DON RIGOLDI: “HO AIUTATO 40 MILA RAGAZZI DIFFICILI. PASSIONE E PAZIENZA, SOLO COSI’ SI SALVANO”

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Irriverente e schietto, Don Gino Rigoldi ci accoglie con il sorriso luminoso tipico delle persone che vivono immerse nell’ostinazione dei sogni. Classe 1939, Don Gino comincia la sua esperienza di vita a stretto contatto con i giovani dell’Istituto Penale Minorile Beccaria, all’inizio degli anni Settanta. «Nel 1972 ho chiesto di diventarne Cappellano», ci racconta con lo sguardo vispo, «e da allora non me ne sono più andato». Da quarantadue anni, così, Don Rigoldi si occupa di ridare una dignità ai giovani che rimangono senza punti di riferimento, senza maestri di vita. «Li vedevo entrare e uscire senza sosta dal Beccaria», afferma riportando alla mente gli anni Ottanta, «alcuni non avevano nemmeno un posto dove dormire. Allora ho fatto una cosa che ho sempre pensato essere del tutto normale: ho cominciato ad accoglierne un paio in casa mia, nella seconda camera che avevo e che rimaneva sempre vuota. Un mese dopo eravamo in trenta». Soli e sbandati, tra padri assenti e madri troppo spesso incinte, i ragazzi dei quartieri marginali della città incontrano troppo in fretta il fantasma delle droghe. «Alcuni avevano lo sguardo perso, altri erano sovreccitati. All’inizio non avevo idea di quello che stesse succedendo, ma poi mi sono reso conto. La droga era dappertutto: l’eroina a Baggio, l’anfetamina a Quarto. Poi la cocaina, quella era ovunque». La forza di volontà di dare importanza all’esistenza di ciascun individuo permette a Don Gino di entrare in relazione con migliaia di giovani. «Trenta, forse quaranta mila», ci dice con sincerità «ma negli anni peggiori ho visto anche tanti funerali, purtroppo. Tutti ragazzi poverissimi. Ma il problema della miseria non si può risolvere nemmeno oggi: capita troppo spesso di sentire che, al primo impiego come camerieri, ai giovani venga offerta una paga di tre euro all’ora. Capite che, così, tornare in strada è facile». Non smette mai di sorridere Don Rigoldi, al pensiero del percorso affrontato negli anni, pur nonostante le tante difficoltà e i numerosi dispiaceri. «Quali sono gli ingredienti per continuare a fare quello che faccio?», si chiede ad alta voce, «Passione e pazienza. Tanta. Ma il piacere dei rapporti umani supera qualunque altra cosa». Don Gino divora la vita con l’orgoglio di chi ha sempre combattuto a testa alta, per una giusta causa, forse con un pizzico di vanità. «Non sopporto più questa liturgia piagnucolosa, bisognerebbe smetterla con questo Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Colpa di cosa?! Cerchiamo di far funzionare le cose invece di continuare a far queste ecclesiastiche assemblee di condominio che non portano a nulla». Don Rigoldi scalpita sulla sedia per ritrovare, un attimo dopo, la sua vispa serenità. Sorride di nuovo, immerso tra l’alba di un sogno e il tramonto di un ricordo. «Dovete sapere», sussurra urlando «che la qualità della nostra vita sta nella bellezza degli amori che ci circondano. Se siamo appagati, allora possiamo sorridere con serena onestà a chiunque». Non sposato per obblighi di professione, Don Gino racconta di avere una famiglia molto numerosa: oltre ad amici fedeli e amiche sensibili egli è padre adottivo di tre figli, un rom croato, un marocchino e un albanese, tutti conosciuti all’Istituto. «Non dico che sia stato sempre semplice», confessa con la franchezza che lo contraddistingue «ma ogni percorso umano ha un suo valore, che non può essere sottovalutato. Sarò anche cocciuto e piuttosto diretto, ma in quarantadue anni non ho mai ricevuto un vaff****lo da un ragazzo. Mai. Questo vorrà dire qualcosa, no?».

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