Fake news e dintorni

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Di Carlo Verdelli

Immagine in evidenza di Doriano Solinas

Mi hanno insegnato a scuola che per far bene un tema bisognava leggere attentamente il titolo. Il titolo è questo: “Quando sono finite le notizie? Tra fake-news e post-verità nell’era del digitale”.

Cominciamo dal fondo. “Nell’era del digitale”. Meglio ancora: nell’era digitale. Non tutti se ne sono accorti, specialmente tra gli operatori classici dell’informazione (giornalisti, editori), ma è storicamente cambiata un’epoca. Nel mondo di oggi ci sono più Sim (7,8 miliardi) che abitanti della Terra. La cosa veramente straordinaria è che di fronte a questa evidenza macroscopica, il microcosmo “ufficiale” delle news va avanti come se tutto questo non stesse accadendo, non fosse già accaduto. Il che spiega abbondantemente perché i giornali perdono copie a rotta di collo, i notiziari tv hanno sempre meno spettatori, e getta anche una luce sul perché, quasi all’improvviso, siano spuntati termini come fake news e post-verità, con tutto il loro potente corredo di implicazioni sociali, economiche e anche politiche.

 C’erano una volta “i fatti separati dalle opinioni”. Le opinioni ci sono ancora, anche troppe. Il problema sono i “fatti”, che nel mondo dell’informazione stanno subendo una mutazione genetica multiforme. E’ come se la famosa “notizia”, pietra d’angolo di qualsiasi altro sviluppo possibile, fosse ormai sottoposta a un continuo bombardamento di raggi laser che spesso ne alterano la natura, fino a stravolgerla (e quindi a stravolgere tutto l’impianto che ne consegue: approfondimenti, commenti, ammonimenti, prese di posizione, financo proposte di legge).  

Confesso che, appena mi imbatto in qualche notizia un po’ sopra le righe, da un po’ di tempo ho cominciato a diffidare. Prima mi fidavo, diciamo abbastanza. Adesso diffido, diciamo spesso. 

In concomitanza con le tribolate elezioni americane del 2016, insieme al capoccione imprevisto di Trump, è spuntato come un fungo velenoso un neologismo che sintetizzava un fenomeno. Il neologismo era “post verità”, a indicare un’area inedita ma in larga espansione tra le terre del “vero” e quelle del “falso”.  A ruota, sono proliferate come aggressive colonie batteriche le “fake news”, letteralmente “an object that is made to look real (not real, but made to), in order to deceive (ingannare, manipolare) people”. Ma andiamo con ordine e ripartiamo dall’inizio. 

Dal punto di vista strettamente etimologico, “ post verità” non ha molto senso: implicherebbe che c’è stata una verità e poi è successo qualcosa che ne ha modificato o alterato il senso. Tipo, “post parto” , “post trauma”, “post laurea”. Soltanto che parto, trauma, laurea sono fatti realmente accaduti, quindi certi e immutabili. Il “post”, cioè il dopo, è variabile ma non intacca il fatto che lo precede.

Quindi, nel caso della “post-verità” siamo in presenza di un’espressione che è diventata brevemente di gran moda ma che, appunto nella sua essenza etimologica, è fuorviante. 

Comunque, tecnicamente si tratterebbe di questo: “I fatti oggettivi stanno diventando meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto sia agli appelli alle emozioni primarie (odio, rancore, amore, paura) sia alle credenze personali”.

Dunque, prima della post-verità (fenomeno nascente) c’è quasi sempre una pre-bugia (vizio antico). Obama non è nato in America. Papa Bergoglio è comunista. Con la Brexit miliardi di sterline “regalate” all’Europa saranno  riconvertite in fondi per la sanità pubblica. Non cito per decenza le molte promesse irrealizzabili della campagna elettorale permanente che stiamo sperimentando nel nostro Paese.

Notizie con vario grado di verosimiglianza ma tutte false, anche se tutte, o quasi, molto più seducenti della NOIOSA VERITA’. La novità è che la “rete” sceglie le notizie “verosimili” proprio per questo, perché più easy, più hot, e quindi le spara a velocità della luce in territori sconfinati, dove questi lapilli di menzogna incendiano in poche ore foreste di anime e di cervelli.  

Il perché queste anime e cervelli si lascino incendiare, oggi molto più rapidamente e pervasivamente che in qualsiasi altro periodo storico, l’ho trovato spiegato bene in un articolo dell’antropologo Marino Niola su Repubblica, di cui riporto alcuni passi: “Stiamo transitando dalla civiltà della ragione alla civiltà dell’emozione. E la prova è proprio il dilagare della post-verità. La civiltà dell’emozione è dominata dai social media, che sostituiscono l’oggettività con l’opinione, l’attendibilità della fonte con la fascinazione dell’impatto emotivo della notizia, o presunta tale”. La scena, continua Niola, viene continuamente stravolta da ondate di narrazioni senza prove e senza filtri. Nell’orizzontalità della rete, priva per natura di gerarchia e resa reattiva ad ogni impennata viscerale dalla connessione permanente (in effetti, siamo tutti e sempre connessi), queste favole favolose subiscono la stessa lievitazione sacrale dell’ostia in Chiesa (da pane a corpo di Cristo), diventano fatti puri e semplici (hanno detto che è così, in tantissimi l’hanno condiviso e quindi deve essere proprio così) e determinano conseguenze non tutte pure e non tutte semplici.   

Duemilaquattrocento anni fa, Aristotele diceva che quando in una società viene meno ogni principio condiviso di oggettività e di autorevolezza, di verifica razionale dei fatti, la democrazia si gonfia e degenera in demagogia.

La “post-verità” è il dilagare del falso per vero, o più propriamente di “fattoidi” che diventano fatti e quindi verità, “verità” ancora più attraenti perché “nascoste” dai media tradizionali e messe invece a disposizione del grandissimo pubblico da fonti che si spacciano per libere e ribelli al sistema. Il discorso su queste fonti, su questi generatori occulti di favole favolose, ci porterebbe lontanissimo, in territori non così lontani dalla Spectre di James Bond. 

In ogni caso, lo tsunami delle fake news è uno degli indicatori più sbalorditivi della tempesta culturale che stiamo attraversando. Una rivoluzione paragonabile a quella della stampa, e prima ancora della scrittura. Dalla galassia Gutemberg (1450) siamo passati alla galassia Zuckerberg, e niente, ma proprio niente, sarà più come prima. 

Uno degli effetti più evidenti di questa rivoluzione conclamata (non più in corso ma già in atto) è che le notizie, di qualsiasi tipo siano, hanno vita brevissima. Siamo entrati in una specie di acceleratore di particelle, come quello del Cern, dove tutto procede a velocità incomprensibile e “inumana”, nel senso che sta già modificando nel profondo le nostre percezioni e quindi noi stessi.  

 Mi ha molto colpito la tragedia di Pontelangorino, tra Ferrara e Comacchio: un ragazzino di 16 anni chiede a un amico di 17 di fargli fuori i genitori perché “rompono” con la storia che non va bene a scuola. L’amico, per 80 euro (“ma l’avrei fatto anche gratis”, dirà poi),  li ammazza a colpi d’ascia tutti e due (3 squarci al padre, 6 alla madre). E’ successo a due ragazzini italiani, dalla vita normalissima, in una provincia tutt’altro che depressa, il 13 gennaio 2017. Pochi giorni dopo, il caso è letteralmente scomparso dall’orizzonte dei media. Oggi nessuno lo ricorda nemmeno. Mentre è ancora nella memoria triste del Paese la storia, quasi analoga,  di Pietro Maso,  che risale al preistorico 1991.

In quella stessa memoria collettiva è incisa a fuoco la scena del pozzo di Vermicino, con il piccolo Alfredino Rampi che scivola dalle mani dell’ultimo soccorritore, Angelo Licheri: era il 1981, tre giorni e tre notti che angosciarono l’Italia. E 36 anni dopo, al solo nominare il posto, ancora l’angosciano. Dubito fortemente che tra 35 anni ricorderemo la strage dell’hotel di Rigopiano, i sommersi, i salvati, i soccorritori tra le muraglie di neve. Tutto verrà dimenticato molto ma molto prima, spinto via da altre particelle dell’acceleratore, e quindi risepolto.

Le notizie, in cronaca come in politica e in generale in ogni altro campo d’interesse, si consumano come i fiammiferi di una volta:  appena spento il breve fuoco, si gettano via. E questo non lasciare traccia, lascia quotidianamente spazio a un’infinità di altre cose che, a loro volta, non lasceranno traccia e verranno sostituite da altre cose ancora, destinata alla stessa corta vita, come la spuma delle onde.

E’ evidente che in uno schema come questo, dove tutto avviene in orizzontale e in nevrotica successione, e dove per converso quasi niente scende in profondità e lascia segni duraturi nelle coscienze e nelle memorie collettive, lo spazio da occupare con approssimazioni enfatiche della realtà è immenso. Nel frullatore del NUOVO MONDO la disinformazione ha le stesse possibilità di diventare virale dell’informazione certificata e corretta. Chi vince non è chi si avvicina di più alla realtà di un accadimento (con fatica, tempo, sapienza e dedizione)  ma chi colleziona il maggior numero di “mi piace”,  e nel minor tempo possibile.  

La NOIOSA VERITA’ è come il Grillo parlante di Pinocchio. Vuoi mettere la botta di vita che ti garantiscono il Gatto e la Volpe? Il primo parla alla testa ed eventualmente all’anima. I secondi parlano alla pancia. E in questi tempi vincono facile.

Lo scenario fin qui descritto comprende il variegato e un po’ confuso universo delle “fake news”, che va dalle bufale vere e proprie alla disinformazione dolosa (cioè architettata allo scopo: politico o economico, per esempio) o colposa (frutto di sciatteria, omesso controllo etc.). Un arco molto ampio, ma così ampio che è persino nato un sito, Butac (acronimo di “Bufale un tanto al chilo”), inventato da un “Fakebuster” bolognese (emulo imprevisto dei Ghostbuster hollywoodiani), Michelangelo Coltelli, che in pochi mesi vanta di avere scovato più di 2 mila fake news e altrettante “disinformazioni”, sia del primo che del secondo tipo (doloso e colposo). 

Per non correre rischi in materia di attendibilità, Wikipedia ha deciso di vietare l’uso del “Daily Mail” e del “Sun” come fonti da citare.

Magari vi sarà sfuggito, visto che in Italia ha avuto poca eco, l’appello che il New York Times ha appena rivolti ai propri lettori. Dice più o meno così: “Chiediamo il vostro aiuto. Stiamo cercando di disinnescare false informazioni, costruite deliberatamente per confondere, ingannare e quindi  influenzare in modo scorretto i votanti alle elezioni di Midterm del 6 novembre. Segnalateci ogni caso di cui veniate a conoscenza. Noi vogliamo ascoltarvi”.

E’ la sintesi della nuova frontiera, l’unica possibile, del giornalismo contemporaneo: rapporto diretto coi lettori, umiltà nell’ascoltarli, vigilanza massima contro la fabbrica delle bugie. 

Non per fare l’anti-italiano, ma direi che da noi, quella frontiera, è ancora piuttosto lontana. Vi racconto un caso di scuola, una “fake news” figlia del “fake journalism”, generata da pigrizia, negligenza, assoluta mancanza di senso di responsabilità verso l’utente (lettore e telespettatore o radioascoltatore o internauta che sia). 

  • Marzo 2017, il caso che coinvolge l’allora presidente dell’Eurogruppo Jerome Dijsselbloem (dal 4 dicembre, al suo posto c’è Mario Centeno). Alle 20.24 di martedì 21 marzo, l’Ansa riporta questa sua dichiarazione, ripresa dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung (la Faz, per i solutori più che abili): “I Paesi del sud Europa non possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chieder aiuto”. La mattina dopo, ore 5,  l’Ansa ribadisce la scempiaggine nel suo mattinale, in prima sul Corriere della Sera si bolla il presidente come “un campione da bar sport”, Renzi, fresco ex premier, ne chiede addirittura le dimissioni immediate. Tutto perfetto, non fosse che il povero Dijsselbloem non ha mai detto una cosa del genere. Aveva semplicemente fatto alla Faz un ragionamento generale sul rapporto tra solidarietà e responsabilità personale. Frase testuale: “Io non posso spendere tutti i miei soldi in alcol e donne e alla fine chiedere anche il tuo aiuto. Questo principio vale a livello personale, nazionale e anche europeo”. Una banalità, trasformata in una dichiarazione di guerra a Italia, Grecia etc. Qualcuno si è scusato, dopo? Ha chiarito di essere perlomeno caduto nella trappola di un fraintendimento? La risposta, per solutori meno che abili,  è no. 

CHE FARE?

Come uno scoglio non può arginare il mare, non saranno leggi restrittive ad hoc, o sussulti di post-coscienza dei padroni dei social media,  a cambiare il verso della impetuosa corrente che sta facendo diventare la “post-verità” un surrogato ormai più in voga di qualsiasi verità, senza prefissi né suffissi.  

A maggior ragione, se questo è il clima, ed è evidente che QUESTO E’ IL CLIMA, il buon giornalista ha un’occasione irripetibile per giustificare la propria presenza nel mercato dell’informazione. A dispetto dei profeti di sventura che confondono la crisi forse irreversibile della carta con la crisi di un mestiere che cambierà strumenti e modalità ma non la ragione storica della propria persistenza, il giornalista continuerà ad avere una funzione semplice e vitale: raccontare il tempo, la verità del tempo, e con gli strumenti veloci che appunto questo tempo mette a disposizione. 

Lo spartiacque è destinato a diventare sempre più netto tra chi (giornali e giornalisti) si sottrarrà alla montante dittatura del “mi piace” e chi invece la inseguirà come una fata morgana. Tra chi contrarrà una malattia di cui si autodenunciò vittima Alberto Ronchey, la “psicosi da accertamento”, e chi invece, già predisposto per vocazione, si vaccinerà ( in questo caso, un “sì vax”) contro qualsiasi tentazione di controllo e di verifica. 

Il vero argine alla valanga delle post-verità è un’opera collettiva, realizzata facendo ciascuno la propria parte, mettendo a punto un brevetto universale da applicare ai nostri articoli, ai nostri servizi, ai nostri siti, ai nostri giornali. Darei anche un nome a questo brevetto. Lo chiamerei: l’ALGORITMO DELLA CREDIBILITA’.

Costa fatica, non ti fa diventare un “influencer”, ma è l’unica strada che vale la pena percorrere in questi tempi nebbiosi, e anche pericolosi, se si vuol fare sul serio un mestiere, per me civilmente sacro, come quello del giornalista.

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