno studio umanistico in vista di un futuro diplomatico?

«Si può arrivare all’ambito diplomatico-umanitario attraverso percorsi diversi: anche lauree scientifiche si rivelano utilissime per risolvere problemi quali scarsità idrica o pessime condizioni sanitarie, e i laureati in giurisprudenza hanno preziosissime nozioni di diritto internazionale».

Le tre parole B.LIVE sono essere, credere, vivere. Le sue?

«Direi “conoscere, agire e sperare”, e con questo chiudo, che è un bel finale».

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