E se non mi fossi ammalato | Il Bullone

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Se…non mi fossi ammalata

Di Stefania Spadoni

Se non mi fossi ammalata, non starei scrivendo quest’articolo e direi che questa è la prima cosa che vorrei dire per parlare di questo «se» che mi muove ad indagare la nuova me da ormai cinque anni. Sicuramente la me più facile e più evidente da comunicare, ma anche la più efficace per spiegare l’autorevole legittimazione delle parole che scriverò qui sotto. Io mi sono ammalata, io l’ho vissuto sulla mia pelle, dentro il mio corpo, dentro la mia testa, io sono cambiata per sempre e quindi io posso scrivere quest’articolo che probabilmente non vi troverà tutti concordi, che vi lascerà straniti e che, ne sono certa, riempirà di orgoglio chi mi è stato accanto in questo percorso e ha visto quanto ho sofferto, quanto ho perso e quanto ho saputo ricostruire e gioire, perché questo articolo parla di riconoscenza. Se non mi fossi ammalata avrei ancora gli occhi lucidi, ma non saprei osservare così intensamente.

Non è facile vivere ora

Non è facile vivere con i miei nuovi occhi che non possono più piangere, che mi fanno impazzire se dimentico quel piccolo flaconcino che mi dà un po’ di sollievo, ma non li cambierei per nulla al mondo perché ora i miei occhi sanno vedere oltre le cose che ci appaiono e non si fermano, non si accontentano, vogliono sapere davvero. Se non mi fossi ammalata avrei ancora il cuore di una trentenne, ma non saprei amare così intensamente. Non mi piace non riuscire più a correre, saltare, fare le scale senza avere il fiato corto, ma non lo cambierei per nulla al mondo il mio cuore un po’ più stanco, perché sa che se fa anche solo un passo verso un altro essere umano, verso un’idea, verso un luogo, quel passo è pieno d’amore e desiderio veroe non un’inutile spreco di energia. Se non mi fossi ammalata avrei ancora le mani libere e la testa leggera, ma non saprei definire le mie azioni e i miei pensieri in modo così lucido. Era bello fare le cose tanto per fare, agire senza pensare, ma non vorrei tornare indietro e perdere tutta questa nuova consapevolezza. La mia mano è mossa da azioni pensate, la mia testa vive di decisioni mirate, calibrate.

Se… ma sceglierei il presente

Se non mi fossi ammalata avrei potuto avere un figlio con un semplice atto d’amore, no qui non c’è un «ma» perché sarebbe stato bellissimo e basta. Però ho imparato a lottare veramente per i miei desideri e so che quando si desira una cosa non si può aspettare e basta, la volontà e la determinazione sono fondamentali.  Se non mi fossi ammalata vivrei senza pensare a una fine, ora la vedo, so che arriverà e potrebbe accadere in qualsiasi momento. Conosco il dolore che lascia in chi rimane e so che l’unica cosa che si può fare è vivere intensamente ogni giorno, dare importanza al tempo, stare con le persone che si amano e non sprecare neanche un minuto di questa vita, perché è l’unica che abbiamo e non tornerà. E comunque i «se» si possono solo immaginare, io preferisco vivere facendo i conti con quello che ho imparato, con tutti i segni che ho sul corpo e nell’anima, ma senza dubbio vivere nel presente.

E se non fosse successo?

Di Alessandra Parrino

Quando ci troviamo di fronte a situazioni personali che ci sembrano catastrofi, ci poniamo una delle domande più intime che potremmo farci: «E se non fosse successo?». Questo ci catapulta in un turbine di sogni persi e ritrovati, di eventi non vissuti, emozioni smorzate, tagliate a metà dal dolore. 

Io o lei?

Come sarebbe stata la vita di Alessandra senza la malattia? Dove sarebbe oggi?

Cercare di raccontare come sarebbe stata la mia vita, mi impone di farlo in terza persona, perché l’«io» che sarebbe potuto essere, oggi non mi appartiene; perché alla fine la vita plasma le scelte e le scelte plasmano chi sei davvero. 

Se non mi fossi ammalata, se non avessi dovuto interrompere per forza la mia quotidianità, avrei continuato a fare schematicamente tutto quello che la mia testa aveva già programmato. Avrei vinto il campionato da protagonista, con la mia squadra sul campo, come per le quattordici partite giocate da titolare, prima; avrei continuato a studiare e mi sarei laureata con cinque mesi d’anticipo rispetto a quanto poi ho fatto. 

Rileggendo le righe qui sopra, non noto un grande cambiamento dei miei piani, forse la cosa che più mi è dispiaciuta è stata non poter continuare la tesi che stavo facendo nel campo delle costruzioni, per poterne fare una da casa, che non richiedesse la mia presenza sul posto di lavoro. 

Credo però, che il cambiamento più grande sia quello della persona che sono oggi e che, sono convinta, si distanzia molto da quella che sarei stata. 

Il vero cambiamento è stato dentro

Oggi lo sguardo di Alessandra sarebbe diverso, più centrato sull’io, con una visione periferica del mondo, più piccola perché non guarda oltre l’orizzonte. Un’Alessandra più rinunciataria perché non penserebbe che le capacità siano cose che si costruiscono con il tempo e tanto sforzo, ma si fermerebbe al non saper fare, senza andare oltre. 

Sebbene sia sicuramente più facile fare un bilancio di quello che mi è stato tolto dalla malattia, inizialmente ho deciso di non farlo e ora che dovrei provare, questo meccanismo non entra nella mia testa, perché la bellezza delle opportunità e del trovare soluzioni, non ha eguali. 

L’autoironia salva

Se non mi fossi ammalata non avrei avuto l’occasione di scoprire quanto splendore si nasconde dietro le nostre fragilità, sempre abituata a dare molto per scontato, a parlare poco, a non ironizzare troppo, e invece l’autoironia salva, salvano quelle parole che spesso teniamo per noi stessi. 

Dovrei scrivere di un «e se», ma si distanzierebbe troppo da chi sono oggi, sarebbe una favola con il lieto fine, eppure, dopo essere stata travolta dalla tempesta, so di avere comunque una bella storia da raccontare, senza un finale già impostato, ma con una congiunzione che continua e non con un punto finale. 

I «se» sono la bandiera dei perdenti

di Tino Fiammetta

E se fosse successo questo… e se invece non fosse accaduto quest’altro.. ecc., ecc..

I «se», sono la bandiera dei perdenti e non bisognerebbe permettere che questo noioso lamento diventi la colonna sonora di una vita intera. Perché recriminazioni e torcicolli emotivi non portano alla felicità ma al vittimismo. È la logica dell’insoddisfatto, di chi ama sempre le rose che non colse e si fa prendere da una malinconia ruvida al ricordo di quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Giusto.

Niente vittimismo

Ma il gioco non è sempre un lagnoso rimpianto della serie: «se non fossi andato a quel concerto»… per sedermi accanto alla mia futura moglie con la quale mi sono sposato troppo presto e divorziato troppo tardi.

Certo è che al giochino di: «se avessi vinto quel concorso…»,o, «se avessi perso quel treno…», «se non avessi letto quel libro...» non si sottrae nessuno. Un sospiro e via con la litania.

Ammettiamolo. A volte basta poco per imprimere una svolta alla tua vita. Anche nel bene. C’è in giro una generazione di donne diventate infermiere o dottoresse folgorate da ER, la serie Tv dei medici in prima linea con Clooney in camice bianco. O schiere di professori militanti che hanno scelto l’insegnamento dopo avere sfogliato «Lettera a una professoressa», di don Milani. «Galeotto fu quel libro…», ammoniva il sommo poeta, della serie: ci siamo incontrati per una di quelle fortune che capitano una volta nella vita e non in tutte le vite.

Ma ci sono incroci che segnano l’esistenza. Anche nel male. Quando, per esempio, la sfiga devia il tuo treno su un binario che ti scarica dritto in un ospedale. È il bivio in cui si incontra una malattia. Di quelle tignose e risolute. Cattive. E tutto cambia.

Ho avuto due vite

Solo in quel momento scopriamo di avere due vite. La seconda inizia quando ci rendiamo conto che possiamo perdere la prima. Per un incidente, o una malattia appunto. E ricominci a vivere diversamente. Anche se devi fare i conti col dolore che si replica, con quell’assillo insistente che ti invade la giornata, ti oscura la luce e ti trascina su un letto. Ma soprattutto ti prosciuga quelle blande riserve di pacatezza che già scarseggiano e ti cambia il carattere. E vivi la metamorfosi di un’ indole: da esuberante a depressa, da mansueta a irascibile e incendiaria.

I saggi consigliano di trasformare il baratro in un trampolino. Ottimo suggerimento. Riuscirci però… ci vuole una buona dose di spavalderia, narcisismo, un ego smisurato. E tanta forza. E la vita si incammina per una strada inaspettata: si rimescola la gerarchia dei valori e delle necessità. Più tempo alle persone e meno alle cose. Ma soprattutto rimetterle a posto: le prime vanno amate e le seconde usate (non il rovescio, come spesso accade). E questa sì, un’opportunità. Un punto di vista distaccato e diverso.

Ma non tutti reagiscono così. Qualcuno, che  lotta contro la sua sciagura, ricomincia a vivere in altro modo, lo vedi da come sfoggia la sua pazienza e la sua comprensione e capisci che è figlio di quel particolare modo di essere cattolici che trasforma i vicoli ciechi dell’esistenza in autostrade luminose. O in croci da esibire.  

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