DAL VIOLINO AL BASSO. SATURNINO, IL MUSICISTA CHE DIPINGE CON LE NOTE

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Di Edoardo Grandi

«La musica è come un aereo. Come questo deve sempre volare, io devo sempre suonare». Chi parla è Saturnino Celani, meglio conosciuto al grande pubblico semplicemente come Saturnino, e che ha raggiunto la notorietà grazie alle numerose e felici collaborazioni come bassista con Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti. Polistrumentista, compositore, produttore musicale, Saturnino è difficilmente inquadrabile in un genere e in un ruolo circoscritto. Nato ad Ascoli Piceno nel 1969, riceve fin da bambino un notevole «imprinting» musicale. Tra gli antenati della sua famiglia c’erano dei liutai, e in casa del padre artigiano era presente un violino, che Saturnino ha studiato molto seriamente per diversi anni. Una formazione iniziale classica quindi, che includeva lo studio del solfeggio e del pianoforte. Diventando più grandicello si accorge però che il violino non gli basta: «Lo strumento non mi faceva impazzire, suonato da solo mi intristiva. Va suonato in sezione insieme con gli altri archi. Vedevo i miei amici che suonavano nelle band alle feste studentesche e avrei voluto farlo anch’io, il massimo che mi capitava era il saggio a scuola dove vengono a vederti i genitori». Gli è già chiaro che quello che gli piace fare è suonare in gruppo e per un pubblico, così a 14 anni si dedica esclusivamente al basso, dopo aver terminato la scuola dell’obbligo. Iniziano così le primissime esibizioni all’oratorio di San Filippo e Giacomo, dove con gli amici esegue cover di gruppi famosi come i Rolling Stones, Van Halen e AC/DC. Ma la vera svolta avviene con il trasferimento a Milano, decisione concordata con i genitori che gli concedono due anni di tempo per combinare qualcosa di concreto. Nel capoluogo lombardo va a vedere tutti i concerti per conoscere la musica dei personaggi che ammira e per incontrare altra gente con i suoi stessi interessi. In quel periodo trova lavoro come tuttofare per un artista che realizza le copertine dei dischi di musicisti celebri come Sting o Zucchero. E a questo incontro ne seguono altri, come in una serie di anelli concatenati. «Credo molto nella teoria dei cosiddetti sei gradi di separazione», afferma Saturnino. Infatti quell’artista lo presenta a un conoscente che cerca un bassista e lo porta in uno studio di registrazione dove incide anche Jovanotti. I due si incontrano e Lorenzo lo invita a suonare il basso per l’album “Una tribù che balla”, pubblicato nel 1991. Tra loro l’intesa è immediata: «Con Lorenzo è stato un po’ come trovare il fratello maggiore che non ho mai avuto. Mi lasciava poi una grande autonomia: per il brano “Libera l’anima” mi ha addirittura chiesto di realizzare un assolo, cosa del tutto inusuale. Davanti a me avevo una tela bianca». Con grande intuizione Saturnino rifiuta collaborazioni con altri artisti, pur non potendo prevedere l’enorme successo che Jovanotti avrebbe avuto, e il sodalizio tra i due prosegue felicemente tra nuovi album e tour. Il frontman di Cortona ha da poco celebrato i trent’anni di carriera, di cui ben 26 trascorsi con il fedele bassista. Il loro è un rapporto speciale: «Non siamo legati da nessun contratto, non c’è nessun vincolo. È come se ogni volta lui mi riconvocasse per un disco o un tour». La libertà che gli concede Jovanotti è un fatto insolito per un cantante così celebre: «Io sarei stato ben contento di suonare e starmene in un angolo. Ma nei concerti, quando c’era da decidere la disposizione dei musicisti, Lorenzo voleva che fossi libero di andare in giro per il palco. Insomma, più stavo nell’ombra più mi pioveva la luce addosso. Penso che lui percepisse con me un’affinità estetica e di sostanza. Altri musicisti hanno problemi di ego, con Lorenzo non è mai accaduto, e poi la musica è condivisione, deve essere puro divertimento». Nel 1995 pubblica il suo primo lavoro da solista, Testa di basso: a sceglierlo, unico italiano, è la prestigiosa etichetta americana Verve. Seguono Zelig (1996), il live SaTOURnino (1997) e Clima (2000).  Musicista eclettico, nei suoi brani echeggia la passione per il funky, il jazz, il rock e l’hip hop, ma queste contaminazioni sono rielaborate in chiave del tutto originale e personale. L’ascolto degli altri è fondamentale, e a volte riaffiorano in modo inconsapevole temi e musiche assorbite chissà quando. Dice infatti, a proposito di L’ombelico del mondo: «Quando ero piccolo e guardavo la tv c’erano solo quattro sigle musicali: quelle di Carosello, L’almanacco del giorno dopo, il tg e le previsioni del tempo. Nella canzone prima c’è un giro di basso e poi uno stacco: mi sono accorto che ha le note della sigla delle previsioni del tempo del mitico colonnello Bernacca!». La sua carriera è costellata di progetti diversi, ma mai individuali, e questo è un aspetto che Saturnino vuole sottolineare: «Il ruolo in cui mi riconosco di più e che mi diverte di più è quello di “hub”, di connettore: sono una specie di adattatore per tutte le prese. Ogni volta che mi invitano fuori a cena spero di incontrare persone che non conosco. Le cose di successo sono sempre sociali, arrivano da un gruppo, a volte da errori. Pensiamo all’amplificatore Marshall, il più famoso della storia del rock: il suono distorto che generava era dovuto a un difetto di fabbricazione (tutti volevano un suono pulito) ma fu proprio per questo che venne usato per primo dal grandissimo Jimi Hendrix». Ai giovani che vogliono intraprendere una carriera musicale suggerisce: « La musica è un linguaggio molto preciso, per questo io consiglio sempre il conservatorio, ci vogliono basi solide. In seguito potrai ricodificare i vari linguaggi musicali ed esprimerai quello che già hai dentro».

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