Facebook: dove non si confonde il movimento con il progresso !

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Camminare per i corridoi degli uffici di Facebook Italia è come finire immersi in una tavolozza di colori: la moquette riporta degli spruzzi di bianco a fondo blu; le pareti sono decorate con enormi pannelli per i Lego, oppure con serigrafie cinematografiche e sagome dei più noti monumenti milanesi; i tavoli sono pieni di pennarelli sparsi e ci sono poster dai colori sgargianti sparsi su ogni parete. C’è chi telefona, chi scrive rapido alla scrivania, chi naviga nella concentrazione alla ricerca di un pensiero brillante, chi imposta una riunione sul tablet della sala riunioni.

Tutti sorridono. Sono solo poche decine, ma pare che facciano il lavoro per mille. La delegazione del Bullone si snocciola per i corridoi, lo sguardo attirato dalle variopinte suggestioni e dai suoni di tante idee in movimento. Sui muri si leggono slogan come «Build Social Value» o «Love has no Limits», ma quello che più ci incuriosisce riporta la sagoma nera di un cavallo a dondolo, su sfondo rosso. La scritta sottostante recita «Don’t mistake motion for progress». Non confondere il movimento con il progresso. «È il mio preferito», ci confida Giulio Ravizza, nostro ospite in casa Facebook nonché direttore marketing. «È una grande verità, quella riportata su quel poster», continua con aria serena, «solo che troppo spesso non ci pensiamo. Quante volte vi capita di muovervi, di dar fondo alle vostre energie per poi rimanere sempre al punto di partenza? Ecco, quello è movimento. Il progresso è tutt’altro».

Ci guardiamo tra noi, assaporando la fatica che spesso facciamo senza ottenere risultati concreti, anche nelle piccole cose. «Pensare al progresso, significa avvallare le proprie scelte con un certo tipo di profondità e di consapevolezza», prosegue il direttore, «il che non vuol dire non provare, anzi. Per ottenere un progresso – anche minuscolo -bisogna affrontare un problema dieci volte, prima di avere magari un solo risultato accettabile. Però solo così si evitano gli sprechi di risorse, di numeri e di energia». Laureato alla Bocconi nel 2008, prima in finanza e poi in marketing, Giulio Ravizza pensava prima di tutto di andare a studiare filosofia, di cui gli è rimasta la passione e la curiosità per le sfumature del pensiero umano. «Quando devo assumere qualcuno», ci racconta il nostro ospite, come se ragionasse tra sé e sé, «mi piace cercare un essere umano che abbia un’intelligenza laterale, diversa dalla mia. Che sia capace di risolvere i problemi in maniera differente rispetto a quella che è la mia linea di pensiero.

Le persone che lavorano con me mi stimolano e mi sfidano, ed è questo ciò che conta». Dal 2008, Giulio – prima di diventare direttore marketing di Facebook Italia – ha sperimentato i più disparati lavori legati al mondo del web, dalle vendite su e-bay al mondo di Twitter, passando attraverso le pagine digitali di Kindle, nella famiglia Amazon. «La mia grande fortuna», sorride Giulio, «è stata che, quando mi sono laureato io, il mondo di Internet non era per niente competitivo come lo è oggi. Il web era visto come qualcosa di losco e inutile, per appassionati di film pirata, truffe e codici binari. Quando ho detto ai miei genitori che avrei lavorato in questo ambito mi hanno dato del matto». Eppure la scelta azzardata di dieci anni fa, si è rivelata quella più giusta da perseguire, con dei numeri che lo dimostrano: in Italia, secondo Audiweb, ci sono 42 milioni di persone connesse e 31 milioni di questi sono gli utenti che visitano il sito di Facebook almeno una volta al mese. 24 Milioni quelli che lo utilizzano almeno una volta al giorno. Prosegue il direttore marketing: «le comunicazioni sono dirette e non vanno perse, Fb propone un prodotto pubblicitario che consente i raggiungere un pubblico generalista su grande scala, ma anche con una profilazione importante». Lo scrutinio da parte dei media è continuo e all’ordine del giorno: «l’importante è agire con concretezza e rigore, se si dovesse inciampare». Grande entusiasmo, grande spirito, il nostro ospite potrebbe accompagnarci per ore, ragionando ad alta voce sulla grande rivoluzione del vivere i sentimenti che non sono più di moda, anche nel mondo del lavoro. Le sue tre parole? Derivano dal cinese imparato durante l’anno di scambio, a Pechino: Grande dubbio blu. Il suo nome.

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